«Siete venuti, Venerabili Fratelli, per vedere Pietro». La consacrazione dei primi sei vescovi cinesi del 1926 raccontate dalla stampa mondiale dell’epoca

mercoledì, 4 novembre 2026 vescovi   chiese locali   papa   ordinazioni   missione  

di Marie-Lucile Kubacki

Roma (Agenzia Fides): «Le trombe d’argento annunciano l’ingresso del Papa nella basilica di San Pietro. Tutti gli occhi si rivolgono a sei sacerdoti cinesi che avanzano con modestia nel fulgido corteo». Così il gesuita Alfons Väth apre il suo racconto su «Die katholischen Missionen» del dicembre 1926, intitolato «Die Weihe der sechs chinesischen Bischöfe».
Al centro della cronaca, la consacrazione conferita da Pio XI, il 28 ottobre, a Filippo Zhao Huaiyi, Odorico Cheng Hede, Melchior Sun Dezheng, Louis Chen Guodi, Giuseppe Hu Ruoshan e Simone Zhu Kaimin.
L’immagine che entusiasma le cronache è la consacrazione di un gruppo di pastori cinesi a Roma, per mano del Papa, presso la tomba di Pietro. La stampa missionaria tedesca e belga, i giornali italiani e francesi e le testate francofone pubblicate in Cina ne seguono i preparativi, il viaggio e la celebrazione; un’eco raggiunge anche Sydney, sulle pagine di «The Catholic Press» del 17 febbraio 1927.

Un piroscafo «addobbato nei colori pontifici»

Il viaggio si prepara già in agosto. «Partiremo da Shanghai il 10 settembre, arrivo a Napoli il 16 ottobre; posti fissati»: è il programma comunicato dall’Arcivescovo Celso Costantini, Delegato apostolico in Cina, in un telegramma ricevuto a Ningbo la sera del 7 agosto 1926 e riprodotto nel «Bulletin Catholique de Pékin» del settembre successivo, nella cronaca ripresa dal «Petit Messager de Ningpo» dell’agosto 1926. Il telegramma annuncia ancora la consacrazione per il 24 ottobre, prima della scelta definitiva del 28.

Nel racconto di Väth, pubblicato su «Die katholischen Missionen» nel dicembre 1926, le feste di congedo si susseguono a Pechino, Tientsin e Shanghai. Il 10 settembre gli eletti, accompagnati dal Delegato apostolico, salgono sul piroscafo «addobbato nei colori pontifici»; a Hong Kong, Manila, Singapore e Penang le comunità cinesi preparano ricevimenti. La gioia non resta confinata ai cattolici: secondo lo stesso articolo, anche i principali giornali non cristiani rendono omaggio all’avvenimento.
L’arrivo del piroscafo statunitense «President Adams» nel porto di Napoli affiora in un ritaglio dell’ottobre 1926 attribuito a «Il Mattino». Il cronista racconta la lunga attesa alla banchina, le manovre d’ormeggio, il piroscafo che resta a pochi metri da terra. Quando finalmente può incontrare i viaggiatori, nota il loro abbigliamento: «Vestono completamente di nero come semplici preti».
L’accoglienza incontrata lungo la rotta riaffiora nell’intervista di Charles Pichon al Vescovo Filippo Zhao, pubblicata dal «Journal de Pékin» il 5 gennaio 1927: il vescovo vi ricorda «in tutti i porti dove siamo passati, un’ovazione ininterrotta in onore dei figli della Cina che sono chiamati dal Capo della Chiesa universale».
Dal molo di Napoli ai porti dell’Asia, le cronache raccontano così un viaggio verso Roma nel quale l’onore reso ai figli della Cina si intreccia alla gratitudine verso il Papa.

«Pietre viventi», sulla roccia di Pietro

Prima ancora della partenza, Costantini aveva indicato il significato ecclesiale di quel cammino. Nella lettera del 7 agosto 1926 ai vicari e prefetti apostolici della Cina, pubblicata dal «Bulletin Catholique de Pékin» nel settembre 1926, scrive che la nomina dei sei conferma la «cattolicità o universalità della Chiesa». L’invito del Papa, che vuole imporre loro personalmente le mani, gli suggerisce un richiamo alla prima Lettera di Pietro: «e voi stessi come pietre viventi, entrate nella struttura dell’edificio per formare un tempio spirituale». Segue, nella medesima lettera del 7 agosto, una frase che lega l’invio dei missionari e l’accoglienza dei nuovi pastori: «Per mezzo del Vicario di Gesù Cristo furono inviati in Cina i suoi primi missionari, ed ecco ora che, in senso inverso, le primizie dell’episcopato cinese ritornano al Vicario di Gesù Cristo». Il ritorno al successore di Pietro dei frutti maturati nelle comunità cinesi: è questa la lettura proposta dal Delegato apostolico.
Anche nella lettera a Pròspero Paris, Vicario apostolico di Nanchino, datata Pechino, 4 agosto 1926 e pubblicata nello stesso numero del «Bulletin Catholique de Pékin», Costantini insiste sulla scelta del luogo. Il Papa chiama i nuovi vescovi «per consacrarli di sua propria mano, sulla tomba di S. Pietro». In quel gesto il Delegato apostolico vede una promessa per la Chiesa di Cina, «costruita sulla roccia ferma», e cita la formula latina: «Haec est domus Domini firmiter aedificata: bene fundata est super firmam petram».


L’”Exultet” del Mensile “Il Prete Indigeno”

In Italia, il mensile «Il Prete Indigeno», organo dell’Opera Pontificia di San Pietro Apostolo, saluta l’avvenimento nel numero dell’ottobre 1926 con il titolo «Esultiamo!». La direzione nazionale vi riconosce «una grande festa di famiglia» e sottolinea che il Papa ha voluto conferire l’unzione «non nel silenzio di un sacello privato, ma tra lo splendore della Basilica Vaticana affinché tutto il mondo volga gli sguardi a questa solenne affermazione della cattolicità della Chiesa di Cristo». La preghiera che accompagna l’entusiasmo è rivolta ai «novelli successori degli Apostoli»: il linguaggio della successione apostolica è esplicito.

La scelta della data lega inoltre la consacrazione dei sei alla storia personale di Pio XI. Giovanni Morsani, sul «Bulletin des Missions» dei benedettini di Saint-André, in Belgio, nel numero di novembre-dicembre 1926, riporta l’omelia del Papa. Nel testo italiano pubblicato dalla Santa Sede, il Pontefice spiega: «Noi abbiamo scelto che si compiesse in questo stesso giorno nel quale sette anni or sono, Noi ricevemmo la consacrazione episcopale». Ricorda la grazia ricevuta e la gratitudine a Dio, «datore di ogni bene». (Pio XI, omelia «Iam finis», 28 ottobre 1926)

Sette sacerdoti, una Chiesa in preghiera

Un resoconto dello storico delle missioni Paul Lesourd per «Le Figaro», descrive la basilica illuminata e rivestita di tendaggi rossi; si odono le trombe d’argento, la folla acclama il Papa. Ma l’osservazione più incisiva riguarda un momento di semplicità all’inizio della Messa: «Se non fosse per la calotta bianca e gli ornamenti pontificali di Pio XI, si sarebbe detto sette sacerdoti ordinari che celebrano insieme la loro messa». Lesourd si sofferma poi sui sei prostrati a terra e sul Papa, sui cardinali e sui vescovi inginocchiati durante le litanie. Quelle invocazioni, scrive nel suo resoconto, davano «un’idea della comunione dei santi», l’impressione della Chiesa intera raccolta in preghiera per i nuovi pastori.

Giovanni Morsani, nel «Bulletin des Missions» di novembre-dicembre 1926, descrive l’abside, la Cattedra del Bernini circondata di luci, i sette ceri sull’altare. Enumera sedici cardinali e segnala la presenza di padre Vincent Lebbe, al quale al quale attribuisce anche la gioia per le “nozze d’argento” sacerdotali; ricorda inoltre i due arcivescovi assistenti, Carlo Cremonesi e Costantini. Una didascalia mostra il Papa mentre riceve sul libro dei Vangeli il giuramento di fedeltà di ciascun eletto. Morsani racconta la prostrazione dei candidati e le benedizioni impartite dal Pontefice durante le litanie, quindi l’imposizione delle mani del Papa e degli arcivescovi assistenti a ciascuno dei sei. La sua cronaca accompagna il rito con le parole «Ricevete lo Spirito Santo» e lo presenta come il conferimento della pienezza del sacerdozio. Seguono le unzioni, la consegna del pastorale, dell’anello e del Vangelo, il bacio di pace e la celebrazione della Messa insieme al Papa.

Lo stesso Morsani precisa che il Papa e i sei ricevono la comunione dalla medesima ostia e dal medesimo calice, come prescriveva il Pontificale Romano per la consacrazione di più vescovi. Väth, su «Die katholischen Missionen» del dicembre 1926, propone un accostamento alle origini cristiane: la celebrazione gli ricorda «la toccante testimonianza di unità e di carità cristiana che i vescovi della Chiesa delle origini rendevano inviandosi reciprocamente il Corpo del Signore». Due racconti diversi leggono i gesti liturgici come segni di una stessa comunione.


L’abbraccio di Pietro


Il nesso fra Roma e la missione affidata ai nuovi vescovi emerge soprattutto nell’omelia di Pio XI, riprodotta in francese da Morsani nel «Bulletin des Missions».  «È finito il rito solenne con il quale qui, presso la tomba degli Apostoli, vi abbiamo conferito la pienezza del sacerdozio», esordisce il Papa. « Non possiamo trattenere l’interna gioia della quale siamo totalmente pervasi nel vedere consacrati per la prima volta, qui a Roma, dal Romano Pontefice, Vescovi del Clero indigeno cinese, proposti a reggere diversi Vicariati Apostolici e destinati a portare fra i loro connazionali la fede cattolica e a dilatare fra essi il regno di Cristo. È questo un proposito veramente salutare, che Noi oggi possiamo felicemente portare a termine, e che ardentemente desideriamo e con l’aiuto di Dio confidiamo di potere, a poco a poco, attuare anche in altre regioni», prosegue.

«Vi chiamammo infatti in questa Città, centro della Religione cristiana, per consacrare nell’augusta santità e maestà di questo tempio dedicato a Pietro, voi, che come primizie e germogli novelli dell’Episcopato Cinese, insigniti della dignità episcopale e onorati dalle sacre infule, da qui dovrete tornare alle vostre regioni; da qui, diciamo, donde scaturisce la fonte di ogni apostolato», insiste. Siete venuti, Venerabili Fratelli, per vedere Pietro, anzi riceveste da lui il bacolo pastorale, del quale dovrete servirvi nelle vostre peregrinazioni apostoliche e per adunare il gregge. E Pietro con tanto affetto ha accolto voi, che offrite non lieve speranza di diffondere presso i vostri concittadini la verità evangelica».

Insiste poi sul servizio al popolo : « Tali concittadini, che hanno comune con voi la patria ed abitano nelle sconfinate regioni presso le quali fiorirono fin dalla più remota antichità le lettere e le arti, tali concittadini — specialmente coloro che non hanno l’animo alieno dalla religione — come lodarono unanimi la decisione della Sede Apostolica, così, Venerabili Fratelli, in modo speciale i cattolici vi hanno colmato di testimonianze di letizia e di affetto, e mentre partivate per Roma vi salutarono plaudenti».
Il resoconto di «Le Gaulois» del 29 ottobre 1926 riferisce che per due volte le lacrime spezzarono la voce del Papa, nella preghiera e nel discorso ai nuovi consacrati. Lo stesso testo sottolinea la delicatezza con cui essi espressero la propria gratitudine ai missionari. Edouard Devoghel, nel settimanale cattolico francese «La Vie Catholique» del 30 ottobre 1926, richiama la pienezza del sacerdozio ricevuta sette anni prima, nella cattedrale di Varsavia, da colui che era allora mons. Achille Ratti, nunzio in Polonia, e che il mondo venera ora come successore di Pietro. Devoghel riassume poi l’abbraccio finale in un’immagine: «l’abbraccio mistico con il quale il Pontefice di Roma abbraccia paternamente tutta la Chiesa di Cina».

Morsani descrive i sei che, al canto del Te Deum, percorrono l’assemblea impartendo la benedizione, e il Papa che rialza ciascuno e lo stringe al petto; poi la preghiera presso la tomba dei santi Simone e Giuda e alla Confessione di San Pietro.
La Chiesa delle origini e le interviste in latino


Il 23 ottobre 1926, prima della consacrazione, «La Sera» di Milano pubblica un’intervista a mons. Zhu. Il giornalista che lo ha interrogato non è nominato, ma un dettaglio è esplicito: «L’intervista si è svolta in latino».
Al futuro vescovo viene chiesto quali vantaggi porterà la presenza di pastori cinesi: «Anzitutto contribuirà a diminuire il pregiudizio che la religione cattolica sia una religione straniera», risponde.

Zhu esprime la speranza di un rapporto fondato sulla comune appartenenza al popolo cinese. «Noi, vescovi indigeni, speriamo di essere rispettati sopratutto per amore di connazionalità», si legge su «La Sera» del 23 ottobre. Nell’intervista emerge la possibilità di rendere più riconoscibile la vicinanza della Chiesa alla popolazione.

Un’altra intervista, firmata Charles Pichon e pubblicata dal «Journal de Pékin» il 5 gennaio 1927, colloca l’incontro con il Vescovo Filippo Zhao nella casa delle Missioni Estere di Parigi. Ne emerge il ritratto di un uomo che, secondo il giornalista, aveva imparato il francese senza maestro.
«Ho imparato la vostra lingua da solo, ci dice, e attraverso il latino», racconta il vescovo. Nella stessa intervista Zhao non separa la promozione dei pastori cinesi dalla riconoscenza verso gli europei: «Sappiamo ciò che dobbiamo loro, ciò che dovremo loro, e non siamo di quelli a cui pesa la riconoscenza». Una prospettiva analoga affiora nell’articolo di mons. Jean Baptiste de Guébriant scritto per «Le Gaulois» e ripreso da «L’Écho de Tientsin» il 4 gennaio 1927. Il superiore delle Missioni Estere vi descrive il passaggio dai convertiti alle comunità, dalle comunità alle missioni e alle diocesi, sino a una Chiesa di Cina «nel seno della Chiesa universale».
L’immagine della Chiesa delle origini torna infine nell’articolo firmato N. Rivan, «Il ritorno di monsignor Hayasaka», sul «Bulletin des Missions» di settembre-ottobre 1928. Ricordando le visite dei nuovi vescovi dell’Estremo Oriente, cinesi e giapponesi, l’autore le accosta ai viaggi dei vescovi antichi per salutare i fratelli nell’episcopato e portare alle Chiese lontane la carità.

È la stessa comunione che le cronache del 1926 avevano cercato di rendere visibile attraverso il suono delle trombe, l’imposizione delle mani, il pane eucaristico e l’abbraccio del Successore di Pietro. (Agenzia Fides 4/11/2026)


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