Fides News - Italianhttps://fides.org/Le notizie dell'Agenzia FidesitI contenuti del sito sono pubblicati con Licenza Creative Commons.AMERICA/STATI UNITI - Il “Rosario Missionario Mondiale” al centro del cammino verso la beatificazione dell’Arcivescovo Fulton Sheenhttps://fides.org/it/news/77856-AMERICA_STATI_UNITI_Il_Rosario_Missionario_Mondiale_al_centro_del_cammino_verso_la_beatificazione_dell_Arcivescovo_Fulton_Sheenhttps://fides.org/it/news/77856-AMERICA_STATI_UNITI_Il_Rosario_Missionario_Mondiale_al_centro_del_cammino_verso_la_beatificazione_dell_Arcivescovo_Fulton_SheenNew York – “Le Pontificie Opere Missionarie degli Stati Uniti invitano i cattolici di tutto il Paese a partecipare alla beatificazione dell’Arcivescovo Fulton J. Sheen attraverso il Rosario Missionario Mondiale”. L’appello è contenuto in un comunicato diffuso dalle POM statunitensi in vista della beatificazione di colui che dal 1950 al 1966 fu anche il quinto direttore delle Pontificie Opere Missionarie negli Stati Uniti. La liturgia per la beatificazione sarà celebrata a St Louis, nello Stato del Missouri, il 24 settembre. <br /><br />«Su suggerimento delle religiose che fanno parte del comitato organizzativo della beatificazione, ci siamo rivolti alle comunità religiose di tutto il Paese nella speranza che potessero contribuire a realizzare almeno 75.000 rosari», ha affermato Monsignor Roger J. Landry, direttore nazionale delle Pontificie Opere Missionarie degli Stati Uniti. «Dopo Dio stesso, le religiose unite rappresentano la forza più potente della Chiesa», continua Landry che ha già visitato alcune delle comunità religiose coinvolte, come quella delle Poor Clares a Kokomo, nello Stato dell’Indiana. «Le suore hanno iniziato a realizzare i rosari il 13 maggio 2026», ha affermato il nono direttore delle POM statunitensi, e «Solo in seguito hanno scoperto che il 13 maggio 1977 era proprio il giorno in cui l’arcivescovo Sheen aveva visitato il loro monastero, celebrato la Messa, trascorso la sua ora santa e tenuto loro una conferenza. Sembra che questo impegno sia accompagnato da tali coincidenze provvidenziali», aggiunge Landry.<br /><br />L’iniziativa di realizzare rosari missionari e distribuirli ai pellegrini presenti nella celebrazione che sarà presiduta dal Cardinale Tagle, Pro-Prefetto del Dicastero per l'Evangelizzazione , è stata accolta con grande entusiasmo dai vari componenti della comunità cattolica statunitense. «Quella che era nata come una semplice ma intensa pratica di devozione negli Stati Uniti si è diffusa in tutto il mondo», ha affermato Monsignor Landry. «Oggi, in molti Paesi di missione, i bambini imparano a recitare il Rosario Missionario Mondiale fin dalla più tenera età e lo indossano con gioia come segno della loro fede». <br />Da cinque decenni ogni decina del Rosario Missionario Mondiale è legata a una specifica area geografica attraverso un determinato colore: il verde richiama l'Africa, il blu l'Oceania, il bianco l'Europa, il rosso le Americhe e il giallo l'Asia. Questa scelta cromatica simboleggia concretamente l'unione universale della Chiesa nel suo impegno missionario.<br /><br />L’attuale direttore delle Pontificie Opere Missionaria spiega che, nel recitare Rosario Missionario Mondiale, tutti ma soprattutto coloro che nutrono profonda ammirazione per l’arcivescovo Sheen potranno partecipare a questa celebrazione storica anche se non si recheranno a St Louis. «La nostra speranza non è solo quella di mettere un rosario nelle mani di ogni pellegrino presente alla beatificazione dell’Arcivescovo Sheen, ma anche di ispirare un rinnovato impegno a pregare per le missioni e a vivere la chiamata a portare il Vangelo a tutte le nazioni», spiega monsignor Landry che ha partecipato all’ultima assemblea generale delle POM svoltasi a Roma dal 27 maggio al 3 giugno. <br />La giornata del 24 settembre inizierà con uno spettacolo in vista della beatificazione. Katie Preajan Macgrady, scrittrice e conduttrice radiofonica, condurrà la mattinata insieme a Monsignor Roger Landry. Numerosi relatori e musicisti aiuteranno a preparare i presenti alla Messa di beatificazione.<br />L’arcivescovo Sheen è riconosciuto come una delle figure più influenti del cattolicesimo statunitense del XX secolo. Nel cammino verso la proclamazione della sua santità, nel 2012 Papa Benedetto XVI lo aveva ufficialmente dichiarato Venerabile, e il 5 luglio 2019 Papa Francesco aveva autorizzato la promulgazione del decreto riguardante il miracolo attribuito alla sua intercessione. <br />Durante il suo servizio come direttore nazionale della Società per la Propagazione della Fede, una delle quattro Pontificie Opere Missionarie, ha introdotto nel 1951 il Rosario Missionario Mondiale, oggi al centro dell’impegno della comunità ecclesiale e delle Pontificie Opere Missionarie nel cammino verso la sua beatificazione. <br /> <br />Thu, 25 Jun 2026 13:32:13 +0200AFRICA/NIGERIA - Oltre un mese di prigionia per 39 studenti e 7 insegnanti, l'appello dei Vescovi di Ibadanhttps://fides.org/it/news/77855-AFRICA_NIGERIA_Oltre_un_mese_di_prigionia_per_39_studenti_e_7_insegnanti_l_appello_dei_Vescovi_di_Ibadanhttps://fides.org/it/news/77855-AFRICA_NIGERIA_Oltre_un_mese_di_prigionia_per_39_studenti_e_7_insegnanti_l_appello_dei_Vescovi_di_IbadanAbuja – Dal 15 maggio, 39 studenti e 7 insegnanti sono nelle mani dei banditi che hanno assalito alcune scuole nella zona di Ahoro-Esinle, nel distretto di Oriire, vicino a Ogbomoso, nello Stato di Oyo, nel sud-ovest della Nigeria .<br />Il dramma di queste persone, che – secondo i giornali locali – sarebbero detenute in condizioni difficili nell'Old Oyo National Park, è stato ricordato dai Vescovi della provincia ecclesiastica di Ibadan in una dichiarazione nella quale esprimono profonda preoccupazione per le condizioni delle vittime dopo oltre un mese di prigionia.<br />“Questi bambini, che a malapena comprendono ciò che è accaduto loro, vivono ormai da oltre un mese in condizioni estreme, senza un tetto sopra la testa, senza un'alimentazione adeguata e completamente esposti alle intemperie nella foresta”, affermano i Vescovi, che chiedono il loro rilascio immediato e incondizionato.<br />Nel corso del rapimento di massa, i banditi hanno ucciso tre persone: un insegnante, un motociclista e un altro insegnante, successivamente decapitato nella foresta. Atti che – secondo i Vescovi – “violano la serenità e l'innocenza delle popolazioni del sud-ovest della Nigeria, note per la loro passione per l'istruzione”.<br />“Questo non dovrebbe assolutamente trovare posto in Nigeria e, in particolare, tra il popolo Yoruba”, sottolineano.<br />Nel chiedere alle autorità statali e federali di garantire una maggiore sicurezza alle popolazioni indifese, i vescovi esprimono inoltre dubbi sulla politica di reintegrazione dei cosiddetti “banditi pentiti”.<br />Secondo i presuli, un simile approccio indebolisce la fiducia della popolazione nel sistema giudiziario e trasmette un messaggio sbagliato ai cittadini rispettosi della legge.<br />“Il continuo reinserimento dei cosiddetti criminali pentiti nelle forze dell'ordine e nella società, mentre le vittime dei reati e i loro familiari vengono trascurati o trattati con disprezzo, infanga il volto della giustizia”, affermano.<br />Sindacati, comunità locali e cittadini hanno organizzato proteste a Ibadan per chiedere interventi concreti.<br />Secondo quanto riportato dalla stampa locale, i rapitori avrebbero modificato le proprie richieste, esigendo il pagamento di un riscatto oppure il rilascio di alcuni loro complici.<br />I rapimenti di massa di studenti non sono una novità in Nigeria, a partire dal sequestro delle studentesse della scuola di Chibok nell'aprile 2014. Un segnale di speranza è giunto dalla sentenza emessa l'11 giugno dall'Alta Corte Federale di Abuja, che ha condannato cinque uomini a 25 anni di carcere ciascuno per il rapimento di 230 alunni della scuola primaria e secondaria cattolica St. Mary, nella comunità di Papiri , successivamente rilasciati. <br />Thu, 25 Jun 2026 12:08:05 +0200EUROPA/AUSTRIA - Padre Karl Wallner:"La fede alimenta la volontà di aiutare il prossimo "https://fides.org/it/news/77854-EUROPA_AUSTRIA_Padre_Karl_Wallner_La_fede_alimenta_la_volonta_di_aiutare_il_prossimohttps://fides.org/it/news/77854-EUROPA_AUSTRIA_Padre_Karl_Wallner_La_fede_alimenta_la_volonta_di_aiutare_il_prossimoVienna - "La mia esperienza mi ha fatto comprendere come la raccolta fondi e la crescita della fede sono in definitiva la stessa cosa, perché la fede cresce insieme alla volontà di aiutare gli altri". Così si esprime padre Karl Wallner religioso cistercense, che sta per concludere la sua missione come direttore delle Pontificie Opere Missionarie austriache. Ripercorrendo questi 10 anni vissuti alla direzione nazionale delle POM, padre Wallner ricorda che fin dall'inizio del suo mandato la dimensione spirituale di Missio Austria , era molto presente e connessa alla connotazione pontificia. Quello che occorreva fare era accrescere la notorietà delle POM tra i laici, così come nei sacerdoti, religiosi e religiose, e al medesimo tempo lavorare su alcuni punti chiave che consentissero di informare in modo efficace e concreto dell'operato a favore delle missioni.<br /> "Gli austriaci avevano bisogno di conoscere le aree in cui Missio Austria opera e fornisce aiuti" commenta padre Wallner che delinea i grandi passi fatti in termini di comunicazione durante il suo mandato. Il lavoro costante sui media tradizionali si è unito ad una presenza sui nuovi media, alla realizzazione di uno studio televisivo dove quotidianamente viene trasmessa la celebrazione eucaristica oltre a programmi mirati a tutte le fasce d'età ed una considerevole visibilità nelle reti sociali. Tra le iniziative di maggior successo quella chiamata "Dio può", una iniziativa di preghiera e solidarietà, ispirata dall'esempio della Beata Pauline Jaricot, fondatrice della Pontificia Opera della Propagazione della Fede e del Rosario Vivente, che si affidava alla preghiera, all'informazione e alle donazioni caritatevoli e la cui beatificazione avvenuta nel 2022 è stata l'occasione per la riscoperta del suo carisma; così come quella legata al sostegno dei seminari. Ogni donatore prega quotidianamente per un seminarista e lo sostiene con un contributo mensile.<br />"A fare la parte maggiore di tutte le attività messe in piedi in questi anni è stata la consapevolezza della missione che stavamo portando avanti" spiega Padre Wallner. Oggi Missio Austria supporta ogni anno oltre 730 progetti pastorali, medici, sociali ed educativi nelle regioni più povere del mondo. <br /> " Personalmente questi ultimi dieci anni sono stati un'esperienza intensa della Chiesa universale. Ho potuto vedere i volti di chi sosteniamo visitando ben 25 Paesi, tra cui Pakistan, la regione amazzonica, Myanmar e molte nazioni africane. Ho avuto il privilegio di incontrare il "Papa della Missione", Francesco, in sedici occasioni e di conoscere ora Papa Leone XIV che, con la sua esperienza da missionario comprende l'importanza della raccolta fondi” racconta padre Wallner . “Il 3 settembre 2025, quando gli abbiamo donato una motocicletta BMW dei "Jesus Bikers" per apporre il suo autografo, si è seduto su di essa davanti alle telecamere. L'immagine ha fatto il giro del mondo. Successivamente grazie alla messa in vendita della motocicletta attraverso un'asta abbiamo raccolto 130.000 euro che ci hanno permesso di costruire diverse scuole in Madagascar".<br /> A padre Wallner, cui dal 1 settembre succederà padre Johannes Laichner, va il grazie del Comitato esecutivo delle POM attraverso le parole di padre Tadeusz Nowak OMI, segretario generale della Pontificia Opera della Propagazione della Fede e attuale coordinatore ad interim delle POM, che afferma: "Oggi non possiamo che esprimere un grazie dal cuore a padre Wallner che in questi dieci anni ha portato avanti un lavoro missionario instancabile e fecondo e rendere grazie a Dio per averci donato la grazia di poterlo avere con noi in questo cammino".<br /> <br />Thu, 25 Jun 2026 10:39:36 +0200ASIA/INDIA - Nuovi "Regolamenti attuativi" della legge sui finanziamenti esteri alle Ong civili e religiosehttps://fides.org/it/news/77853-ASIA_INDIA_Nuovi_Regolamenti_attuativi_della_legge_sui_finanziamenti_esteri_alle_Ong_civili_e_religiosehttps://fides.org/it/news/77853-ASIA_INDIA_Nuovi_Regolamenti_attuativi_della_legge_sui_finanziamenti_esteri_alle_Ong_civili_e_religioseNew Delhi - Il Ministero degli Interni indiano ha notificato nuovi regolamenti attuativi della "Foreign Contribution Regulation Act " del 2010, la legge che controlla disciplina l'ingresso di fondi e donazioni provenienti dall'estero verso le Organizzazioni non governative e le associazioni civili e religiose operanti in India.<br />Le nuove regole, già operative e legalmente vincolanti, irrigidiscono i controlli e le sanzioni nei confronti delle ONG non in regola con le disposizioni in vigore: le organizzazioni rischiano pesanti multe, il blocco immediato dei fondi e la revoca della licenza. Il governo indiano porta avanti parallelamente due distinti strumenti giuridici che riguardano il “terzo settore”: da un lato i regolamenti attuativi della legge esistente, modificati e ora notificati dal Ministero degli Interni; dall'altro un nuovo disegno di legge di riforma del FCRA, che dovrà essere approvato dal Parlamento .<br />Secondo le nuove norme attuative, le organizzazioni richiedenti non dovranno soltanto dichiarare la finalità precisa dei fondi ricevuti, ma anche indicare specificamente gli Stati o i Territori dell'Unione indiana nei quali il denaro verrà utilizzato. Inoltre, dovranno versare tasse aggiuntive per ogni territorio o finalità supplementare che desiderino inserire successivamente. Le ONG già registrate avranno un anno di tempo per adeguarsi alle nuove disposizioni e comunicare queste informazioni.<br />I nuovi regolamenti intervengono anche specificamente sulle organizzazioni legate alle comunità di fede. Si ribadisce infatti che "nessun fondo proveniente dall'estero può essere utilizzato per attività di proselitismo né destinato alla conversione religiosa di cittadini indiani". Le nuove disposizioni introducono, inoltre, un elenco tassativo di attività consentite. Se in passato le associazioni potevano registrarsi sotto una generica categoria «religiosa», con le nuove regole l'esecutivo ha predisposto una lista dettagliata di 105 attività lecite. Le organizzazioni saranno obbligate a indicare con precisione quali di queste intendano finanziare mediante fondi provenienti dall'estero.<br />Tra le attività ammesse figurano: costruzione, manutenzione e ristrutturazione di luoghi di culto ; stampa, digitalizzazione e traduzione di testi sacri; istruzione religiosa dei propri membri, purché non finalizzata alla conversione; fornitura di servizi assistenziali ai pellegrini e la gestione di mense e alloggi comunitari; tutela e recupero delle tradizioni religiose indigene e tribali.<br />I regolamenti attuativi sono entrati in vigore il 22 giugno 2026 e le ONG hanno già l'obbligo di adeguarsi. Le associazioni già registrate dispongono di un anno per dichiarare la lista dettagliata delle proprie attività secondo il nuovo sistema di classificazione previsto dai moduli governativi.<br />D’altro canto, parallelamente, il "Foreign Contribution Regulation Act Amendment Bill 2026", presentato alla Lok Sabha, la CAmea bassa del Parlamento federale, mira invece a riformare e modificare l'impianto completo della legge del 2010. Il provvedimento attribuisce all'esecutivo poteri ancora più ampi di quelli attuali, istituendo una specifica “Autorità designata” incaricata di confiscare, amministrare, acquisire in modo permanente o anche vendere beni e immobili appartenenti alle organizzazioni cui venga revocata la licenza FCRA. <br />L'iter parlamentare del disegno di legge ha generato forti controversie e proteste sollevate da partiti di opposizione e da numerose organizzazioni del terzo settore. Il governo del primo ministro Narendra Modi giustifica la stretta normativa richiamandosi all'articolo 25 della Costituzione indiana. Sebbene la Carta garantisca la libertà di professare, praticare e propagare la propria religione, la Corte Suprema dell'India ha stabilito in una storica sentenza del 1977 che «il diritto di propagare la religione non include il diritto di convertire un'altra persona».<br />Mentre i sostenitori del governo considerano le nuove misure uno strumento necessario per arginare interferenze e influenze alimentate da capitali stranieri, le organizzazioni della società civile indiana, con associazioni civili e gruppi religiosi, lamentano un ulteriore irrigidimento burocratico che rischia di limitare significativamente le attività del terzo settore e delle organizzazioni impegnate nel campo sociale, educativo e umanitario.<br /> Thu, 25 Jun 2026 08:33:22 +0200ASIA/INDIA - Nominato il Vescovo Ausiliare di Ranchihttps://fides.org/it/news/77852-ASIA_INDIA_Nominato_il_Vescovo_Ausiliare_di_Ranchihttps://fides.org/it/news/77852-ASIA_INDIA_Nominato_il_Vescovo_Ausiliare_di_RanchiCittà del Vaticano - Il Santo Padre ha nominato Vescovo Ausiliare della Arcidiocesi Metropolitana di Ranchi il Rev.do Anand David Xalxo, finora Vicario Generale e Parroco della Cattedrale della medesima Arcidiocesi, assegnandogli la Sede titolare di Tinisa di Numidia.<br />S.E. Mons. Anand David Xalxo è nato il 20 novembre 1975 a Mandar, nell’Arcidiocesi Metropolitana di Ranchi. Dopo aver frequentato il Seminario Minore St. John Vianney Minor Seminary a Kolkata, il Seminario Maggiore St. Albert’s College e il St. Xavier College a Ranchi, ha studiato Teologia presso il St. Albert’s College di Ranchi.<br />È stato ordinato sacerdote il 15 maggio 2006 per la medesima Arcidiocesi Metropolitana.<br />Ha ricoperto i seguenti incarichi e svolto ulteriori studi: Segretario particolare dell’Em.mo Card. Toppo ; Post Graduate Studies in Management in Hospital Administration presso il Muller’s Hospital di Mangalore ; Associate Director della CBCI Society for Medical Education, Nord India ; Presidente del Consiglio dei Sacerdoti Diocesani d’India dell’allora BIJHAN Region ; Membro del Consiglio di Amministrazione della CBCI – Lieven’s Hospital Project, Mandar ; Segretario del Segretario Generale di CBCI Delhi ; Public Relations Officer ; Amministratore della Residenza Arcivescovile di Ranchi ; Parroco e Assistente Vicario della St. Mary’s Cathedral di Ranchi ; Direttore del Social Development Center di Ranchi ; Direttore dei Seminaristi a Ranchi ; Vicario Generale di Ranchi .<br /> Wed, 24 Jun 2026 12:34:59 +0200AFRICA/REPUBBLICA CENTRAFRICANA - Rinuncia e successione del Vescovo di Bangassouhttps://fides.org/it/news/77851-AFRICA_REPUBBLICA_CENTRAFRICANA_Rinuncia_e_successione_del_Vescovo_di_Bangassouhttps://fides.org/it/news/77851-AFRICA_REPUBBLICA_CENTRAFRICANA_Rinuncia_e_successione_del_Vescovo_di_BangassouCittà del Vaticano - Il Santo Padre ha accettato la rinuncia al governo pastorale della Diocesi di Bangassou presentata da S.E. Mons. Juan José Aguirre Muñoz, M.C.C.J. Gli succede S.E. Mons. Aurelio Gazzera, O.C.D., finora Vescovo Coadiutore della medesima Sede.<br /> Wed, 24 Jun 2026 12:31:52 +0200AFRICA/KENYA - “Il teppismo gode di una sanzione ufficiale?” Chiedono i Vescovi dopo l’assalto alla cattedrale anglicana di Nairobihttps://fides.org/it/news/77850-AFRICA_KENYA_Il_teppismo_gode_di_una_sanzione_ufficiale_Chiedono_i_Vescovi_dopo_l_assalto_alla_cattedrale_anglicana_di_Nairobihttps://fides.org/it/news/77850-AFRICA_KENYA_Il_teppismo_gode_di_una_sanzione_ufficiale_Chiedono_i_Vescovi_dopo_l_assalto_alla_cattedrale_anglicana_di_NairobiNairobi – “Di fronte a quanto accaduto nella cattedrale di Ognissanti a Nairobi, dove un incontro è stato interrotto da teppisti che, con immensa arroganza, hanno persino minacciato i poliziotti presenti, ci troviamo davanti a un grave pericolo!”. Lo affermano i Vescovi del Kenya nella lettera pastorale “Che abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza”, presentata ieri, 23 giugno, da Mons. Maurice Muhatia Makumba, Arcivescovo di Kisumu e Presidente della Kenya Conference of Catholic Bishops.<br />L’episodio a cui si fa riferimento è l’assalto, avvenuto il 12 giugno, alla cattedrale di Ognissanti della Chiesa anglicana del Kenya, a Nairobi, da parte di giovani non identificati a bordo di motociclette, durante un forum pubblico convocato per discutere il bilancio nazionale.<br />Dopo aver sopraffatto le forze di sicurezza, gli assalitori si sono introdotti con la forza nella chiesa; alcuni avevano il volto coperto da maschere per nascondere la propria identità. I teppisti hanno lanciato lacrimogeni all’interno dell’edificio e sparato colpi d’arma da fuoco, disperdendo i presenti; successivamente hanno infranto le vetrate della chiesa e danneggiato gli automezzi parcheggiati nelle vicinanze.<br />La polizia è infine intervenuta sparando colpi in aria.<br />“Abbiamo assistito a un episodio simile in una chiesa durante una funzione religiosa qualche mese fa e, pertanto, condanniamo nuovamente tali azioni violente compiute all’interno di un santuario, che costituiscono una palese profanazione di un luogo sacro di culto e una grave violazione dei diritti costituzionali alla libertà di riunione, di associazione e di accesso all’informazione”, affermano i Vescovi cattolici.<br />L’assalto del 12 giugno è stato condannato anche dal National Council of Churches of Kenya, il più grande organismo di coordinamento delle Chiese protestanti e delle organizzazioni cristiane del Kenya. In una dichiarazione pubblicata sui social media, il Consiglio ha definito l’accaduto “una palese e deplorevole mancanza di rispetto nei confronti di un luogo di culto”. Pur senza nominare i responsabili, il NCCK ha descritto l’attacco come “sponsorizzato dallo Stato” e ordinato da un funzionario governativo.<br />Anche i Vescovi cattolici osservano che tali forme di violenza potrebbero avere sponsor politici. “Temiamo che stia crescendo nell’opinione pubblica la preoccupazione che il teppismo riceva un sostegno ufficiale. Il governo può dissipare questo sospetto nella mente dei cittadini? Esiste la volontà politica di affrontare la minaccia del teppismo o ciò non rientra negli interessi dell’élite politica?”, chiedono i Presuli.<br />Il Inter-Religious Council of Kenya ha commentato l’attacco affermando: “Nessuna minaccia o atto di violenza dissuaderà i keniani dall’esercitare i propri diritti”. Il Consiglio ha poi aggiunto: “Chiediamo alle forze dell’ordine di proteggere le manifestazioni pacifiche e di assicurare i responsabili alla giustizia”.<br />Anche il Supreme Council of Kenya Muslims ha condannato l’attacco. In una dichiarazione, il Consiglio ha definito l’assalto alla chiesa anglicana “un’inaccettabile manifestazione di intolleranza politica” e ha chiesto un’azione immediata nei confronti dei responsabili. <br />Wed, 24 Jun 2026 10:23:15 +0200Cardinali Vesco e Marengo: «Alla scuola degli Atti degli Apostoli, nei deserti del mondo»https://fides.org/it/news/77849-Cardinali_Vesco_e_Marengo_Alla_scuola_degli_Atti_degli_Apostoli_nei_deserti_del_mondohttps://fides.org/it/news/77849-Cardinali_Vesco_e_Marengo_Alla_scuola_degli_Atti_degli_Apostoli_nei_deserti_del_mondodi Marie-Lucile Kubacki<br /> <br />Roma - Alla scuola degli Atti degli Apostoli, i Cardinali Jean-Paul Vesco, Arcivescovo di Algeri, e Giorgio Marengo, Prefetto apostolico di Ulan Bator, hanno accettato di rileggere insieme per Fides la loro esperienza in Algeria e in Mongolia. Tra il deserto del Sahara e la steppa del Gobi, descrivono una missione intesa non come attivismo ma come presenza umile e colma di speranza, chiamata ad annunciare il Vangelo nel cuore di società non plasmate dal cristianesimo.<br /><br /> <br />Nella sua lettera ai cardinali di aprile, Papa Leone XIV parla della «necessità di rilanciare» l’Esortazione apostolica Evangelii gaudium, a proposito della missione della Chiesa. Come risuona per voi la parola «missione»?<br /> <br />Cardinale Jean-Paul Vesco: Per me, la parola «missione» risuona anzitutto come una domanda: « Perché siamo qui? Perché restiamo? Che cosa vogliamo vivere? ». Credo che questa domanda del « perché » sia più feconda di quella del « come ». Vivendo in un Paese in cui la nostra Chiesa è minoritaria e giuridicamente limitata, ho imparato che la missione non si misura dalla quantità delle cose che facciamo, né dalla visibilità delle nostre iniziative, ma dalla verità della nostra presenza e dalla qualità della nostra speranza. Paragono spesso la nostra Chiesa a una persona con disabilità: dall’esterno si vede soprattutto ciò che non può fare; ma di ciò che fa, ne conosce il prezzo. Allo stesso modo, la missione non è una prestazione, ma una fedeltà. L’essenziale non passa anzitutto attraverso le parole. Noi predichiamo il Messia crocifisso con ciò che siamo, con il nostro modo di abitare le relazioni nel rispetto della fede dell’altro. La missione, per me, consiste nel lasciare trasparire la nostra speranza, spesso in modo discreto, quasi fragile…<br /> <br /><br />Cardinale Giorgio Marengo: Quando sento la parola « missione », soprattutto alla luce di Evangelii gaudium, penso immediatamente a una relazione: quella che unisce Colui che invia e colui che è inviato. Il sostantivo « missione » viene dal verbo latino mittere, inviare. Esso suppone una relazione viva tra chi invia e chi è inviato. Non è: « fammi questa commissione, vai a portare questo libro »; è qualcosa di diverso. La missione si vive a un livello profondo, là dove doniamo noi stessi, altrimenti rischiamo di restare in superficie, di « fare » trascurando « l’essere ». In un contesto come quello della Mongolia, dove l’annuncio esplicito è regolamentato e dove la Chiesa è molto piccola, la missione assume il volto della discrezione e della prossimità. Cito spesso questa osservazione di una catechista mongola che un giorno disse: agli inizi, in Mongolia, la Chiesa non ha inviato pacchi di libri, ma ha inviato persone. La missione si vive in questa presenza umile e relazionale che permette a Cristo di raggiungere i cuori attraverso mediazioni umane molto semplici.<br /> <br /> <br />Vivete entrambi in Paesi segnati da grandi deserti – Sahara o Gobi. In che modo questa esperienza ha plasmato il vostro modo di comprendere la missione?<br /> <br /> <br />Cardinale Jean-Paul Vesco: In Algeria, la maggior parte del Paese è effettivamente un deserto. Ma l’80% della popolazione vive sul 20% del territorio: il deserto è immenso, ma vi abitano poche persone. Al mio arrivo, all’inizio degli anni 2000, ho vissuto un anno e mezzo a Béni-Abbès, là dove Charles de Foucauld aveva fondato il suo primo eremo, per impararvi l’arabo. In un certo senso, è stato lui a portarmi in Algeria. Là ho davvero fatto l’esperienza del deserto: l’immensità, l’incontro con i nomadi… Credo che sia stato l’anno più felice della mia vita. È il mio paradiso perduto. Quando sono stato eletto priore della Provincia domenicana di Francia e ho dovuto rientrare in Francia in ventiquattro ore, mentre ero vicario generale della diocesi di Orano, ho attraversato una crisi esistenziale. Uno dei segni era che non riuscivo più a pregare Charles de Foucauld, che avevo lasciato in Algeria: avevo l’impressione di averlo perduto. Un giorno, a Parigi, sono entrato nella chiesa di Saint-Augustin, proprio là dove si era convertito. Rileggendo la preghiera di abbandono, tutto si è pacificato in me: ho capito che potevo essere di nuovo felice là dove mi trovavo, a Parigi o altrove, con Charles de Foucauld. Nel deserto si ha bisogno di una guida. Ho camminato molto con un amico nomade che faticavo a seguire, e ho capito la differenza tra camminare sulle tracce di qualcuno e camminare nei suoi passi. Quando riuscivo a mettere i miei passi nei suoi, era del tutto diverso: avevo la sua energia. Mi sono detto: camminare alla sequela di Cristo e camminare nei suoi passi sono due cose diverse. Per me, la missione è imparare poco a poco a camminare nei suoi passi piuttosto che limitarsi a seguirne la traccia.<br /> <br />Cardinale Giorgio Marengo: Quando sono diventato vescovo, poiché la Chiesa in Mongolia non è ancora una diocesi ma una Prefettura apostolica, ho ricevuto il titolo di un’antica diocesi che non esiste più: Castra Severiana, in Algeria. Ero felice di essere legato a quella parte del mondo, al deserto e a Charles de Foucauld. Non ho vissuto nel deserto, ma ho trascorso quattordici anni in una regione della Mongolia molto vicina al deserto del Gobi, il più grande deserto freddo del mondo. È lì che Teilhard de Chardin ha condotto i suoi studi e composto la sua meditazione « la messa sul mondo ». Vi sono andato spesso per visite e per esplorazione. Per me, il deserto è anzitutto l’esperienza del vuoto: l’estensione incalcolabile dello spazio. Quando mi trovo nel mezzo del deserto, mi sento invitato a passare a un livello superiore, perché la rarità delle relazioni fa sì che ogni cosa assuma più peso. Si possono avere conversazioni che in città è più difficile avere, perché ciascuno si apre di più. L’immensità e l’intimità sono legate. Si percepisce la propria piccolezza e, paradossalmente, le ombre del mattino e della sera sono molto lunghe, perché il sole sorge e tramonta molto basso sull’orizzonte. Come se fossimo chiamati a qualcosa di più grande di ciò che immaginiamo. Questo plasma il mio modo di comprendere la missione: meno come una molteplicità di iniziative e più come alcune relazioni molto dense, in quel vuoto che rende tutto più prezioso.<br /><br /> <br /><br />Oggi vivete in grandi capitali. In che cosa la città cambia il modo di vivere la missione rispetto al deserto?<br /><br /> <br />Cardinale Jean-Paul Vesco: Per me, il deserto è nella città. Ho sperimentato l’oasi di Béni-Abbès come un luogo di socialità estremamente forte, dove si è sempre in relazione. A Orano è già diverso e, quanto più la città cresce, tanto più essa diventa per me un deserto: le persone sono più isolate, è più difficile entrare in relazione. Essere cristiani in una società musulmana è molto più facile a Béni-Abbès che ad Algeri. Guardate all’esperienza di René Voillaume, fondatore dei Piccoli Fratelli di Foucauld. Volendo seguire l’esempio di Charles de Foucauld, si reca a El Abiodh Sidi Cheikh nel deserto e vi fonda un monastero. Ma dopo la guerra, i fratelli comprendono che il deserto è nella città, là dove si trovano le povertà, e la famiglia di Foucauld opera un cambiamento completo di spiritualità. La missione, per noi, consiste allora nell’abitare questi « deserti urbani », fatti di solitudine e di povertà relazionale.<br /> <br />Cardinale Giorgio Marengo. Per me, è più facile essere in rapporto con Dio nel deserto che in città. Questo non significa che sia impossibile, ma nel deserto si è aiutati dal paesaggio e dal contesto. Si è naturalmente più disposti a pensare, mentre nella città si è distratti. Le città sono luoghi di grande solitudine, ma spesso si tratta di una solitudine negativa, in mezzo alla folla, mentre nel deserto si può sperimentare una solitudine positiva. Ulaanbaatar, per esempio, è una città molto congestionata. Dopo gli anni 2000, ha conosciuto un’esplosione demografica: metà della popolazione del Paese si trova oggi in uno spazio ridotto, pur continuando a pensare in modo nomade. Le sfide della convivenza sono grandi. Sono convinto che occorra avere spazi di silenzio nel cuore delle città, possibilità di ascoltare una parola di sapienza. I monasteri buddhisti disseminati nella capitale sono per la gente luoghi di grande riflessione. Nella Chiesa, desideriamo che anche le nostre parrocchie siano luoghi di pace e di incontro con Dio e tra noi. Questa è, a mio avviso, la prima vocazione delle parrocchie nelle città di oggi.<br /> <br /><br />Nei vostri Paesi non si tratta di proselitismo, e le Chiese vivono con forti vincoli legali e culturali. In che modo questi limiti ridefiniscono la missione?<br /><br /> <br />Cardinale Jean-Paul Vesco: Quando mi si dice: « Siete limitati », spesso il tono è peggiorativo e non mi sembra giusto. Prendo due esempi. Il primo è quello della danza classica. Le ballerine danno l’impressione di avere un corpo senza limiti, in tutta leggerezza, ma ciò avviene al prezzo di un lavoro immenso entro un quadro estremamente vincolante. Il secondo è quello delle persone con disabilità che citavo poco fa. Per me, questi due esempi si ricongiungono. Nella mia missione di evangelizzazione, vi è forse una cosa essenziale che io non possa fare in Algeria? In fondo, ben poco! Noi predichiamo con ciò che siamo e con la nostra speranza.<br /> <br /><br />Cardinale Giorgio Marengo: Mi ritrovo in ciò che esprimi. La questione del limite ci aiuta a restare in contatto con l’essenziale. Talvolta, quando si pensa di poter fare tutto, si corre il rischio di perdersi e di esaurirsi in una molteplicità di attività. In questo senso, paradossalmente, vivere la propria fede in un contesto di minoranza con maggiori limiti esterni è un esercizio verso una libertà più grande. Questo ci spinge ad aderire a ciò che è veramente essenziale. Il vincolo legale e culturale diventa un aiuto indiretto per andare a ciò che conta davvero.<br /> <br /><br />Ma si può ancora parlare di missione quando l’annuncio esplicito è limitato e tutto deve essere vissuto con grande discrezione?<br /> <br />Cardinale Jean-Paul Vesco: Non posso ridurre la missione a una dialettica esplicito/implicito. Quello che so è che parlo molto più di Dio in Algeria che in Europa, perché la gente mi interroga molto di più, senza sosta. La questione più profonda per me è quella della verità che riconosco nella fede dell’altro. Penso alla frase di Pierre Claverie: « Sono credente, credo che ci sia un Dio, ma non ho la pretesa di possedere quel Dio… Dio non si possiede. Non si possiede la verità, e io ho bisogno della verità degli altri ».<br />Nella mia esperienza concreta, discreto significa poco visibile, ma anche rispettoso. La nostra presenza è discreta perché rispetta la voce dell’altro. La discrezione può essere un segno di finezza, di rispetto e di realismo: non porre la domanda di troppo, quella che spezzerebbe un rapporto di fiducia appena abbozzato. Penso al mio primo Natale in Algeria: nessun segno esteriore per le strade, e tuttavia nelle nostre comunità una gioia molto forte, di cui molti conservano la nostalgia. Quando sono rientrato in Francia, mi sono detto: finalmente un Natale tradizionale! E invece mi mancava il Natale d’Algeria, che è incomparabile.<br />Spesso alcuni ci rimproverano di fare opere sociali senza parlare di Cristo. Non ce lo proibiamo. Amo questa frase di Desmond Tutu: « La mia vita è il vangelo che molte persone leggeranno ». Non si tratta di parlare incessantemente di Lui, ma di renderlo visibile attraverso le nostre vite. Ed è nella domanda che nasce nell’altro — « perché siete qui? » — che risiede, credo, una grande forza missionaria.<br /> <br /><br />Cardinale Giorgio Marengo: Conosco bene questa citazione di Pierre Claverie, che ammiro molto. Ogni anno riflettiamo con i missionari sul fatto che la missione deve essere vissuta a un livello profondo, donando una parte di noi stessi; altrimenti rischiamo di restare in superficie, di « fare » trascurando « l’essere ».<br />Ha senso parlare di missione quando l’annuncio è così limitato? La risposta è sì, come ha spiegato Papa Francesco in Evangelii gaudium. La missione non è anzitutto un’azione esteriore, ma una presenza umile e relazionale, portata dalla gioia del Vangelo. In Occidente, talvolta ho constatato che si accolgono volentieri i progetti di sviluppo, ma ci si irrita quando si dice: « Siamo qui per Cristo ». L’importante è ritornare a questa relazione con Cristo. Come diceva una delle nostre catechiste, Rufina: « La Chiesa ha inviato delle persone, non ha inviato pacchi di libri ». Se la missione consistesse solo nel diffondere un messaggio, basterebbe inviare un SMS a tutti. Ma la missione è molto più bella: è una relazione viva con Cristo, che ci prende così come siamo e ci introduce in una circolazione di amore, di gioia e di pienezza.<br /> <br /><br />In Europa, la fede ha plasmato cattedrali; in Mongolia i nomadi vivono in strutture leggere come la ger. Quali forme di Chiesa vi sembrano più adatte alla missione oggi?<br /><br /> <br />Cardinale Jean-Paul Vesco: Penso a frère Roger Schutz, fondatore di Taizé. All’inizio, i fratelli si riunivano nella piccola cappella romanica del villaggio. Poi, misteriosamente, arrivarono dei giovani e un fratello architetto cominciò a realizzare una chiesa in cemento. Un giorno, frère Roger venne a vedere i lavori e ripartì furioso, perché trovava che si fosse irrigidito tutto. Ma qualche settimana prima di Pasqua, i fratelli si resero conto che la chiesa era troppo piccola. Il fratello architetto disse: « C’è una sola cosa da fare: abbattere la facciata ». Da allora, la struttura iniziale in pietra è rimasta, accompagnata da una parte modulabile. È ciò che frère Roger chiamava la « dinamica del provvisorio ». In Algeria, il nostro rapporto con il luogo è particolare: la prima evangelizzazione è avvenuta prima di sant’Agostino, poi ci sono state l’islamizzazione e la colonizzazione. La maggior parte delle chiese che sono esistite è in rovina o è diventata moschea. Viviamo tra tracce di patrimonio e fragilità presente. Le due dinamiche, quella della pietra e quella della tenda, sono importanti. L’architettura è anche un modo di esistere; è un potere. Quando si costruisce una cattedrale, inevitabilmente c’è anche l’ego di coloro che l’hanno costruita. E poi c’è la trascendenza, c’è la bellezza, e questa bellezza sostiene la preghiera. Ma che cosa è giusto e che cosa non lo è? È un discernimento costante.<br /> <br />Cardinale Giorgio Marengo: Per le giovani Chiese, è importante guardare alle società in cui la fede cristiana ha plasmato l’arte, la musica, l’architettura sacra. Uno degli effetti dell’evangelizzazione è che l’incontro con Cristo plasma non solo la vita degli individui, ma anche uno stile di vita, scelte politiche, scelte artistiche. Nello stesso tempo, apprezzo l’idea della « provvisorietà » e della leggerezza, tipiche della cultura nomade mongola, con la sua frugalità: non spendere troppo denaro per mantenere gli edifici. Il rischio per noi missionari è di arrivare e costruire subito delle cose. Proveniamo da realtà in cui la Chiesa è anche un luogo fisico e talvolta costruiamo prima gli edifici, pensando che la comunità arriverà in seguito. In Mongolia siamo 64 missionari di 29 nazionalità diverse: ciascuno porta in sé il modello di Chiesa del proprio Paese e talvolta desidera riprodurlo. Il desiderio di costruire belle chiese nasce da un’intenzione molto bella. Ma per me resta una questione aperta: come articolare la leggerezza e il provvisorio, molto in sintonia con la cultura mongola, con la dimensione positiva e legittima di un luogo di culto stabile? Forse siamo chiamati a inventare forme ibride.<br /> <br />Ultima domanda: vivete entrambi in Chiese che sono ancora agli inizi, sebbene entrambe siano segnate da una presenza antica. In che modo la Chiesa delle origini, quella degli Atti degli Apostoli, può costituire una fonte di ispirazione?<br /> <br />Cardinale Jean-Paul Vesco: È vero che la nostra Chiesa assomiglia alla Chiesa degli inizi degli Atti degli Apostoli, e constatarlo ci sostiene molto. Come la Chiesa primitiva, aspiriamo a essere un cuor solo e un’anima sola; e, come essa, siamo attraversati da lacerazioni, conflitti, mancanze di fiducia, gelosie. Come essa, abbiamo regolarmente l’impressione di dover ripartire da zero e ricostruire, e percepiamo in modo molto più concreto e incarnato le difficoltà che si lasciano ascoltare tanto negli Atti degli Apostoli quanto nelle lettere di Paolo. Come nei tempi della primissima Chiesa, ci meravigliamo di ciò che lo Spirito può fare nelle vite in modo umanamente inspiegabile. E nello stesso tempo vediamo il Divisore all’opera all’interno della nostra comunità. E tra il piccolissimo numero di cristiani algerini della nostra Chiesa, quattro sono deceduti in questi ultimi tre anni, tra cui uno dei nostri due seminaristi, accolto come un dono di Dio. Due battezzati della Pasqua 2025 sono saliti al cielo entro sei mesi dal loro battesimo e un’altra è stata gravemente ferita in un improbabile incidente domestico due giorni dopo aver chiesto il battesimo. È senza dubbio la grazia degli inizi: vivere in presa diretta queste tribolazioni del Maligno e anche la forza del soffio dello Spirito.<br />Durante la visita del Santo Padre nell’aprile scorso, speravo di presentargli un’Algeria sorridente e bagnata di sole. Invece, un infuriare degli elementi ha messo a dura prova una parte di ciò che avevamo preparato. Ne sono rimasto ferito, finché non ho compreso che, lungi dall’immagine da cartolina che avevo desiderato, era una piccola Chiesa dal cuore ardente, in lotta contro vento e marea, a mostrarsi nella verità.<br /> <br />Cardinale Giorgio Marengo: In Mongolia ci riferiamo spesso agli Atti degli Apostoli come nostra ispirazione. Vi troviamo descritta la nostra realtà di tutti i giorni, tra luci ed ombre, e per questo attingiamo fiducia e speranza. Sentiamo forte la responsabilità di accompagnare la prima generazione di cristiani, che hanno molto da darci, con la loro freschezza nell’adesione di fede. In particolare, ci interessa la dinamica testimoniata dal libro degli Atti dell’annuncio evangelico al mondo non-giudaico. In quelle fasi primordiali della Chiesa nascente si maturò la convinzione che il Vangelo era per tutti e dunque occorreva rivolgersi anche ai popoli non direttamente legati all’esperienza di Israele. Come succede a noi, nell’incontro con le tradizioni religiose dell’Asia. Alla scuola degli Atti, sentiamo di essere chiamati a “sussurrare il Vangelo al cuore della Mongolia”, attraverso la testimonianza semplice e discreta che fiorisce in relazioni di autentica fraternità. Wed, 24 Jun 2026 08:54:47 +0200ASIA/MYANMAR - Vescovo nello stato Kachin, nel mezzo del conflitto: "Senza l’aiuto di Dio non possiamo fare nulla. Dico ai fedeli: preghiamo di più"https://fides.org/it/news/77848-ASIA_MYANMAR_Vescovo_nello_stato_Kachin_nel_mezzo_del_conflitto_Senza_l_aiuto_di_Dio_non_possiamo_fare_nulla_Dico_ai_fedeli_preghiamo_di_piuhttps://fides.org/it/news/77848-ASIA_MYANMAR_Vescovo_nello_stato_Kachin_nel_mezzo_del_conflitto_Senza_l_aiuto_di_Dio_non_possiamo_fare_nulla_Dico_ai_fedeli_preghiamo_di_piudi Paolo Affatato <br /><br />Myitkyina - “Gesù nel Vangelo ci dice: non abbiate paura. Questo è il mio motto. Dio ci aiuterà, qualunque cosa accada. Nella nostra situazione, bisogna affidarsi a Dio. Dico al mio popolo: preghiamo di più”. È la testimonianza di fede rilasciata all'Agenzia Fides da John Mung Ngawn La Sam, Vescovo di Myitkyina, la capitale dello Stato Kachin, un territorio segnato da intensi combattimenti per la guerra civile in corso in Myanmar. Nello stato situato nel Nord del Myanmar continuano gli scontri tra l’esercito e i gruppi di opposizione, che uniscono le People’s Defence Forces e i gruppi armati delle minoranze etniche come l’Esercito per l’Indipendenza Kachin , e la situazione rimane fortemente instabile. <br />Il Vescovo dice a Fides che “la gente lotta per sopravvivere” e, mentre tutto il sistema scolastico è frammentato o interrotto a causa della guerra, anche l’istruzione è affidata “alla buona volontà di tanti, come le suore e i catechisti che organizzano classi informali per bambini e ragazzi”. “Nella nostra situazione – prosegue – si vive alla giornata, i fedeli hanno dovuto lasciare i villaggi e le parrocchie, sono stati costretti a fuggire, ma in tanti luoghi, come i campi profughi e gli insediamenti informali, data la persistenza di una vita da sfollati, si è quasi trovato un certo equilibrio. Cioè, la gente si è quasi abituata a questa vita di precarietà, che però non può essere il nostro futuro”, dichiara. <br />“Siamo tutti stanchi del conflitto. Centinaia di migliaia di sfollati soffrono”, racconta, parlando del grave impatto umanitario su circa 250mila persone nello Stato Kachin, secondo le recenti stime dell'Alto Commissariato Onu per i Rifugiati. “Sono sistemati nei campi profughi o in piccoli accampamenti in aree boschive dove si sono radunati. Vivono tutti insieme: cristiani e buddisti. Ogni tanto vado a visitarli e celebriamo la Messa insieme. Nei mesi del 2026 ho celebrato, nel complesso, ben 900 cresime di ragazzi tra i 12 e i 15 anni. Sono ragazzi con la luce di Cristo negli occhi e nel cuore: sono loro la nostra speranza, la loro vita è un grande segno di speranza”, ricorda. <br />Prosegue il Vescovo: “Ascolto le sofferenze degli sfollati e mi commuovo. Tramite Karuna, la nostra Caritas, li aiutiamo e provvediamo ai beni di prima necessità. E dico solo una cosa: dobbiamo pregare di più, non c’è altra soluzione. Pregare è importante, è il legame che ci tiene uniti al Signore, chiediamo a Lui di aiutarci e di prendersi cura di noi in questa precaria situazione”, racconta. Il Vescovo può ancora abitare nella cattedrale di Myitkyina perché, riferisce, “in città non si combatte perchè Myitkyina è controllata dall'esercito regolare”, ma la tensione si avverte comunque. <br />Dice La Sam: “Dobbiamo avere fede e sperare con tutto il cuore. Dobbiamo credere che il prossimo anno sarà migliore di quest’anno. Dobbiamo pregare di più, lo dico sempre ai fedeli”. “Non possiamo fare altro che aspettare e pregare. Perché senza l’aiuto di Dio non possiamo fare nulla. Così speriamo che si possa iniziare un percorso di riconciliazione nazionale che, se Dio vuole, sarà possibile attuare e ci ridonerà la pace”, conclude.<br />Situato nell’estremo nord del Paese, al confine con la Cina e l’India, lo Stato Kachin è uno dei più colpiti dalla guerra civile scoppiata dopo il colpo di stato militare del febbraio 2021. Il conflitto nella regione, tuttavia, ha radici più antiche: la tregua tra l’esercito birmano e il KIA era già saltata nel 2011 e la conflittualità riguardava anche il controllo delle risorse naturali come legname e miniere di giada, di cui la regione è ricca. Capitale dello Stato Kachin, Myitkyina ospita attualmente il quartier generale del Comando militare settentrionale dell’esercito birmano e resta presidiata in modo massiccio dai militari governativi. Nelle aree circostanti, il territorio è teatro di scontri, combattimenti, agguati, bombardamenti che colpiscono i villaggi, con gravi ripercussioni sulla popolazione civile. In un quadro di emergenza umanitaria, la Chiesa cattolica locale rappresenta uno dei pochi baluardi di assistenza, supporto psicologico, istruzione, coesione sociale e interreligiosa e accompagnamento spirituale dei profughi.<br /> Wed, 24 Jun 2026 08:23:28 +0200Dalle urne colombiane esce un Paese divisohttps://fides.org/it/news/77847-Dalle_urne_colombiane_esce_un_Paese_divisohttps://fides.org/it/news/77847-Dalle_urne_colombiane_esce_un_Paese_divisoBogotà - di Cosimo Graziani<br />Bogotà - In Colombia il turno di ballottaggio delle elezioni presidenziali ha fatto registrare - esito annunciato sulla base dei cosiddetti “risultati preliminari” - una vittoria del candidato di destra Abelardo de la Espriella. Secondo le proiezioni in attesa di conferma definitiva, il vantaggio di de la Espriella sul candidato della coalizione di sinistra Ivàn Cepeda, appoggiato dal Presidente uscente Gustavo Petro, sarebbe inferiore all’1%. Ma de la Espriella ha fatto la mossa di accreditare da subito come acquisito il risultato favorevole, proclamandosi presidente. Dal fronte opposto, Cepeda ha dichiarato di voler aspettare il conteggio ufficiale prima di riconoscere il risultato finale e di volere contestare i risultati in 27mila sezioni, il 27% del totale. Commentando le parole di de la Espriella, il presidente Petro ha dichiarato che fino ai risultati ufficiali “nessuno può dichiararsi presidente”. Alle elezioni ha partecipato il 63% degli elettori, un record per il Paese sudamericano.<br />La Colombia viene da un quadriennio di presidenza di sinistra, un’eccezione rispetto alla tendenza del Continente sudamericano, dove negli ultimi anni sono stati eletti presidenti di destra, come Javier Milei in Argentina. Ma in Colombia il dopo voto si preannuncia una situazione differente rispetto ad altri Paesi: se i risultati preliminari dovessero essere confermati – di solito la variazione con i dati confermati è di pochi decimali – la situazione che si presenterebbe per il nuovo presidente è quella di un Paese polarizzato.<br /><br />Ciò rischia di infiammare il dibattito nazionale, considerate le politiche che de la Espriella vorrebbe approvare: il suo programma è intitolato “Patria Milagro” e mette in agenda tra le altre cose la proibizione dell’aborto, la proibizione del matrimonio per le coppie dello stesso sesso e la proibizione delle adozioni per queste coppie. Per questo la sua vittoria è vista come una sciagura dai gruppi LGBTQ+. Ma a preoccupare settori più ampi di popolazione sono sono state le dichiarazioni generali fatte sui suoi avversari politici: durante la campagna elettorale ha dichiarato tra le altre cose di voler “sventrare le persone di sinistra”, nel caso avesse preso il potere. Le sue proposte prevedono anche di voler smembrare la “Paz Total”, le politiche di dialogo con i gruppi armati attivi nel Paese che Petro aveva iniziato durante la sua presidenza. L’idea di de la Espriella è quella di attutare un piano di “scontro di novanta giorni”, nei quali cercare affrontare questi gruppi armati. <br /><br />Secondo analisti citati dal quotidiano El Pais, il piano prevede colpirli e di colpire anche le loro infrastrutture con azioni armate. Si i tratta di una postura securitaria, che il candidato di destra vorrebbe far sfociare nella costruzione di dieci nuove mega carceri.<br />A favorire il risultato a vantaggio di de la Espriella ci sarebbe stato secondo buona parte degli analisti anche il fallimento delle politiche di Gustavo Petro in questi anni, sfociati nell’ultimo periodo in alti tassi di disapprovazione da parte della popolazione. Cepeda quindi, in quanto candidato del presidente uscente, avrebbe sofferto del voto di protesta contro Petro.<br />La Conferenza episcopale colombiana al momento ancora non si è espressa nei confronti dei risultati delle elezioni, sebbene non sia rimasta silente nelle settimane anteriori. Il 17 giugno, dopo aver partecipato a Roma all'Udienza Generale di Papa Leone XIV, i membri della Presidenza della Conferenza episcopale di Colombia - il Vescovo Francisco Javier Múnera Correa, Presidente della Conferenza Episcopale Colombiana; il Vescovo Gabriele Ángel Villa Vahos, Vicepresidente; e il Vescovo Germán Medina Acosta, Segretario Generale - avevano rivolto un messaggio al popolo colombiano, invitando tutti ad affrontare le elezioni del 21 giugno con speranza, responsabilità e serenità, e a continuare a costruire percorsi di riconciliazione, fraternità e armonia.<br /><br />Il 19 giugno i Vescovi hanno anche convocato una giornata di preghiera in vista delle elezioni. L’iniziativa dei vescovi ha chiamato tutti i partecipanti alla preghiera per la pace, la riconciliazione e il discernimento dei cittadini, oltre al rafforzamento dell’unità nazionale, in un momento in cui, come hanno notato i vescovi, il Paese appare letteralmente “spaccato in due”. Wed, 24 Jun 2026 23:51:15 +0200Tra neo-messianismi politici e realismo agostiniano. Studiosi e analisti rileggono il magistero di Leone XIV su politica internazionale e scenari globalihttps://fides.org/it/news/77846-Tra_neo_messianismi_politici_e_realismo_agostiniano_Studiosi_e_analisti_rileggono_il_magistero_di_Leone_XIV_su_politica_internazionale_e_scenari_globalihttps://fides.org/it/news/77846-Tra_neo_messianismi_politici_e_realismo_agostiniano_Studiosi_e_analisti_rileggono_il_magistero_di_Leone_XIV_su_politica_internazionale_e_scenari_globaliRoma – A un anno dall’elezione di Papa Leone XIV, una conferenza pubblica presso la Pontificia Università Gregoriana ha offerto una delle prime letture complessive del suo pontificato sul piano della politica internazionale e della diplomazia della Santa Sede. <br />Inserita nel “Rome Summer Seminar on Religion and Global Politics” e organizzata dalla Scuola Sinderesi con il patrocinio del Centro Alberto Hurtado Fede e Cultura, la serata ha coniugato ricostruzione storica e analisi teologico‑politica, evitando ogni allineamento partitico.<br />Aprendo l’incontro, l’Arcivescovo Samuele Sangalli, Segretario aggiunto del Dicastero per l’Evangelizzazione e coordinatore della Scuola Sinderesi, ha ricordato che “a poco più di un anno dalla sua elezione, è sembrato particolarmente opportuno fermarsi a riflettere sull’impatto del pontificato di Papa Leone XIV nel contesto della politica globale” e chiedersi quale “forma stia assumendo il ministero petrino sotto Papa Leone XIV di fronte alle profonde trasformazioni in atto nella politica internazionale”. L’Arcivescovo ha sottolineato che la Santa Sede è chiamata a esercitare “una missione di salvaguardia di quei fondamentali valori umani e spirituali senza i quali la convivenza umana non migliorerà né porterà bene alle future generazioni”.<br />La relazione principale è stata affidata allo storico Massimo Faggioli, che ha collocato il primo anno di Leone XIV nel contesto di un ordine internazionale in rapido deterioramento. Faggioli ha richiamato una sequenza di crisi tra gennaio e febbraio 2026 – dall’operazione militare in Venezuela alle minacce contro la Groenlandia e Cuba, seguite da azioni armate contro l’Iran e dal riaccendersi del conflitto in Libano – come il momento in cui “abbiamo visto una sorta di secondo inizio” del pontificato riguardo alle questioni urgenti poste in primo piano dall’attualità globale.<br />Al centro dell’analisi è stata posta l’insistenza di Leone XIV sul multilateralismo. Citando il discorso papale del 9 gennaio al Corpo Diplomatico, Faggioli ha osservato che “una diplomazia che promuove il dialogo e cerca il consenso tra tutte le parti viene sostituita da una diplomazia fondata sulla forza, da parte di singoli attori o di gruppi di alleati”. In quello stesso intervento, Leone XIV ha avvertito che “il principio affermatosi dopo la Seconda guerra mondiale, che proibiva alle nazioni di usare la forza per violare i confini altrui, è stato completamente compromesso” e che la pace è sempre più cercata “attraverso le armi, come condizione per affermare il proprio dominio”, con una grave minaccia per lo stato di diritto.<br />Faggioli ha poi attirato l’attenzione sulla visita, apparentemente insolita e brevissima, del Papa al Principato di Monaco. Il relatore ha riproposto una lunga citazione del Cardinale Pietro Parolin, in cui il Segretario di Stato ha sottolineato l’importanza che la Santa Sede attribuisce ai piccoli Stati come “naturali custodi del multilateralismo”. Secondo Parolin, “per i piccoli Stati, lo Stato di diritto non è un peso ma la più grande garanzia di sopravvivenza e di libertà”, e oggi l’influenza internazionale “non si misura più solo con la forza militare, ma con la credibilità morale e la capacità di fungere da ponti neutrali di riconciliazione”. Per Faggioli, proprio questa sottolineatura fa percepire quella che poteva apparire come una visita di protocollo come un gesto programmatico a favore di una “Pax Vaticana” distinta sia dall’antica «Pax Romana» sia dalla moderna «Pax Americana».<br /><br />La conferenza ha preso in esame anche la prima enciclica di Leone XIV, Magnifica Humanitas, sull’intelligenza artificiale. Faggioli ha notato come la sua ricezione è stata rilevante anche da parte di “interlocutori insoliti per la Chiesa cattolica” e tutti hanno potuto registrare come la Santa Sede “colloca la propria voce in questa corsa all’IA, che è soprattutto una corsa tra Stati Uniti e Cina”. Al tempo stesso, Faggioli ha suggerito che il testo rivela “una certa solitudine della Santa Sede nell’affrontare questioni che un tempo sarebbero state assunte dai Partiti internazionalisti o socialisti”, fino al punto che, “in modo molto singolare, la Chiesa cattolica, nella sua natura internazionale, è davvero l’ultima ‘Internazionale’”.<br />Da una prospettiva europea, Faggioli ha indicato il recente viaggio di Leone XIV in Spagna e il suo discorso alle Cortes come una sorta di “grande apertura” del pontificato verso il Continente, con “molti richiami al discorso di Benedetto XVI al Bundestag”, in un momento in cui l’Europa può sentirsi “orfana o, peggio, minacciata dall’alleato di sempre, gli Stati Uniti”.<br />Nel dibattito successivo, animato a cui hanno preso parte anche il professor Michael Driessen, della John Cabot University, e la dottoressa Antonella Piccinin, della Notre Dame University - il politologo Fabio Petito ha collocato l’Enciclica Magnifica Humanitas in una più ampia ricerca di un “nuovo multilateralismo”. A suo avviso, il documento segnala che la Santa Sede intende “dare peso e centralità a una ri‑articolazione della dignità umana nel governo globale del mondo che verrà”. Egli ha suggerito che un futuro ordine mondiale insieme giusto e pacifico dovrà superare una semplice “balance of power” tra grandi Stati e fondarsi invece su un rinnovato ius gentium, “un nuovo ius gentium interculturale”, capace di integrare le prospettive delle civiltà emergenti e delle tradizioni religiose.<br />Un altro relatore, il professor Adrian Pabst, ha messo in luce i fondamenti teologici dell’approccio di Leone XIV, confrontando un “realismo” secolare che presuppone uno stato di natura violento con il realismo connesso alla esperienza agostiniana della storia. Per Agostino e per Leone XIV, ha affermato, il realismo consiste nel “cercare come trasformare la città terrena sempre più in direzione della Città di Dio”, guidati dall’ordo amoris, l’“ordine dell’amore”. In questa prospettiva, le strutture politiche e giuridiche sono chiamate a essere permeate dalla carità: “il realismo che Papa Leone XIV, come i suoi predecessori, propone è un ordine non fondato sul potere, non fondato unicamente sul diritto, ma in realtà sull’amore”.<br />I partecipanti hanno sollevato domande sulle recenti affermazioni del Papa circa l’inadeguatezza delle categorie tradizionali di “guerra giusta”, sulla sua costante promozione della non‑violenza e del disarmo, e sulla disponibilità ripetutamente espressa a offrire la Santa Sede come sede neutrale di dialogo nei conflitti in corso. Senza entrare in polemiche politiche, diversi interventi hanno sottolineato che tali iniziative presuppongono insieme una chiara posizione morale e una paziente neutralità diplomatica, in linea con la tradizione della diplomazia vaticana.<br />Concludendo la serata, Faggioli ha suggerito che il primo anno del pontificato di Leone XIV ha già lasciato intravedere “un ideale di quella che chiamerei una Pax Vaticana”, radicata nel multilateralismo, nello stato di diritto e in una lettura esplicitamente teologica della politica. Al tempo stesso, ha avvertito che “siamo davvero in una nuova era, in una nuova epoca”, segnata dal risorgere di “messianismi politici” e di nuove forme di nazionalismo religioso. In tale contesto, ha aggiunto, “l’ignoranza è l’ultima cosa che può salvarci – l’ignoranza della teologia, di ciò che essa significa, e così via”. Anche per questo le iniziative di studio e di dialogo tra fede e politica globale restano importanti. <br />. <br />Tue, 23 Jun 2026 14:07:28 +0200AFRICA/SUDAN - Mons. Kussala: “L’uccisione di Padre Youhanna Al-Amin è una ferita per tutta la Chiesa”https://fides.org/it/news/77845-AFRICA_SUDAN_Mons_Kussala_L_uccisione_di_Padre_Youhanna_Al_Amin_e_una_ferita_per_tutta_la_Chiesahttps://fides.org/it/news/77845-AFRICA_SUDAN_Mons_Kussala_L_uccisione_di_Padre_Youhanna_Al_Amin_e_una_ferita_per_tutta_la_ChiesaKhartoum – “La morte violenta di un sacerdote mentre serve fedelmente il popolo di Dio è una tragedia che tocca il cuore stesso della Chiesa”, afferma Mons. Eduardo Hiiboro Kussala, Vescovo di Tombura-Yambio, in Sud Sudan, nel messaggio di condoglianze per la morte di Padre Youhanna Al-Amin, ucciso il 19 giugno a Kauda, sui Monti Nuba .<br /><br />“Padre Youhanna non era semplicemente un parroco”, afferma Mons. Kussala. “Era un pastore, un servitore di speranza, un messaggero di pace e un testimone del Vangelo. La sua perdita è una ferita dolorosa per la diocesi di El Obeid, per la Chiesa in Sudan e per tutti noi che crediamo nella sacra dignità di ogni vita umana”.<br /><br />“Come vescovi del Sudan e del Sud Sudan, uniti nella Conferenza Episcopale Cattolica del Sudan e del Sud Sudan, siamo solidali con la diocesi di El Obeid e con tutti coloro che piangono la scomparsa di Padre Youhanna Al-Amin”, prosegue Mons. Kussala.<br /><br />Il Vescovo di Tombura-Yambio sottolinea che l’assassinio di Padre Youhanna “ci ricorda gli immensi sacrifici che sacerdoti, religiosi, catechisti e fedeli laici continuano a compiere in luoghi segnati da conflitti e insicurezza”. “Ci ricorda inoltre che la missione della Chiesa si svolge spesso in circostanze difficili, dove i servitori di Dio rimangono vicini al loro popolo nonostante i pericoli e le incertezze”. Per questo, scrive Mons. Kussala, “la testimonianza di Padre Youhanna parla eloquentemente di dedizione pastorale, coraggio e fedeltà a Cristo e al suo popolo”.<br /><br />Ricordando la complessa situazione dei Monti Nuba, dove il sacerdote operava da decenni e dove è stato ucciso, Mons. Kussala sottolinea che “la Chiesa è rimasta vicina alla popolazione dei Monti Nuba durante le sue numerose prove”. “La sua missione è sempre stata quella di accompagnare chi soffre, curare le ferite, promuovere la riconciliazione, difendere la dignità umana e proclamare la speranza. Anche nei momenti più bui, la Chiesa continua a essere un segno che Dio non ha abbandonato il suo popolo”. <br />Tue, 23 Jun 2026 11:40:32 +0200AMERICA/COLOMBIA - Al via la IX edizione del Congresso missionario rivolto a bambini ed adolescenti, attesi oltre 1000 partecipantihttps://fides.org/it/news/77844-AMERICA_COLOMBIA_Al_via_la_IX_edizione_del_Congresso_missionario_rivolto_a_bambini_ed_adolescenti_attesi_oltre_1000_partecipantihttps://fides.org/it/news/77844-AMERICA_COLOMBIA_Al_via_la_IX_edizione_del_Congresso_missionario_rivolto_a_bambini_ed_adolescenti_attesi_oltre_1000_partecipantiBogotà - Dal 25 al 28 giugno la città colombiana di Valledupar verrà "invasa" da bambini ed adolescenti in arrivo da tutto il Paese per una grande celebrazione di fede, comunione e missione. "Con Gesù in missione, nel mondo con tamburo, guacharaca e fisarmonica" è il motto della IX edizione del CONIAM, il Congresso nazionale dell'infanzia ed adolescenza missionaria il cui tema è "Uniti al Cuore di Gesù, proclamiamo al mondo la gioia del Vangelo".<br />Oltre 1000 i partecipanti attesi tra bambini, bambine, adolescenti e animatori che, ispirati dalle parole di Gesù, "Perché siano tutti uno e il mondo creda" , vivranno giornate di formazione, spiritualità, celebrazione, scambio culturale e attività missionaria, favorendo la comunione tra le Chiese particolari della Colombia e rafforzando il carisma della Pontificia Opera dell'Infanzia e dell'Adolescenza Missionaria. <br />Il Congresso, organizzato dalle POM colombiane in collaborazione con la Diocesi di Valledupar e la Conferenza Episcopale Colombiana, vedrà inoltre la partecipazione di vescovi, direttori diocesani delle POM e responsabili della pastorale missionaria.<br />La scelta di Valledupar come sede del Congresso permette di integrare il ricco patrimonio culturale dei Caraibi colombiani con la gioia evangelizzatrice dei bambini e degli adolescenti missionari. Il genere musicale vallenato, espresso attraverso i simboli della caja , della guacharaca e della fisarmonica, diventa immagine della gioiosa proclamazione del Vangelo che i partecipanti desiderano portare a tutti i popoli.<br />"Con questo incontro - si legge in una nota stampa diffusa dalle POM colombiane - la Chiesa in Colombia ribadisce il suo impegno a formare nuove generazioni di discepoli missionari che, a partire dalla propria realtà e ricchezza culturale, contribuiscano a costruire una Chiesa sempre più sinodale, evangelizzatrice e aperta alla missione universale".<br /> <br /><br /><br /><br/><strong>Link correlati</strong> :<a href="https://www.fides.org/it/attachments/view/file/LOCANDINA.jpg http://www.fides.org/it/attachments/view/file/MANIFESTO.jpg">LOCANDINA MANIFESTO</a>Tue, 23 Jun 2026 11:34:15 +0200ASIA/FILIPPINE - Solidarietà al Vescovo di Bayombong, citato in giudizio per il sostegno alle comunità indigene contro lo sfruttamento minerariohttps://fides.org/it/news/77843-ASIA_FILIPPINE_Solidarieta_al_Vescovo_di_Bayombong_citato_in_giudizio_per_il_sostegno_alle_comunita_indigene_contro_lo_sfruttamento_minerariohttps://fides.org/it/news/77843-ASIA_FILIPPINE_Solidarieta_al_Vescovo_di_Bayombong_citato_in_giudizio_per_il_sostegno_alle_comunita_indigene_contro_lo_sfruttamento_minerarioBayombong – Sacerdoti, religiosi e fedeli laici delle province di Nueva Vizcaya e Quirino hanno partecipato oggi a una marcia pacifica e a un momento di preghiera organizzati dalla Commissione per l’Azione Sociale della diocesi di Bayombong, nel centro dell'isola filippina di Luzon, per esprimere vicinanza e piena solidarietà a Mons. Jose Elmer Mangalinao, Vescovo di Bayombong, e a padre Christian Dumangeng, entrambi denunciati e citati in giudizio nell'ambito di una causa legale che riguarda le attività estrattive nell’area di Kasibu.<br />Oggi, 23 giugno, si è tenuta presso il Tribunale municipale di Kasibu, nella provincia filippina di Nueva Vizcaya, l’udienza sulla richiesta di ingiunzione preliminare nella causa civile intentata contro il Vescovo di Bayombong, Mons. Jose Elmer Mangalinao, e contro altri attivisti e difensori dell’ambiente impegnati nell’opposizione a un progetto di esplorazione mineraria nell’area.<br />La causa civile è stata presentata da Rosario Camma, che si è qualificato come «capo della comunità indigena Bugkalot-Ilongot», ma il procedimento riguarda le barricate allestite dalle comunità locali contro le attività di esplorazione della North Luzon Mineral Resources Corporation nel territorio ancestrale delle popolazioni indigene locali. Sebbene la società mineraria non figuri come parte attrice nel procedimento, la controversia è direttamente collegata al progetto esplorativo promosso da quella compagnia.<br />L’avvocato dei convenuti, Fidel Santos, ha definito il procedimento una possibile «azione giudiziaria finalizzata a intimidire ambientalisti e oppositori delle attività minerarie».<br />Nei giorni scorsi, il tribunale aveva già respinto la richiesta di un intervento delle forze dell'ordine, consentendo così il mantenimento della barricata pacifica eretta dalle comunità locali contro le attività di esplorazione mineraria, almeno fino alla decisione sull’ingiunzione preliminare.<br />La controversia riguarda la protesta avviata dalle comunità indigene Bugkalot-Ilongot, i cui territori sono interessati da un progetto di esplorazione mineraria. Mons. Mangalinao ha ribadito che la presenza della Chiesa accanto alle comunità locali nasce da una responsabilità pastorale e non politica. «Come vescovo di questa diocesi – ha dichiarato in una nota – sento la responsabilità di stare al fianco dei poveri, difendere i più vulnerabili ed essere la voce di coloro le cui voci spesso non vengono ascoltate. Questo non è un dovere politico. È un dovere pastorale».<br />Il presule ha spiegato i motivi per cui si era recato a visitare il presidio: «Sono andato per accompagnare, per confortare», guidando un momento di preghiera in quel sito, e ha sottolineato che la Chiesa continuerà ad ascoltare «il grido della terra e il grido dei poveri».<br /><br />A sostegno del Vescovo di Bayombong sono intervenute numerose realtà ecclesiali e accademiche. L’Università di Saint Mary di Bayombong ha espresso «piena solidarietà» alla diocesi e a Mons. Mangalinao, riaffermando il proprio impegno per lo sviluppo umano integrale, la tutela del creato e la promozione della giustizia sociale. L’ateneo ha sottolineato la necessità di riservare particolare attenzione alle popolazioni indigene, ricordando che per esse la terra rappresenta «un dono di Dio e degli antenati», elemento essenziale della loro identità culturale e spirituale.<br />Anche la Catholic Educational Association of the Philippines , che riunisce le istituzioni educative cattoliche del nord di Luzon, ha diffuso una dichiarazione in cui educatori e responsabili scolastici esprimono il loro sostegno al Vescovo di Bayombong. Le iniziative del Vescovo, ha ribadito la CEAP, non vanno interpretate come atti politici, ma come espressioni fedeli della missione della Chiesa. «Stare accanto ai poveri, pregare con le comunità e difendere il creato di Dio sono parte integrante del Vangelo», si legge nel documento, che mette inoltre in guardia contro il rischio che strumenti legali vengano utilizzati per intimidire o mettere a tacere chi promuove la tutela dell’ambiente e difende i diritti delle comunità locali.<br />La CEAP ricorda che la «cura della casa comune» riguarda la dignità umana, la giustizia sociale e il futuro delle nuove generazioni e rinnova il proprio appello affinché prevalgano verità, giustizia e bene comune, confermando il proprio impegno a formare giovani capaci non solo di rispettare il creato, ma anche di proteggerlo con coraggio.<br />Diversi esponenti della Chiesa filippina hanno manifestato vicinanza al presule denunciato. Il Cardinale Pablo Virgilio David, Vescovo di Kalookan, ha elogiato Mons. Mangalinao, affermando che il Vescovo «non ha mai perso il coraggio nel difendere ciò che ritiene vitale per il suo popolo».<br />Mons. Ricardo Baccay, Arcivescovo di Tuguegarao e presidente della Commissione episcopale per gli affari pubblici della Conferenza Episcopale delle Filippine, ha espresso solidarietà «a tutti coloro che lavorano coraggiosamente per proteggere la nostra casa comune», ricordando che la cura del creato e delle creature «è una responsabilità morale».<br /> <br />Tue, 23 Jun 2026 11:31:20 +0200AFRICA/SUDAFRICA - Appello al dialogo contro la xenofobia e le intimidazioni alle chiese guidate da stranierihttps://fides.org/it/news/77842-AFRICA_SUDAFRICA_Appello_al_dialogo_contro_la_xenofobia_e_le_intimidazioni_alle_chiese_guidate_da_stranierihttps://fides.org/it/news/77842-AFRICA_SUDAFRICA_Appello_al_dialogo_contro_la_xenofobia_e_le_intimidazioni_alle_chiese_guidate_da_stranieriCittà del Capo - “Auspico che le nostre chiese, a tutti i livelli, ospitino e sostengano un dialogo onesto che riunisca i residenti locali, i cittadini stranieri e le loro organizzazioni, gli imprenditori e le loro associazioni, e le autorità”. Con queste parole Mons. Sithembele Anton Sipuka, Arcivescovo di Città del Capo e presidente del South African Council of Churches , ha lanciato un appello al dialogo per affrontare l’ondata xenofoba che da settimane prende di mira le comunità straniere presenti in Sudafrica .<br />Violenze e intimidazioni che non risparmiano neppure le chiese guidate da stranieri e operative nel Paese, come denuncia il SACC, l’organismo ecumenico che riunisce le principali confessioni cristiane sudafricane. Secondo il Consiglio, si sono verificati casi di insulti verbali, graffiti intimidatori sui muri delle chiese e, in episodi isolati, minacce di violenza fisica nei confronti di stranieri appartenenti a comunità ecclesiali che ricevono donazioni dall’estero.<br />Pur non riportando episodi specifici, il SACC sottolinea che tali comportamenti richiamano precedenti situazioni in cui ONG affiliate a Paesi stranieri hanno subito reazioni analoghe. L’organismo ribadisce inoltre che tutti i gruppi religiosi, indipendentemente dalle loro fonti di finanziamento, hanno diritto alla medesima tutela prevista dalla legge.<br />Nel suo invito al dialogo, Mons. Sipuka evidenzia che il confronto deve fondarsi sull’ascolto “delle legittime rimostranze delle comunità, chiamando a rispondere delle proprie azioni i responsabili di illeciti di qualsiasi nazionalità e i proprietari di imprese che assumono cittadini stranieri sottopagandoli, eludendo il rispetto di salari equi e degli obblighi lavorativi”.<br />“La Chiesa crede che le rimostranze legittime meritino di essere ascoltate, ma che nessuna rimostranza possa giustificare la violenza, l’intimidazione, la formazione di gruppi di vigilantes o il prendere di mira persone innocenti sulla base della loro nazionalità”, ha aggiunto l’Arcivescovo.<br />Mons. Sipuka ha inoltre invitato ad aderire al dialogo i consigli delle chiese gemellate dell’intera regione della Comunità di sviluppo dell’Africa australe , “riconoscendo che la migrazione è una sfida regionale che richiede solidarietà, cooperazione e comprensione a livello regionale”.<br />Il portavoce dell’African Diaspora Forum , Bongani Mkwananzi, ha dichiarato che “l’ADF respinge gli ultimatum xenofobi e qualsiasi tentativo di prendere di mira le persone semplicemente perché straniere”. Allo stesso tempo, ha ammesso che “non possiamo ignorare la crescente preoccupazione dell’opinione pubblica per la proliferazione di certi sedicenti profeti, chiese clandestine e organizzazioni religiose che sembrano più interessate a trarre profitto dalle persone vulnerabili”.<br />“Chiunque, indipendentemente dalla propria nazionalità, sfrutti e inganni persone innocenti dovrà essere chiamato a risponderne di fronte alla legge2, ha concluso Mkwananzi. L.M.) <br /><br /><br /><br /><br />Tue, 23 Jun 2026 10:38:31 +0200Il Breviario insanguinato e le altre "memorie della famiglia" di padre Amédée Benoîthttps://fides.org/it/news/77841-Il_Breviario_insanguinato_e_le_altre_memorie_della_famiglia_di_padre_Amedee_Benoithttps://fides.org/it/news/77841-Il_Breviario_insanguinato_e_le_altre_memorie_della_famiglia_di_padre_Amedee_Benoitdi Marie-Lucile Kubacki<br /><br />Lyon - «È morto con il rosario in mano, come aveva vissuto: da missionario totalmente donato ». Con questa immagine suggestiva padre Benoît Campion riassume per Fides la vita di padre Amédée Benoît, sacerdote delle Missioni Estere di Parigi, nato nel 1913 a Lione e morto nel 1954 in Vietnam, in mezzo al popolo al quale era stato inviato. <br />Padre Campion per lungo tempo ha accompagnato la parrocchia lionese da cui proveniva padre Amédée. Dietro l’immagine da lui scelta traspare un’esistenza silenziosamente plasmata dalla preghiera, dal senso della Chiesa e dal gusto per la missione.<br /><br />Amédée Charles Benoît nasce alla vigilia della Prima guerra mondiale, in una famiglia numerosa profondamente segnata dalla fede e dalla vita parrocchiale. Nell’infanzia e nella giovinezza si prega insieme, si partecipa alla Messa e si pratica una carità concreta. Ancora oggi, la sua famiglia parla di lui come di un « contemporaneo »: non una figura lontana di un vecchio album dalle fotografie ingiallite, ma uno zio sorprendentemente vicino. <br /><br />Dopo gli studi secondari al collegio Saint-Joseph, Amédée entra nel seminario maggiore di Issy-les-Moulineaux. Qui riceve progressivamente gli ordini fino all’ordinazione sacerdotale nel 1937, per poi essere inviato come vicario a Saint-Didier-au-Mont-d’Or, nella diocesi di Lione.<br />Per otto anni si dedica a questo ministero parrocchiale di prossimità. Coloro che hanno raccolto le testimonianze degli anziani, come padre Campion, conservano l’immagine di un sacerdote raccolto nella preghiera, attento alle persone, disponibile e discreto. Ma poco a poco matura in lui una nuova chiamata, quella della missione «ad gentes». <br /><br />All’indomani della Seconda guerra mondiale, mentre tante vite sono state sconvolte e lui stesso è stato deportato e imprigionato, entra nelle Missioni Estere di Parigi, questa famiglia spirituale che invierà centinaia di sacerdoti in Asia. «Non cercava l’avventura, ma la fedeltà a una chiamata interiore molto chiara», confida oggi padre Benoît Campion, sottolineando come questa decisione si inserisca anche in una storia familiare segnata dal senso del dono e della dedizioe.<br />Destinato alla missione di Quy Nhon, nel centro del Vietnam, padre Amédée lascia la Francia nel 1946. Il suo itinerario missionario passa attraverso diverse tappe: Nha Trang, Binh-Cang per l’apprendimento della lingua e della cultura, poi Tourane, Tra Kiêu, e infine un piccolo seminario vicino a Phan Rang, dove esercita come professore ed economo. Accetta di farsi allievo tra gli altri, di balbettare una lingua nuova, di imparare le usanze, di lasciarsi trasformare. <br /><br />I suoi familiari ricordano che viveva con grande sobrietà. «Non c’erano poi molti oggetti, perché come un religioso possedeva poco», osserva il figlioccio Bruno Benoît, evocando la valigia tornata dal Vietnam, quasi vuota di beni materiali ma carica di storia.<br />Ma il contesto politico e militare si fa progressivamente più teso. Dal 1952, padre Amédée diventa responsabile del distretto di Tra Kiêu, che la guerra trasforma in un vero campo trincerato. I rischi sono reali, gli attacchi possibili, gli spostamenti pericolosi. Tuttavia non pensa ad abbandonare il suo posto. Il suo modo di restare in mezzo al popolo vietnamita che ama e serve diventa per la sua famiglia un punto di riferimento spirituale. « Si può dire che unisce la famiglia, eleva il livello spirituale, aiuta a superare le prove, comunica una gioia di vivere », riassumono Bruno e sua cugina Marie-Ange, vedendo nel suo atteggiamento di pastore una fonte di ispirazione duratura.<br />La memoria di questo missionario si è radicata molto presto. Un’altra nipote, Dominique, ricorda: « Da bambina, al momento della mia prima comunione, mia madre mi fece scrivere allo zio Amédée, da diversi anni in Vietnam. Mi arrivò la sua risposta manoscritta su carta aerea, che ho sempre conservato preziosamente. Morì un anno dopo. Da allora la sua memoria è sempre stata venerata, più o meno regolarmente ». In queste poche righe giunte dall’Asia si è tessuto un legame che gli anni non hanno spezzato.<br />Nel corso dei decenni, la famiglia ha scelto di non lasciare spegnere questa memoria, fino a considerare recentemente la fondazione di un’associazione dedicata a padre Amédée Benoît. Vengono organizzati incontri, inizialmente modesti, poi sempre più strutturati, a partire dalla grande celebrazione dei Testimoni della fede, organizzata da papa Giovanni Paolo II per il Giubileo dell’anno 2000, durante la quale padre Amédée è stato ricordato. Spesso assumono la forma di grandi riunioni familiari, con più generazioni e talvolta partecipano diverse centinaia di persone. «Questi incontri familiari sono momenti pieni di gioia, una gioia umana certamente perché ci ritroviamo in una famiglia molto allargata, alla quale si aggiunge una gioia soprannaturale che ci supera», confida Dominique. Per Isabelle, la dimensione spirituale è al centro di queste giornate: «Non si potrebbe riunirsi senza iniziare con una Messa. Proseguire con la dimensione spirituale è un’evidenza».<br />Al centro degli incontri vi sono sempre l’Eucaristia, la preghiera comune, la trasmissione della storia familiare, ma anche un clima molto semplice. Bruno Benoît e Marie-Ange si rallegrano nel vedere che questi raduni, lungi dal ridursi a una nostalgia, «aprono alla partecipazione nei gruppi di preghiera e a rimanere legati all’Eucaristia». Per loro, la figura di padre Amédée «unisce la famiglia, eleva il livello spirituale, aiuta a superare le prove, comunica una gioia di vivere». Questa gioia, dicono, è uno dei frutti più visibili della presenza discreta di questo zio missionario.<br />La cassa conservata dalla famiglia, e che circola per incoraggiare la preghiera, testimonia materialmente questa storia. Vi si trova in particolare il breviario che portava al momento della morte, riportato dalle religiose Amanti della Croce. «È l’oggetto più importante per me», confida Dominique. « Per delicatezza, le religiose hanno tolto la copertina macchiata di sangue prima di consegnarlo ai genitori del missionario, per non impressionarli ulteriormente». «Questo breviario è stato un grande sostegno per mia madre al momento della sua morte», aggiunge, mostrando quanto questo oggetto sia diventato un tramite di comunione tra le generazioni. Isabelle lo conferma: «Il breviario è l’oggetto che ci tocca di più… È una reliquia che facciamo circolare nella nostra famiglia e tra i nostri amici ».<br />Attorno a questo cuore di memoria sono nati altri segni: un messale conservato al museo delle MEP, fotografie, un libretto che ripercorre la sua vita, una pièce teatrale, un canto, l’inizio di un fumetto per bambini, fino a una statuina con la sua effigie che trova posto nei presepi dei diversi rami della famiglia. Targhe commemorative ricordano il suo passaggio in alcune parrocchie, come a Saint-Didier. Tutto ciò contribuisce, secondo le parole di Dominique, a un «patrimonio spirituale e immateriale che è importante trasmettere».<br />La fine della vita di padre Amédée si gioca in poche ore, nel cuore della tempesta. Nel luglio 1954, sapendo che un soldato di un posto vicino è stato gravemente ferito, si reca subito al suo capezzale in bicicletta per assisterlo. Il giorno dopo decide di accompagnarne il corpo fino a Tra Kiêu per offrirgli funerali cristiani. Seguendo la barella, recita il rosario. Il piccolo corteo viene allora preso di mira. Un gruppo armato apre il fuoco e il missionario viene colpito a bruciapelo. Colpito al petto, si spegne poco dopo, con il rosario ancora tra le dita. Religiose Amanti della Croce e alcuni parrocchiani vengono a recuperare la sua salma per seppellirla vicino alla chiesa, in mezzo al popolo che lo aveva accolto e che ne ha conservato la memoria attraverso celebrazioni, con un bel dipinto realizzato da un artista vietnamita a Tra Kiêu, divenuto oggi un santuario mariano molto frequentato.<br />Per i suoi familiari, la morte di padre Amédée segna il compimento di una vita donata. «Siamo eredi di un patrimonio spirituale e immateriale che è importante trasmettere», afferma Dominique. E aggiunge: «Nelle difficoltà, mi capita spesso di invocarlo: “Zio Amédée, vieni ad aiutarmi!”, e funziona!». Florence, pronipote, racconta che parlando dello « zio Amédée » a delle religiose vietnamite, una di loro ha risposto di conoscerlo già e di aver pregato sulla sua tomba: segno discreto di una memoria ancora viva nel Paese dove ha servito e dato la vita.<br />Questa fecondità trascende il solo ambito familiare. Isabelle sottolinea che vi sono «due nipoti già sacerdoti e un pronipote in seminario». La figura di padre Amédée invita a interrogarsi sulla vocazione in un contesto in cui essa non è più scontata nelle famiglie. Così, un visitatore di Fourvière, padre Alexandre Rogala, al quale Marie-Ange aveva fatto conoscere padre Amédée, è diventato sacerdote delle Missioni Estere di Parigi. È poi partito in missione in Giappone, come se la grazia della missione continuasse a irrigare discretamente la sua famiglia spirituale. «Molti vorrebbero essere come lui testimoni della fede », riassume Isabelle, consapevole che molti frutti spirituali restano nascosti «nel segreto dei cuori» e che «l’avvenire non ci appartiene». Un altro suo nipote, padre Étienne Frécon, vicario generale delle MEP, ha ricevuto il calice e la patena.<br />Oggi, la memoria di padre Amédée Benoît si esprime nella preghiera, negli incontri, negli oggetti trasmessi, ma anche attraverso dei luoghi. La sua icona deposta nella cappella della casa di Lorette, a Lione, dove visse Pauline Jaricot, accompagnata da un libretto di meditazione, ricorda le grandi tappe della sua esistenza: il battesimo, i pellegrinaggi a Le Puy-en-Velay con i giovani Cœurs Vaillants, la partenza verso l’Asia, la vita parrocchiale in Vietnam, la morte violenta per restare fedele alla sua missione. Questa presenza, accanto a una grande figura della missione e della carità come Pauline, sottolinea la continuità di una stessa intuizione, la risposta alla chiamata di Cristo. «Aiuta e guida la famiglia, ma soprattutto la custodisce in un buon spirito, quello della gioia di vivere», confida ancora Isabelle.<br />Tra la collina lionese di Fourvière e il santuario di Tra Kiêu, tra la casa familiare e la Società delle Missioni Estere di Parigi, la vita donata di padre Amédée Benoît traccia un filo luminoso. La sua morte nel 1954, lungi dal porre un punto finale alla sua storia, illumina una vita segnata da una fecondità spirituale che attraversa le generazioni e che ancora oggi incoraggia l’audacia delle vocazioni missionarie. Una vita a immagine di quella cassa familiare aperta, il cui tesoro più prezioso è quello di una fede viva. Tue, 23 Jun 2026 16:02:06 +0200EUROPA/BOSNIA ERZEGOVINA - Nominato il nuovo direttore delle Pontificie Opere Missionariehttps://fides.org/it/news/77840-EUROPA_BOSNIA_ERZEGOVINA_Nominato_il_nuovo_direttore_delle_Pontificie_Opere_Missionariehttps://fides.org/it/news/77840-EUROPA_BOSNIA_ERZEGOVINA_Nominato_il_nuovo_direttore_delle_Pontificie_Opere_MissionarieSarajevo - Il Cardinale Luis Antonio G. Tagle, Pro-Prefetto del Dicastero per l'Evangelizzazione , ha nominato, in data 30 aprile 2026, Don Dubravko Turalija, sacerdote dell’Arcidiocesi di Vrhbosna, Direttore delle Pontificie Opere Missionarie in Bosnia Erzegovina per un periodo di cinque anni . <br />Sacerdote dell’Arcidiocesi di Vrhbosna e docente universitario Don Dubravko Turalija è nato nel 1977 a Livno, ha completato gli studi elementari a Kupres, ha frequentato il Seminario Minore e il liceo classico a Dubrovnik Pazin e Zara dal 1991 al 1995. Don Turalija ha studiato teologia presso la facoltà di teologia cattolica Vrhbosna a Boi, sull’isola di Braè, durante gli anni della guerra, e a Sarajevo nel dopoguerra . Ordinato sacerdote nel 2002 il neo direttore delle POM di Bosnia Erzegovina è stato vicario parrocchiale a Sarajevo e, dal 2005, è segretario personale del Cardinale Vinko Puljic. Nel 2005 ha iniziato gli studi scrittura presso il Pontificio Istituto Biblico di Roma e presso l’università ebraica Gerusalemme; nel 2009 ha studiato la lingua greca ad Atene e ha iniziato il dottorato in Studi biblici e Lingue semitiche presso l’Università Cattolica d’America Washington, D.C., che ha conseguito nel 2014. Dal 2015 insegna presso la facoltà di teologia cattolica di Sarajevo. È autore di numerosi studi e articoli accademici, ha partecipato a diversi simposi nazionali e internazionali e ha guidato numerosi esercizi spirituali per sacerdoti, religiosi e religiose. <br /> Tue, 23 Jun 2026 15:16:12 +0200AMERICA/REPUBBLICA DOMINICANA - La missione "inter-congregazionale" delle religiose nei “bateyes” di Barahona tra povertà, migrazione e fragilitàhttps://fides.org/it/news/77835-AMERICA_REPUBBLICA_DOMINICANA_La_missione_inter_congregazionale_delle_religiose_nei_bateyes_di_Barahona_tra_poverta_migrazione_e_fragilitahttps://fides.org/it/news/77835-AMERICA_REPUBBLICA_DOMINICANA_La_missione_inter_congregazionale_delle_religiose_nei_bateyes_di_Barahona_tra_poverta_migrazione_e_fragilitaBarahona – La Comunità Intercongregazionale Missionaria è nata ad Haiti nel 2010 su iniziativa della Conferenza Latinoamericana delle Religiose e successivamente è stata promossa dalla Conferenza Ecuadoregna delle Religiose come risposta al terremoto che devastò il Paese. Oggi la Comunità svolge la sua opera pastorale a Barahona, nella Repubblica Dominicana. La sua presenza si inserisce in un contesto segnato da povertà strutturale, migrazione haitiana e dalla realtà dei ‘bateyes’, insediamenti agricoli caratterizzati da un’elevata vulnerabilità sociale. <br /><br />Elemento distintivo di questa esperienza è il suo carattere inter-congregazionale: la CIM nasce dalla collaborazione tra religiose di diverse congregazioni, unite nello stesso slancio missionario.<br />Nel corso del suo cammino, oltre dieci congregazioni religiose hanno preso parte a questa esperienza condivisa.<br />Questa comunione di carismi rappresenta un segno concreto di unità nella diversità e fa fiorire una presenza ecclesiale significativa nelle periferie umane e sociali, espressione della ricchezza della vita consacrata nella corresponsabilità e nel servizio comune. Si tratta di un’esperienza missionaria innovativa e profondamente ecclesiale.<br />La CIM di Barahona è composta da Missionarie Comboniane, Maestre Cattoliche del Sacro Cuore di Gesù e dalle Mercedarie Missionarie di Barcellona, che operano insieme in un progetto comune. Tra loro c’è suor Rosa María del Socorro López Castañeda, missionaria comboniana con una lunga esperienza nelle zone di frontiera. La sua testimonianza, condivisa dalla sua congregazione, è giunta all’Agenzia Fides tramite le POM di Spagna.<br />Originaria del Messico, la religiosa spiega che il suo percorso è strettamente legato all’evoluzione della CIM, di cui ha fatto parte in precedenza ad Haiti. Per sette anni ha svolto la propria opera pastorale in contesti di estrema povertà e di forte mobilità umana, nelle aree di confine. Un’esperienza che ha profondamente segnato il suo modo di vivere l’accompagnamento missionario. L’apertura della missione a Barahona rappresenta la prosecuzione di questo cammino iniziato ad Haiti e mira a rafforzare la presenza pastorale nelle zone più vulnerabili.<br />«Mi trovo a Barahona come membro della CIM. È il capoluogo della provincia omonima, situata molto vicino al confine con Haiti, e per questo caratterizzata da una forte presenza di migranti haitiani. Si tratta di una delle diocesi più povere e bisognose, sia dal punto di vista religioso sia da quello economico», racconta la missionaria. «Come CIM operiamo a Pueblo Nuevo, uno dei quartieri più poveri della periferia, dove si registrano elevati livelli di disoccupazione, analfabetismo, prostituzione e tossicodipendenza. Inoltre, la significativa presenza di comunità protestanti genera una certa disaffezione nei confronti della Chiesa cattolica», aggiunge.<br />La loro attività è incentrata sull’accompagnamento degli anziani in condizioni di abbandono e sulla pastorale sociale. Parallelamente, animano laboratori di medicina naturale e fitoterapia nelle parrocchie e nei ‘bateyes’ di Barahona e San Pedro de Macorís, rivolti in particolare alle donne che vivono situazioni di fragilità.<br />La missionaria descrive i ‘bateyes’ come insediamenti sorti attorno alle piantagioni agricole storicamente legate all’industria dello zucchero, dove vivono famiglie dominicane di origine haitiana e migranti haitiani in condizioni precarie e con un accesso limitato ai servizi essenziali. «Si tratta di una delle missioni più difficili, impegnative e rischiose della Repubblica Dominicana», sottolinea.<br />Attraverso i laboratori, spiega, «si cerca di rafforzare l’autostima delle persone e la capacità di organizzazione delle comunità, promuovendo la consapevolezza dei propri diritti e doveri in ambito sanitario, per favorire la pace, la giustizia e nuove forme di organizzazione e di economia locale». Grazie all’utilizzo delle piante medicinali, inoltre, «le partecipanti imparano a preparare pomate, sciroppi, saponi e shampoo».<br />Suor Rosa María evidenzia anche il valore dell’incontro tra culture attraverso l’uso della lingua madre delle persone accompagnate, da lei imparata durante gli anni trascorsi in missione ad Haiti. «Quando parlo in creolo haitiano, si mettono a cantare e ad applaudire», racconta.<br />La missionaria riassume così il loro servizio in questi territori: «C’è ancora molta strada da percorrere e tanto lavoro da fare. Cerchiamo di essere per questi ‘bateyes’ un volto di speranza e di compassione, come quello di Dio Padre e Madre. Confido in ciò che desiderava san Daniele Comboni: “Le anime si salvano con la preghiera e il sacrificio”».<br /> <br />Tue, 23 Jun 2026 10:34:58 +0200AFRICA/SUDAN - Ucciso padre Youhanna Al-Amin, parroco di Kauda nei Monti Nubahttps://fides.org/it/news/77839-AFRICA_SUDAN_Ucciso_padre_Youhanna_Al_Amin_parroco_di_Kauda_nei_Monti_Nubahttps://fides.org/it/news/77839-AFRICA_SUDAN_Ucciso_padre_Youhanna_Al_Amin_parroco_di_Kauda_nei_Monti_NubaKhartoum – Ucciso mentre rimaneva accanto ai fedeli affidati alle sue cure pastorali. Così è morto padre Youhanna Al-Amin, parroco da oltre trent’anni della chiesa di Kauda, nei Monti Nuba, in Sudan.<br /><br />Secondo quanto riferito da Aiuto alla Chiesa che Soffre, che per prima ha diffuso la notizia, il sacerdote è stato ucciso il 19 giugno insieme al custode della parrocchia e a un’altra persona. In base a fonti locali citate dall’organizzazione, il triplice omicidio sembrerebbe essere un atto di rappresaglia nei confronti di padre Youhanna, che aveva denunciato il furto di medicinali custoditi nella parrocchia e destinati alla popolazione locale.<br /><br />Il quotidiano online Sudan Now riporta testimonianze locali secondo cui a commettere il delitto sarebbero stati membri di una fazione dello Sudan People's Liberation Movement-North. Il giornale aggiunge alcuni particolari sulle altre due vittime: il responsabile del magazzino della parrocchia, del quale viene indicato soltanto il nome di battesimo, Yohanna, e il guardiano, identificato come John Lama.<br /><br />Il triplice omicidio è avvenuto in un contesto di forti tensioni che perdurano da mesi. Da marzo, diverse aree dei Monti Nuba sono teatro di scontri interni tra fazioni legate all’SPLM-N, che hanno provocato lo sfollamento di centinaia di civili e un ulteriore aggravamento delle condizioni umanitarie della popolazione locale.<br /><br />Alla base delle violenze vi sono dispute fondiarie che si trascinano da anni, oltre a controversie riguardanti i confini amministrativi nell’area di Otoro.<br /><br />I dirigenti dell’SPLM-N accusano una parte della popolazione di essersi ribellata all’autorità del movimento che controlla la regione. I rappresentanti delle comunità locali, invece, sostengono che il movimento stia cercando di appropriarsi con la forza delle loro terre. Poiché Kauda rappresenta il principale centro dei Monti Nuba, la località è diventata uno degli epicentri delle tensioni.<br /><br />L’SPLM-N è nato nel 2011, dopo l’indipendenza del Sud Sudan. Molti combattenti nuba appartenenti allo Sudan People's Liberation Movement/Army sono rimasti nel nord del Paese e hanno continuato a combattere il governo sudanese per questioni legate all’emarginazione delle popolazioni non arabofone, ai diritti fondiari e all’esclusione politica delle regioni periferiche.<br /><br />Nel 2017 il movimento si è diviso in due principali fazioni: lo SPLM-N guidato da Abdelaziz al-Hilu, attivo soprattutto nei Monti Nuba, e lo SPLM-N guidato da Malik Agar, maggiormente presente nella regione del Nilo Azzurro.<br /><br /> Mon, 22 Jun 2026 12:58:20 +0200ASIA/COREA DEL SUD - La visita del Papa in Corea, occasione per la ripresa del dialogo intercoreanohttps://fides.org/it/news/77837-ASIA_COREA_DEL_SUD_La_visita_del_Papa_in_Corea_occasione_per_la_ripresa_del_dialogo_intercoreanohttps://fides.org/it/news/77837-ASIA_COREA_DEL_SUD_La_visita_del_Papa_in_Corea_occasione_per_la_ripresa_del_dialogo_intercoreanoSeoul - Dato l'invito ufficiale rivolto a Papa Leone XIV di visitare la Corea del Sud in occasione della Giornata Internazionale della Gioventù che si terrà a Seul nel 2027, "gli ho anche chiesto di valutare un passaggio nella Zona demilitarizzata e, se possibile, una visita in Corea del Nord. Il Papa ha detto che prenderà in considerazione tali proposte", ha detto - in un dichiarazione pubblicata mass-media della Conferenza episcopale della Corea - il Presidente della Corea del Sud, Lee Jae-Myung, di ritorno dalla visita in Europa, nel corso della quale ha incontrato Papa Leone XIV in Vaticano. Cresce, dunque, l'attenzione sulla possibilità che la visita del Papa in Corea nel 2027 possa fungere da catalizzatore per la ripresa del dialogo intercoreano.<br />Secondo Padre Jeong Su-yong , vicepresidente del Comitato per la riconciliazione nazionale nell'Arcidiocesi di Seul, "se si dovesse realizzare una visita del Papa al Nord, l'impatto positivo sulla pace nella penisola coreana potrebbe essere di gran lunga maggiore di quanto possiamo immaginare. Parallelamente, credo che sarebbe ancora più importante per noi deporre l'ostilità, accantonare i sospetti e coltivare un cuore di reciproco rispetto per il bene della pace e del miglioramento delle relazioni intercoreane, proprio come il Papa si sta adoperando per la pace nella penisola coreana".<br />Padre Park Chang-il, presidente della Ong "Peace3000" nota: "Sembra che la Corea del Nord segua sempre con interesse le iniziative del Vaticano. Sono a conoscenza della Giornata Mondiale della Gioventù, sanno anche che si terrà a Seul, in Corea del Sud, il prossimo anno". In tal cornice, la Corea del Nord potrebbe inviare un messaggio positivo alla comunità internazionale: "Dal punto di vista della Corea del Nord, mi chiedo cosa accadrebbe se il governo del Nord prendesse l'iniziativa e la visita del Papa al Nord si concretizzasse. Penso che potrebbe dare una buona immagine o avere un'influenza positiva sulla comunità internazionale. La Corea del Nord ben ha tutto da guadagnare dalla eventuale visita del Papa."<br />L'idea di una visita del Papa in Corea del Nord era stata perseguita anche dalle amministrazioni precedenti. Nel 2018, l'amministrazione dell'allora presidente Moon Jae-in si adoperò per la visita di Papa Francesco in Corea del Nord, auspicando che una visita del Papa in Corea del Nord potesse "darà un impulso alla pace nella penisola coreana".<br />Nel costante impegno per la riconciliazione in Corea, il Comitato per la riconciliazione nazionale nella Conferenza episcopale della Corea ha promosso una speciale "novena per la riconciliazione e l'unità nazionale" dal 17 al 25 giugno, che i fedeli in tutte le diocesi stanno celebrando.<br />Inoltre una delegazione di nove Vescovi coreani ha visitato nei giorni scorsi il sito di Panmunjom, il celebre villaggio dell'armistizio situato all'interno della Zona demilitarizzata al confine tra le due Coree, punto esatto in cui soldati del Nord e del Sud si fronteggiano a pochi metri di distanza. Nella visita organizzata dal Comitato per la Riconciliazione nazionale della Conferenza Episcopale Cattolica di Corea i vescovi hanno visitato la Zona di sicurezza congiunta e la Zona demilitarizzata , visitando o luoghi simbolici della divisione della penisola. <br />I Vescovi sono entrati nella "Casa della libertà", che si affaccia sul lato nordcoreano della frontiera e, rivolgendo lo sguardo verso Nord, hanno benedetto quella terra, fermandosi in preghiera perchè "affinché i venti di pace tornino a soffiare in questa terra dove coesistono una storia di confronto e dialogo". Hanno poi proseguito la meditazione e la preghiera per la riconciliazione nella penisola coreana.<br /> <br />Mon, 22 Jun 2026 12:15:32 +0200