Fides News - Italianhttps://fides.org/Le notizie dell'Agenzia FidesitI contenuti del sito sono pubblicati con Licenza Creative Commons.I “Brics” tra problemi di “governance globale” e ruolo crescente dei Paesi africanihttps://fides.org/it/news/78187-I_Brics_tra_problemi_di_governance_globale_e_ruolo_crescente_dei_Paesi_africanihttps://fides.org/it/news/78187-I_Brics_tra_problemi_di_governance_globale_e_ruolo_crescente_dei_Paesi_africanidi Cosimo Graziani<br /><br />New Delhi - Si è svolto tra sabato 13 e domenica 14 settembre a New Delhi il diciottesimo summit dei paesi Brics. Quest’anno l’onere del padrone di casa è toccato all’India, che ha guidato i lavori del gruppo, nel quale confluiscono Paesi che ormai rappresentano il 40% del Pil globale e la metà della popolazione mondiale. Il summit ha confermato le richieste politiche tipiche di questa organizzazione, al momento formata da undici nazioni – Brasile, Russia, Cina, India, Sudafrica, Egitto, Etiopia, Iran, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e Indonesia – e altri Paesi partner: il riconoscimento di un maggiore peso politico per i Paesi del Sud Globale e una riforma degli organismi internazionali.<br />L’incontro di quest’anno riguardava la “costruzione della resilienza, dell’innovazione, della cooperazione e della sostenibilità” e in queste direzioni è andata la dichiarazione finale, adottata nella giornata di sabato. <br />Nel documento i Paesi fanno appello non solo al più generico approccio multilaterale e diplomatico per risolvere le tematiche internazionali, ma si trattano anche nel dettaglio specifici problemi. La guerra in Iran è uno tra questi: come riporta Reuters nella dichiarazione si esprime “la profonda preoccupazione per la continua escalation di tensione” e si fa appello alla moderazione per “evitare azioni che potrebbero peggiorare ulteriormente la situazione”. Sempre riguardo al Medio Oriente, il documento fa riferimento al conflitto in Palestina, esprimendo la “ferma opposizione” all’allontanamento della popolazione dalle terre e ad ogni cambiamento demografico e geografico dei territori palestinesi.<br />L’utilizzo delle sanzioni come strumento politico-economico è stato descritto come contrario alle norme del diritto internazionale, dannose per il commercio tra Paesi e per le economie in via di sviluppo e in contrasto con la Carta delle Nazioni Unite. Il riferimento è alle modalità con cui gli Stati Uniti l’hanno utilizzato in questi ultimi mesi contro l’Iran, ma anche alla loro imposizione nell’ambito del conflitto tra Ucraina e Russia. Tale conflitto però è stato appena richiamato nella dichiarazione. Come ha sottolineato Al-Jazeera, si è fatto solo appello ad una risoluzione della guerra basata sul “dialogo, l’incontro e la diplomazia”.<br />Nonostante l’organizzazione ostenti unità d’intenti , restano aperte questioni che mettono in dubbio la tenuta del gruppo. Il più evidente fra tutti è la presenza di Paesi con interessi internazionali diversi e con diverse alleanze. Basta vedere i membri mediorientali del gruppo: Iran, Emirati Arabi e Arabia Saudita si trovano su posizioni separate sul conflitto nel Golfo Persico. <br />Lo stesso Modi in un bilaterale col Presidente russo Vladimir Putin ha dichiarato al suo interlocutore che bisogna trovare una risoluzione per il conflitto in Ucraina. Da questi dettagli, non evidenziati nelle dichiarazioni ufficiali, si possono porre punti interrogativi circa il fatto che i Brics riescano o meno a diventare in futuro una vera piattaforma per gli interessi dei suoi membri.<br />Per il momento però i Brics restano un’alternativa valida per alcuni Paesi, soprattutto quelli africani. In Africa ci sono tre membri BRICS e due paesi partner: Nigeria e Uganda. Ognuno di questi paesi vede l’organizzazione come un’occasione per promuovere le sue priorità politiche. L’Etiopia ne è l’esempio più lampante. Secondo la Ethiopian News Agency, il primo ministro Abyi ha dichiarato che la dichiarazione finale sostiene la membership del paese del Cordo d’Africa all’Organizzazione Mondiale del Commercio . Abyi ha anche dichiarato che il suo paese è pronto a ospitare un ufficio distaccato della Nuova Banca per lo Sviluppo , l’organo fondato dall’organizzazione nel 2014 che rappresenta un’alternativa alla Banca Mondiale, nonostante in questi anni non sia riuscita nel suo intento.<br />Il Presidente sudafricano Ramaphosa quest’anno si è soffermato sul tema della regolamentazione dell’intelligenza artificiale. In particolare, ha espresso la necessità che il gruppo si doti di un organo internazionale che possa controllare l’IA in maniera indipendente e scientifica, ripota la testata africana Scrolla. Ramaphosa ha sottolineato i vantaggi e i pericoli dell’utilizzo della tecnologia: lotta all’ineguaglianza e alla povertà, sviluppo della medicina, dell’istruzione, delle scienze e dell’agricoltura sono i campi elencati dal presidente sudafricano in cui la tecnologia può avere risvolti positivi, mentre va alzata la guardia sulla possibilità che l’IA possa essere un giorno utilizzata per sviluppare armi batteriologiche, o per condurre attacchi cyber.<br />Per quel che concerne i due Paesi partner, per la Nigeria la delegazione era guidata dal vicepresidente Kashim Shettima, mentre quella ugandese dalla vicepresidente Jessica Alupo. Shettima si è soffermato durante i lavori del summit prima su una modifica della governance internazionale – soprattutto in riferimento ad una riforma del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite – poi al ruolo che l’organizzazione può avere per i Paesi africani. <br />Per la Nigeria i Brics sono una piattaforma per rafforzare il commercio, gli investimenti e la governance globale. Le dichiarazioni della delegazione ugandese vanno nella stessa direzione: secondo i suoi membri un ruolo importante può essere giocato dalla Ndb, anche in chiave di rapporti commerciali con i paesi più grandi del gruppo come Cina e India. <br /><br />Resta da vedere se questi obiettivi saranno perseguiti dall’organizzazione e se i Paesi africani partner decidano di entrare come membri. In tal caso, con cinque membri africani, è facile pensare che nei Brics possa crearsi un “pilastro africano”, capace di influenzare l’orientamento dell’organizzazione. <br />Sat, 19 Sep 2026 13:23:43 +0200EUROPA/ITALIA - “Tutti per Uno”: al via il nuovo percorso formativo di Missio Ragazzi per il 2026-2027https://fides.org/it/news/78186-EUROPA_ITALIA_Tutti_per_Uno_al_via_il_nuovo_percorso_formativo_di_Missio_Ragazzi_per_il_2026_2027https://fides.org/it/news/78186-EUROPA_ITALIA_Tutti_per_Uno_al_via_il_nuovo_percorso_formativo_di_Missio_Ragazzi_per_il_2026_2027Roma – “Tutti per Uno”. E’ questo il titolo dell’itinerario formativo 2026-2027 di Missio Ragazzi, il Segretariato della Pontificia Opera dell’Infanzia Missionaria in Italia. Il titolo scelto vuol essere la “trasposizione” a misura di bambino e ragazzo del tema della Giornata Missionaria Mondiale 2026 “Uno in Cristo, uniti nella missione”. <br />L’itinerario formativo annuale di Missio Ragazzi per il 2026-2027 diventa un tutt’uno con “Il Ponte d’Oro”, la rivista che la Fondazione Missio edita per i più piccoli, da sempre considerata strumento prezioso per i ragazzi missionari.<br />L’équipe nazionale e la redazione hanno progettato insieme questo percorso formativo che nel numero di settembre della rivista ha trovato collocazione con cinque tappe, una per tempo liturgico, in modo che gli educatori possano impostare il cammino a inizio anno pastorale. In ogni scheda si trova: un brano del Vangelo e il relativo commento, la proposta di un impegno personale, riflessioni e testimonianze missionarie, giochi dal mondo, dinamiche e spunti di educazione alla mondialità. I numeri successivi del mensile “Il Ponte d’Oro”, di volta in volta, forniranno approfondimenti e strumenti per una formazione dei ragazzi più orientata alla missionarietà.<br />“L’itinerario formativo 2026-2027 è ideato e scritto a misura di ragazzo ed è pensato come un compendio a percorsi di iniziazione cristiana per bambini dai 6 ai 14 anni, compresi quelli già strutturati – sottolinea il segretariato internazionale di Missio Ragazzi-. Tuttavia, per gli educatori, sono previste delle pagine esplicative che, oltre alle note metodologiche, offrono ulteriori proposte di dinamiche per animare gli incontri con i più piccoli”.<br />Infine, oltre a questo itinerario annuale, Missio Ragazzi ogni anno mette a disposizione di educatori, catechisti, animatori di Azione Cattolica Ragazzi, capi Scout, delle proposte pensate per tutti i tempi liturgici dell’anno. Vi sono schede per vivere al meglio l’Ottobre missionario e la Giornata Missionaria Mondiale; un video-cartoon e spunti di attività per la festa di Ognissanti; il Calendario per l’Avvento; la Novena di Natale; la preghiera per la Settimana Santa; un’iniziativa per l’Ottava di Pasqua; “Un’Ave Maria per…” nel mese di maggio.<br />Lo stile che anima tutte le proposte è quello della trasversalità: un piccolo aiuto per una pastorale sempre più missionaria.<br /> <br /><br /><br/><strong>Link correlati</strong> :<a href="LINK: https://www.missioitalia.it/category/conoscere/ragazzi/">SITO MISSIO ITALIA</a>Sat, 19 Sep 2026 13:01:43 +0200AFRICA/NIGERIA - L’allarme dei Vescovi: “neopaganesimo, sicurezza e libertà religiosa”.https://fides.org/it/news/78185-AFRICA_NIGERIA_L_allarme_dei_Vescovi_neopaganesimo_sicurezza_e_liberta_religiosahttps://fides.org/it/news/78185-AFRICA_NIGERIA_L_allarme_dei_Vescovi_neopaganesimo_sicurezza_e_liberta_religiosaAbuja – “Il neopaganesimo è una sfida per la nazione”. È l’allarme lanciato dai Vescovi nigeriani nel messaggio pubblicato al termine della loro seconda Assemblea Plenaria. Si tratta, si afferma nel documento pervenuto all’Agenzia Fides, “di un fenomeno che riflette una crescente tendenza che vede i credenti – e in particolare i giovani – tornare all’idolatria, spinti in gran parte da difficoltà economiche, da una rinascita culturale e da una formazione cristiana superficiale”.<br />“Il neopaganesimo moderno – continuano i Vescovi – si diffonde rapidamente attraverso la cultura di Internet, i media e l’editoria”. Per questo i Presuli “esortano gli operatori pastorali a integrare consapevolmente l’uso degli spazi digitali, dei social media e della catechesi online nell’annuncio della verità del Vangelo”.<br />I Vescovi esprimono inoltre preoccupazione per l’insicurezza che continua a colpire vaste aree della Nigeria e che ormai interessa sempre più scuole e studenti. “Osserviamo con preoccupazione che continuano gli assalti armati a scuole e luoghi di culto, così come i rapimenti e persino le uccisioni di studenti e fedeli”, scrivono. “Inoltre, lo sfollamento di massa delle comunità in alcune aree del Paese ha avuto gravi ripercussioni sulla vita sociale, economica e politica della popolazione, lasciando milioni di persone nei campi per sfollati interni su tutto il territorio nazionale”.<br />“Esortiamo il Governo a intensificare gli sforzi e ad adottare misure efficaci per consentire agli sfollati di fare ritorno alle loro terre d’origine. Sollecitiamo altresì le autorità a ogni livello a garantire che tutte le persone – inclusi migranti e rifugiati – siano trattate con rispetto e dignità umana, vedendo tutelati e rispettati i propri diritti e bisogni fondamentali”.<br />Nel messaggio si rivolge inoltre un appello al Governo affinché rafforzi le forze di sicurezza, potenzi l’attività di intelligence e persegua i responsabili degli attacchi. Allo stesso tempo, si invita “la popolazione a segnalare attività sospette, a collaborare con le forze dell’ordine e a rifiutare ogni forma di divisione etnica o religiosa”.<br />In Nigeria si sta discutendo della creazione di forze di polizia dei singoli Stati da affiancare alla polizia federale. I Vescovi si dicono favorevoli all’iniziativa, ma chiedono “che tale riorganizzazione venga attuata per il bene comune, anziché per interessi personali, etnici, politici o religiosi”.<br />Quanto al disegno di legge sulla regolamentazione delle sovvenzioni provenienti dall’estero a enti privati, i Vescovi avvertono che, se approvato, “avrà un impatto negativo sulla società”. Questo perché “alcune sue disposizioni impongono la registrazione delle risorse provenienti dagli aiuti esteri e obbligano le autorità a vigilare sul loro utilizzo. Sebbene sulla carta appaiano positive, tali misure rischiano di penalizzare chiese, moschee, scuole e organizzazioni umanitarie che forniscono assistenza essenziale a popolazioni vulnerabili o colpite da conflitti”.<br />“Il disegno di legge in questione, consentendo alle autorità di negare la registrazione o il rinnovo qualora l’attività di un’organizzazione sia ritenuta ‘non conforme all’interesse nazionale’, conferisce ai funzionari governativi poteri discrezionali eccessivi e ingiustificati”, affermano i Vescovi.<br />“Chiediamo pertanto all’Assemblea Nazionale e al Governo federale di non procedere con l’iter di approvazione di questo disegno di legge, nell’interesse dei diritti fondamentali di associazione e della libertà di religione, pensiero e coscienza, nonché dello sviluppo complessivo del nostro popolo e della nostra nazione”.<br />Infine, in vista delle elezioni generali del 2027, la Conferenza Episcopale della Nigeria indice un periodo di digiuno e preghiera, con processioni del Rosario, da ottobre a dicembre 2026. L’8 dicembre 2026 verrà indetta una giornata nazionale speciale di preghiera e digiuno per il buon esito del voto. <br />Fri, 18 Sep 2026 12:11:28 +0200AMERICA/MESSICO - Ucciso a colpi d’arma da fuoco un sacerdote nella diocesi di Huejutlahttps://fides.org/it/news/78184-AMERICA_MESSICO_Ucciso_a_colpi_d_arma_da_fuoco_un_sacerdote_nella_diocesi_di_Huejutlahttps://fides.org/it/news/78184-AMERICA_MESSICO_Ucciso_a_colpi_d_arma_da_fuoco_un_sacerdote_nella_diocesi_di_HuejutlaCittà del Messico Padre Román de la Cruz Hernández, 48 anni, è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco e il suo corpo è stato abbandonato lungo la carretera Tolago-Tetlapaya, ai confini dei comuni di Lolotla e Tlanchinol, nello Stato di Hidalgo, nel Messico centrale.<br /><br />La polizia aveva ricevuto una segnalazione relativa al ritrovamento di un cadavere lungo un tratto della strada. Giunti sul posto, gli agenti hanno constatato che l’uomo non presentava più segni vitali e aveva riportato diverse ferite da arma da fuoco. La vittima è stata successivamente identificata come Román de la Cruz Hernández, parroco di Santa Cruz e sacerdote della diocesi di Huejutla.<br /><br />Nelle vicinanze del luogo del ritrovamento è stato rinvenuto un pick-up Toyota Tacoma color vinaccia, con targa della Baja California, oltre a un cartello di cartone contenente quello che sembrerebbe essere un messaggio intimidatorio. Le autorità, tuttavia, non ne hanno ancora reso pubblico il contenuto né hanno indicato un possibile movente dell’omicidio.<br /><br />L’uccisione del sacerdote ha suscitato forte emozione nella Chiesa messicana. In un messaggio, la Conferenza Episcopale del Messico si è unita al vescovo José Hiraís Acosta Beltrán di Huejutla, ai sacerdoti, ai membri degli istituti di vita consacrata e a tutta la comunità diocesana, chiedendo alle autorità «di condurre un’indagine approfondita per chiarire questi eventi e garantire che giustizia sia fatta rapidamente».<br /><br />Il messaggio è firmato da Ramón Castro Castro, vescovo di Cuernavaca e presidente della CEM, e da Héctor M. Pérez Villarreal, vescovo ausiliare del Messico e segretario generale.<br /><br />Anche il vescovo di Huejutla, José Hiraís Acosta Beltrán, ha invitato i fedeli a evitare ogni speculazione, «affinché le autorità competenti possano condurre le loro indagini e fornire informazioni su questa tragedia».<br /><br />«Dato l’allarmante livello di violenza nel nostro Paese – ha affermato il presule – chiediamo con urgenza alle autorità di condurre un’indagine approfondita e di assicurare alla giustizia gli autori di questo omicidio, avvenuto nella nostra diocesi. Chiediamo che questo crimine, e tutti gli altri crimini che hanno afflitto la nostra nazione, non restino impuniti».<br /><br />La parrocchia di Santa Cruz, dove operava padre Román de la Cruz Hernández, è una comunità di circa 1.500 abitanti nel comune di Huejutla.<br /><br />La zona si trova in un territorio segnato da scontri tra gruppi criminali per il controllo del traffico illegale di carburante. Inoltre, il 14 agosto la diocesi di Huejutla aveva lanciato l’allarme dopo che alcuni criminali avevano hackerato i telefoni di diversi sacerdoti e, spacciandosi per loro, avevano tentato di estorcere denaro ai parrocchiani.<br /><br />Padre Román de la Cruz Hernández era nato il 28 luglio 1978 a Mazahuacán, nel comune di Lolotla, nello Stato di Hidalgo. Ordinato sacerdote il 18 dicembre 2006, dal settembre 2024 era il primo parroco diocesano della comunità di Santa Cruz, a Huejutla de Reyes, nella regione della Huasteca. Aveva inoltre coordinato la Commissione per la Pastorale Profetica della diocesi di Huejutla. <br />Fri, 18 Sep 2026 11:08:04 +0200PAPA IN FRANCIA/VI - Leone XIV a Parigi: una topografia missionariahttps://fides.org/it/news/78182-PAPA_IN_FRANCIA_VI_Leone_XIV_a_Parigi_una_topografia_missionariahttps://fides.org/it/news/78182-PAPA_IN_FRANCIA_VI_Leone_XIV_a_Parigi_una_topografia_missionariadi Marie-Lucile Kubacki<br /><br />Il 25 e il 26 settembre Leone XIV si recherà a Parigi e a Saint-Denis, prime tappe francesi di un viaggio che lo condurrà anche a Lourdes e a Metz. Nel corso di queste due giornate, il suo itinerario farà emergere diversi strati della storia cristiana della capitale. <br />Dalle tradizioni legate a Denis, il suo primo vescovo, ai nuovi volti delle comunità battezzati, dai luoghi di studio alle case di accoglienza, anche a Parigi la stessa domanda raggiunge il presente attraversando i secoli: come annunciare il Vangelo in un mondo che cambia? E anche a Parigi c’è una topografia della missione, impressa tanto nelle pietre quanto nelle vite.<br /><br /><br />Sulle tracce leggendarie di san Denis<br /><br /><br />Durante l’incontro con il popolo di Parigi, venerdì pomeriggio, il Papa percorrerà in papamobile i 2,5 km che separano la chiesa di Notre-Dame-des-Champs da piazza Saint-Michel. Un vero e proprio tuffo alle origini dell’evangelizzazione parigina. <br />La storia pubblicata dalla parrocchia collega il nome di Notre-Dame-des-Champs a un santuario ormai scomparso, situato nel quartiere dell’attuale rue Pierre-Nicole. La tradizione colloca in quel luogo le prediche di san Denis agli abitanti di Lutezia e conserva il ricordo di un altro nome: Notre-Dame-des-Vignes. È difficile, nell’attuale caos urbano, immaginare quei terreni ancora aperti, quei vigneti alle porte delle abitazioni. La leggenda fa iniziare lì un’avventura che avrebbe segnato Parigi in modo duraturo.<br /><br />Sebbene la figura di Denis sia stata ampiamente esaltata nella sua «Legenda Aurea», essa non appartiene tuttavia solo al regno dei racconti fantastici: alla fine del VI secolo, Gregorio di Tours lo presenta come uno dei vescovi inviati a evangelizzare la Gallia e narra il suo martirio durante le persecuzioni romane. Scritta diversi secoli dopo i fatti, questa testimonianza va distinta dai dati archeologici, che mettono in luce l’antichità del sito funerario e del santuario di Saint-Denis senza però richiamare tutti gli episodi della sua vita. <br /><br />Al centro di questa memoria rimane la figura di un vescovo missionario. Una “missione ad gentes”, agli albori del cristianesimo parigino. <br />L’antico priorato di Notre-Dame-des-Champs, diventato poi Carmelo, fu demolito durante la Rivoluzione; l’attuale chiesa, costruita a partire dal 1867 sul boulevard du Montparnasse, ne riprese il nome. Lo scenario era cambiato. Non si trattava più di portare il Vangelo agli abitanti dell’antica Lutecia, ma di dargli una dimora nella Parigi del XIX secolo, in piena trasformazione.<br />Non lontano da lì, in rue de Vaugirard, si scrive un’altra storia della missione: quella dell'Institut Catholique de Paris, fondato nel 1875 nell’ex convento dei Carmelitani, grazie alla legge Laboulaye sulla libertà dell’insegnamento superiore. <br /><br />Nella presentazione dello stemma storico, l’istituto ricorda che san Denis vi figura accanto alla Vergine e a santa Caterina d’Alessandria. Il primo vescovo di Parigi trova così il suo posto in un luogo dedicato allo studio: un altro modo, per questo percorso, di porre la questione della trasmissione della fede. <br /><br />Leone XIV vi si recherà la mattina seguente per incontrare i membri dell’Assemblea sinodale provinciale, i catecumeni e i neofiti. La trasmissione del sapere si intreccerà così con i primi passi nella fede. Venerdì, il percorso pubblico si concluderà in Place Saint-Michel, ai piedi della fontana eretta tra il 1858 e il 1860 nella Parigi di Haussmann. Napoleone I avrebbe potuto occuparne la nicchia centrale; alla fine vi trovò posto l’arcangelo Michele che sconfigge il demonio, immagine della lotta del Bene contro il Male. Dai ricordi della prima evangelizzazione ai dibattiti sul ruolo dei cattolici nella società moderna, il quartiere offre così un excursus storico e, alla fine del percorso, un angelo.<br /><br /><br />Notre-Dame: la risorta<br /><br /><br />È a Notre-Dame che Leone XIV celebrerà i vespri con i vescovi, i sacerdoti, i diaconi, le persone consacrate e i seminaristi di Francia. <br /><br />Se c’è un luogo in cui si intrecciano la memoria nazionale e quella della Chiesa, è proprio questa cattedrale. Il romanzo di Victor Hugo le ha regalato ammiratori in tutto il mondo, e le sue porte accolgono sia i fedeli che i visitatori alla ricerca di bellezza, silenzio o un po’ di frescura. Vi si entra per pregare, accendere una candela votiva, alzare lo sguardo. A volte semplicemente per restare lì. <br />Sotto le sue volte si snoda una storia le cui origini precedono di gran lunga il cantiere gotico avviato nel XII secolo: l’antica chiesa di Saint-Étienne e il battistero di Saint-Jean-le-Rond facevano parte di un complesso religioso antecedente all’attuale cattedrale. La cronologia e la disposizione di questi primi edifici rimangono tuttavia oggetto di dibattito tra gli studiosi. Le pietre non hanno ancora svelato tutti i loro segreti. Lo stesso edificio gotico conserva tracce di questa storia più antica, in particolare nelle sculture del XII secolo riutilizzate nel portale di Sant’Anna. Seguirono poi gli ampliamenti, le cappelle, le facciate del transetto, le decorazioni e i reliquiari; anche il culto di San Marcello, antico vescovo di Parigi, ha arricchito la memoria della cattedrale. <br /><br />Non lontano da lì, San Luigi fece costruire la Sainte-Chapelle per le reliquie della Passione, tra cui la Corona di spine: quest’ultima, insieme a una porzione del Legno della Croce e a un Chiodo della Passione, è oggi conservata a Notre-Dame.<br />È in questa cattedrale che Leone XIV verrà a pregare, dopo le devastazioni rivoluzionarie, i restauri e l’incendio del 2019. Una cattedrale risorta due volte, la cui forza non deriva solo da ciò che ha attraversato, ma da ciò che continua a viverci. <br /><br />Durante i vespri del 12 settembre 2008, Benedetto XVI vi ricordò la conversione di Paul Claudel e salutò quel «teatro di conversioni meno note, ma non per questo meno reali», quel «pulpito dove predicatori del Vangelo, come i padri Lacordaire, Monsabré e Samson, hanno saputo trasmettere la fiamma della loro passione a un pubblico tra i più eterogenei». <br /><br />Al di là del monumento, Notre-Dame è un luogo in cui le vite cambiano rotta. E, per il cattolicesimo francese messo a dura prova dalle crisi, l’immagine di una storia che non ha ancora detto l’ultima parola.<br /><br /><br />Bakhita: la missione nella città<br /><br /><br />Sabato mattina, Leone XIV si recherà alla Maison Bakhita, nel XVIII arrondissement, un luogo di accompagnamento e integrazione delle persone in esilio. Qui la missione assumerà un altro volto: quello dell’ospitalità, dell’incontro e della pazienza quotidiana. <br />La Maison porta il nome di Joséphine Bakhita, la donna sudanese ridotta in schiavitù, torturata e venduta, che poi è diventata religiosa in Italia, prima di essere canonizzata da Giovanni Paolo II il 1° ottobre 2000. Essa intende rispondere all’appello lanciato da Papa Francesco nel 2017: «accogliere, proteggere, promuovere e integrare» le persone in esilio. Quattro verbi che danno una forma concreta all’accoglienza evangelica dello straniero. <br /><br />In Francia, il romanzo che Véronique Olmi le ha dedicato nel 2017 ha contribuito a far conoscere Bakhita ben oltre gli ambienti cattolici. Dieci anni prima, Benedetto XVI aveva fatto del suo destino una delle figure centrali della sua enciclica *Spe salvi*, dedicata alla speranza cristiana. Nell’incontro con Dio, scriveva, Bakhita aveva scoperto «non solo la piccola speranza di trovare padroni meno crudeli, ma la grande speranza: sono definitivamente amata e, qualunque cosa mi accada, sono attesa da questo Amore» . E proseguiva: «Grazie alla conoscenza di questa speranza, era “redenta”, non si sentiva più una schiava, ma una figlia di Dio libera». <br /><br />Benedetto XVI sottolineava anche la portata missionaria di questa esperienza: «Sentiva il dovere di diffondere la liberazione che aveva ottenuto attraverso l’incontro con il Dio di Gesù Cristo» . Questa speranza ricevuta per essere condivisa illumina anche la tappa parigina di papa Leone XIV. Di fronte alle divisioni che l’accoglienza dei migranti suscita, anche all’interno delle comunità cristiane, la Maison Bakhita propone di iniziare con un incontro. <br /><br /><br />Saint-Denis: radici e ali<br /><br /><br />Nel corso del fine settimana sono attesi allo Stade de France oltre 80.000 giovani dai 17 ai 35 anni per una veglia di preghiera con Leone XIV. A Saint-Denis, il percorso riprenderà il nome con cui era stato inaugurato. Il cerchio è simbolico, non geografico: quello di una memoria missionaria. <br /><br />Secondo la leggenda, Denis, decapitato a Montmartre, avrebbe raccolto la propria testa e avrebbe camminato verso nord fino al luogo della sua sepoltura, nell’odierna Saint-Denis. Intorno a questa tomba sorse la basilica, diventata poi la necropoli dei re di Francia. Anche qui le pietre avrebbero tanto da raccontare. <br /><br />Carlo Magno assistette alla consacrazione della chiesa carolingia da parte dell’abate Fulrad, il 24 febbraio 775. Nel XIII secolo, San Luigi vi si recò per ricevere i simboli del pellegrino prima della sua partenza per la crociata. Nel settembre 1429, Giovanna d’Arco vi depose la sua armatura dopo il fallimento dell’assalto a Parigi, allora in mano agli anglo-borgognoni. Gesti di fiducia, ma anche momenti di prova: la memoria cristiana non è fatta solo di vittorie.<br /><br />Questa storia potrà forse sembrare lontana ad alcuni dei giovani riuniti allo stadio. Non tutti ne avranno ricevuto gli stessi racconti. Altre tradizioni familiari, altre lingue, altri percorsi spirituali alimenteranno il loro modo di pregare. Ma ricevere un’eredità non significa necessariamente assomigliarle in tutto. Significa anche darle nuovi volti. <br /><br />La diocesi di Saint-Denis ne offre un esempio concreto: propone in vendita cappellini e tessuti wax per contribuire al finanziamento della visita pontificia. Questa scelta conferisce alla preparazione del viaggio un’atmosfera festosa e colorata. Può anche essere interpretata come il segno di una Chiesa popolare, dove la fede si trasmette senza cancellare la diversità delle appartenenze.<br /><br />Dal ricordo dell’antica Lutetia alle tribune dello Stade de France, dalle pietre restaurate di Notre-Dame all’accoglienza della Maison Bakhita, queste tappe non segnano tanto un ritorno alle origini quanto un modo per prolungarle. La missione si lascia cogliere in un duplice movimento: accogliere una storia e rispondere a nuovi incontri, sotto l’impulso delle sorprese dello Spirito Santo, come amava ricordare Papa Francesco. <br /><br />L’itinerario di Leone XIV potrà essere letto in questa luce: il futuro dei cristiani di Francia non si prepara né nel ripiegamento nostalgico né nell’oblio. Richiede radici, affondate nella lunga storia dei martiri, dei re e dei poveri. Richiede anche ali, per raggiungere vite e mondi nuovi. Tra questa fedeltà e questa audacia, la missione prosegue il suo cammino. <br /><br />Fri, 18 Sep 2026 00:09:00 +0200ASIA/HONG KONG - al via il "cammino" verso l'Assemblea diocesana sulla sinodalitàhttps://fides.org/it/news/78181-ASIA_HONG_KONG_al_via_il_cammino_verso_l_Assemblea_diocesana_sulla_sinodalitahttps://fides.org/it/news/78181-ASIA_HONG_KONG_al_via_il_cammino_verso_l_Assemblea_diocesana_sulla_sinodalitaHong Kong – In vista dell’Assemblea diocesana sulla sinodalità, prevista per febbraio 2027, la diocesi di Hong Kong celebra sabato 19 settembre l’apertura del “cammino sinodale”. Secondo quanto riferisce Kung Kao Po, il settimanale della diocesi di Hong Kong, per prepararsi all’iniziativa il gruppo diocesano incaricato di curare il cammino sinodale ha preso parte all’incontro organizzato dall'organismo incaricato per la sinodalità costituito dalla Federazione delle Conferenze Episcopali dell’Asia , che si è svolto a Bangkok, in Thailandia, dal 1° al 3 settembre. L’incontro, che ha coinvolto gruppi che studiano e promuovono la sinodalità provenienti da 21 realtà ecclesiali dell’Asia, si è aperto con un’attività creativa intitolata “Il cammino sinodale nasce dall’amicizia”, a sottolineare che il camminare insieme non riguarda soltanto le riunioni e le strutture della Chiesa, ma nasce anzitutto dall’incontro tra le persone, dall’ascolto reciproco e dalla vicinanza in Cristo. <br /><br />L’incontro di Bangkok ha sollecitato i partecipanti a non estenuarsi nella ricerca di risposte rapide e formule a effetto né nella definizione di programmi e piani d’azione. Al contrario, li ha incoraggiati a permanere nella preghiera, a offrire tempo all’ascolto e al discernimento comunitario, per cercare di riconoscere come il Signore stia guidando le Chiese locali verso la realizzazione della sua volontà.<br /><br />Il gruppo di lavoro della diocesi di Hong Kong ha condiviso le proprie nuove esperienze di cammino sinodale, analizzando anche alcune iniziative di particolare valore e le urgenze che le hanno generate. <br /><br />Guardando al futuro del percorso sinodale, il cardinale Pablo Virgilio David, presidente della Commissione FABC per la sinodalità, ha incoraggiato i gruppi impegnati nelle diverse realtà locali a discernere l’opera silenziosa e discreta dello Spirito Santo, riconoscendo le “cose più grandi” che Dio sta compiendo nella Chiesa e nella società. Li ha inoltre esortati a rinunciare al desiderio di controllare i risultati e ad aprirsi all’azione dello Spirito Santo.<br /><br /> Fri, 18 Sep 2026 23:15:07 +0200Il Corso di Nemi, laboratorio aperto sul “mandato missionario” dei Vescovihttps://fides.org/it/news/78180-Il_Corso_di_Nemi_laboratorio_aperto_sul_mandato_missionario_dei_Vescovihttps://fides.org/it/news/78180-Il_Corso_di_Nemi_laboratorio_aperto_sul_mandato_missionario_dei_VescoviNemi – C’è un “mandato missionario” nella chiamata di Gesù ai suoi discepoli, che anche oggi interpella ogni nuovo “Successore degli Apostoli. Un mandato che va seguito come “criterio guida” per ispirare scelte, iniziative e riforme che ogni Vescovo è chiamato a compiere al servizio del popolo di Dio nella sua diocesi. <br />È questo i filo conduttore che unisce le giornate del Corso di formazione per i vescovi ospitato in questi giorni a Nemi, nell’area dei Castelli Romani, promosso dal Dicastero per l’Evangelizzazione con il sostegno e il contributo della Fondazione pontificia “Aiuto alla Chiesa che Soffre”. <br />Il Corso si svolge presso il Centro “ad Gentes”, residenza dei Padri della Società del Verbo Divino , Alle sessioni di lavoro e condivisione prendono parte stavolta 21 Vescovi provenienti da Paesi africani anglofoni, che hanno ricevuto la consacrazione episcopale tra il 1999 e il 2022. <br />Le informazioni raccolte dall’Agenzia Fides confermano il tratto sperimentale e innovativo dell’iniziativa promossa dal Dicastero missionario, un tratto percepibile nella gestione “elastica” della programmazione dei lavori. Col passare dei giorni, il Corso ha assunto la fisionomia di un “cantiere aperto”, un laboratorio interattivo dove si segue un’agenda riorientata e rimodellata passo dopo passo anche sulla base delle istanze poste dai Vescovi partecipanti. <br /><br />L’Arcivescovo Nwachukwu: il ministero del Vescovo è un “mandato missionario”<br /><br />All’inizio dei lavori, i partecipanti hanno votato “la missione e l’identità” della Chiesa e dei vescovi oggi come il tema più rilevante tra le numerose unità tematiche proposte in alternativa. <br />A orientare verso tale scelta hanno contribuito anche gli spunti offerti dall’intervento di ampio respiro realizzato lunedì 14 settembre dall’Arcivescovo Fortunatus Nwachukwu, Segretario del Dicastero per l’Evangelizzazione, sviluppatosi intorno ai focus tematici dell’esclusione, della comunione e della identità episcopale.<br /><br />Nel suo intervento, l’Arcivescovo Nwachukwu ha preso le mosse da quella che lui ha definito come una delle questioni più delicate affrontate dai vescovi in tutto il mondo: l’esclusione di coloro «che sono considerati o percepiti come diversi e quindi trattati come se non appartenessero alla comunità». Questa dinamica, ha affermato, è alla base sia del sistema delle caste in alcune parti dell’Asia sia dell’esclusivismo etnico in Africa, che ha descritto senza mezzi termini come «la bestia chiamata tribalismo».<br />Le molteplici forme di esclusione in ambito ecclesiale - ha spiegato l’Arcivescovo - hanno come denominatore comune il fatto di «escludere l’altra persona perché quella persona è considerata o percepita come diversa». L’arcivescovo Nwachukwu ha collegato direttamente i riferimenti alle dinamiche di esclusione con l’esercizio del ministero episcopale, insistendo sul fatto che la comunione deve rimanere il tratto distintivo di un vescovo. <br />La chiamata di Gesù ai suoi discepoli - ha poi ricordato l’Arcivescovo nigeriano - era, prima di tutto, un mandato missionario piuttosto che gestionale: «Gesù non chiamò i suoi discepoli all’inizio per farne pastori, per farne guida del gregge. Marco 1,17 è molto chiaro: “Mentre passava lungo il mare limpido della Galilea, vide Simone e suo fratello Andrea. Erano pescatori che gettavano le reti, ed egli li chiamò”. Non disse loro: Venite, seguitemi, e vi farò pastori. disse “vi farò pescatori di uomini”. Questa era la chiamata di Gesù ai discepoli: diventare pescatori di uomini. Questo è il mandato missionario».<br /><br />Chiamati a sconfiggere la “bestia del tribalismo”<br /><br />Nel suo intervento, l’Arcivescovo Nwachukwu ha rimarcato che la comunione non dovrebbe mai essere confusa con un’uniformità imposta all’interno di una diocesi, e. He «L’armonia non elimina le differenze, ma le unisce per formare la bellezza delle voci corali».<br />Criteri che vanno tenuti presenti anche nei processi di nomina episcopale, un ambito di competenza specifica del Dicastero missionario. «Qualsiasi vescovo che non rappresenti la comunione, che diventi un agente di divisione, vive in contrasto con la propria identità di pastore», ha detto all’assemblea, prima di rivolgersi direttamente ai nuovi vescovi: «Contiamo su di voi per aiutarci a sconfiggere questa bestia, questa bestia chiamata tribalismo. Vogliamo poter selezionare i candidati migliori per diventare vescovi, non la persona che proviene da un gruppo etnico o dall’altro».<br />Passando alla questione dell’identità episcopale, l’arcivescovo ha ricordato ai partecipanti che, secondo la Lettera agli Ebrei, il sacerdozio di Cristo è modellato su quello di Melchisedek, una figura priva di discendenza tribale o familiare: «Non aveva padre. Non aveva madre. Non aveva discendenza familiare, né ascendenza umana, ma è venuto come figlio dell’Altissimo Dio». E tutti i Vescovi cattolici sono chiamati a essere «Sacerdoti secondo l’ordine di Melchisedek».<br />L’arcivescovo Nwachukwu ha accennato anche a alcune esigenze fisiche ed emotive del ministero episcopale. «Prendersi cura della propria salute, concedersi un po’ di riposo» ha affermato «non è un lusso per il sacerdote. E non è un lusso nemmeno per il vescovo. È una necessità. È qualcosa che impariamo da Gesù»<br /><br />Percorsi pratici per realizzare il “mandato missionario” dei Vescovi<br /><br />Dopo la prima sessione, il Corso è entrato nelle fasi operative, ricalibrate a partire dalla scelta tematica indicata dagli stessi Vescovi.<br />Nella prima giornata, ai Vescovi è stato proposto di verificare in termini concreti se nella loro esperienza il mandato missionario sia davvero percepito e vissuto come criterio di riferimento nell’esercizio del proprio ministero episcopale, e se tale chiarezza possa essere attestata da qualche documento di programmazione e ispirazione della vita della diocesi. <br />Un discernimento diagnostico analogo è stato condotto in merito all’esercizio da parte del singolo vescovo dei tre “munera” del ministero episcopale – insegnamento , santificazione e governo.<br />Lo scopo del Corso, emerso in maniera progressiva, è quello di aiutare ciascun vescovo a chiarire la visione pastorale per la propria diocesi e, successivamente, sulla base delle risorse attualmente disponibili, delineare orientamenti concreti per scelte e programmi pastorali che contribuiscano e realizzare il mandato missionario delle singole comunità diocesane tenendo conto dei diversi contesti, carenze e priorità. <br /><br />Gli stimoli e le metodologie di discernimento proposti dai responsabili del Corso - tra cui il professor Peter Beer e padre Olivier Soma, dell’Istituto di Antropologia della Pontificia Università Gregoriana, e don Marco Sungsu Kim, Officiale del Dicastero per l’Evangelizzazione e professore presso l’Istituto di Psicologia dello stesso Ateneo - hanno aiutato i vescovi presenti a individuare i “punti di forza” e quelli di debolezza, le opportunità e i pericoli che connotano la condizione, la storia e il presente delle comunità ecclesiali affidate alla loro guida, da valutare anche rispetto alle diverse componenti comunitarie .<br /> <br />Il lavoro di diagnosi e confronto finora compiuto si pone come premessa per tentare di favorire scelte, proposte e programmi pastorali mossi dal desiderio di veder fiorire il “potenziale missionario” delle diverse comunità diocesane. Un intento che i Vescovi presenti stanno ponendo al centro dei lavori nelle sessioni finali del Corso di formazione, fino a sabato 19 settembre. Un tentativo da abbracciare tenendo realisticamente conto anche delle “forze in campo” disponibili, delle urgenze, delle vulnerabilità e di tutte le evenienze non programmabili che sempre in maniera gratuita possono fiorire nell’ordinarietà della vita ecclesiale. Thu, 17 Sep 2026 18:29:28 +0200ASIA/MYANMAR - Il Vescovo Bernardino Ne Ne: “Ascoltiamo la gente e siamo accanto agli sfollati. La pace è un imperativo”https://fides.org/it/news/78171-ASIA_MYANMAR_Il_Vescovo_Bernardino_Ne_Ne_Ascoltiamo_la_gente_e_siamo_accanto_agli_sfollati_La_pace_e_un_imperativohttps://fides.org/it/news/78171-ASIA_MYANMAR_Il_Vescovo_Bernardino_Ne_Ne_Ascoltiamo_la_gente_e_siamo_accanto_agli_sfollati_La_pace_e_un_imperativoTaungngu – “Siamo in una situazione di sfollamento diffuso, ma la pastorale continua nonostante le difficoltà. I sacerdoti sono nelle parrocchie e si prendono cura delle famiglie, ascoltano e consolano”. È la testimonianza affidata all'Agenzia Fides da mons. Bernardino Ne Ne, Vescovo coadiutore di Taungngu, nel Myanmar centro-meridionale, mentre il Paese continua a vivere una grave crisi segnata dal conflitto, dagli sfollamenti e dal collasso delle condizioni sociali ed economiche.<br />Taungngu si trova nella regione di Bago, in un'area strategica del Myanmar, che collega le zone centrali del Paese con le regioni orientali a maggioranza Karen, dove da decenni è attivo il conflitto tra l'esercito birmano e i gruppi etnici armati. Dopo il colpo di Stato del febbraio 2021, la guerra civile si è estesa e intensificata, coinvolgendo anche la regione di Bago e le aree circostanti. Nel Sudest del Paese continuano combattimenti, operazioni militari e attacchi aerei, con conseguenze pesanti sulla popolazione civile e nuovi sfollamenti.<br /><br />“Come Chiesa cerchiamo di fare del nostro meglio in una situazione di grave disagio”, racconta mons. Ne Ne, in passato Direttore nazionale delle Pontificie Opere Missionarie in Myanmar. “Ci sono bombardamenti aerei intorno alle città. La gente ha paura e cerca di sopravvivere. L'inflazione galoppa e la popolazione soffre”. In questo contesto, spiega, la Chiesa procede con prudenza, cercando anzitutto di proteggere la vita delle persone: “Non facciamo grandi raduni che non sono consentiti. La fede, tuttavia, è forte nonostante le sfide e la precarietà”.<br /><br />Nella diocesi di Taungngu, aggiunge il Vescovo, “molte persone sono state costrette ad abbandonare le proprie case a causa della guerra e vivono in condizioni precarie". La crisi degli sfollati si inserisce in quella più ampia che attraversa il Myanmar: secondo le Nazioni Unite, nel 2026 gli sfollati interni nel Paese sono arrivati a circa 3,6 milioni.<br />Dei 64 sacerdoti della diocesi, 44 - rileva - sono attualmente attivi nel servizio pastorale: “I nostri preti sono vicini alle famiglie, visitano, ascoltano e consolano. La Chiesa è vicina a coloro che soffrono, specialmente ai poveri, ai vulnerabili e a quanti sono colpiti dal conflitto e dalle difficoltà. Attraverso il servizio caritativo, la cura pastorale, l'educazione e l'impegno per la giustizia, la Chiesa cerca di riflettere la compassione di Cristo”.<br /><br />Particolarmente delicata è la situazione dei giovani: “Sono fuggiti perché il sistema educativo è collassato”, spiega Ne Ne. Molti di loro, osserva, pensano di costruirsi una vita altrove, anche all'estero: “I giovani non sono soltanto il futuro della Chiesa; sono una parte essenziale della Chiesa oggi. Il modo migliore per accompagnarli è ascoltarli, camminare con loro e aiutarli a incontrare personalmente Cristo”. Ma anche questo compito pastorale è diventato difficile, in una società nella quale tanti giovani sono focalizzati e desiderano lasciare il Paese.<br /><br />Di fronte a questa realtà, mons. Ne Ne indica nell'ascolto una delle responsabilità fondamentali del ministero episcopale: “Quello che posso fare è ascoltare il Popolo di Dio”. Per un Vescovo, aggiunge, sono essenziali “la fede, l'umiltà, la compassione, la sapienza e la capacità di ascoltare. Un Vescovo è vicino a Dio attraverso la preghiera e vicino alla gente attraverso la presenza pastorale. Mi sento chiamato a essere un ponte di comunione, un servitore dell'unità e un testimone della speranza in un mondo che spesso sperimenta divisione e incertezza”.<br /><br />Sul piano politico, il Vescovo sottolinea che, dopo cinque anni di guerra civile, “la pace è un imperativo”, anche se oggi appare difficile avviare un percorso di dialogo perchè “non vi è fiducia reciproca tra i due gruppi in lotta”, rileva. E sulla possibilità di far intervenire un soggetto per svolgere un ruolo di mediazione, osserva che anche l'ASEAN ha tentato di intervenire, ma "il suo piano è rimasto sulla carta”.<br /><br />Per la Chiesa, tuttavia, la costruzione della pace non è un optional: “La pace e la riconciliazione cominciano nei nostri cuori e nelle nostre comunità. Come seguaci di Cristo, siamo chiamati a essere strumenti di pace, perdono e unità”. Per questo, aggiunge, intende incoraggiare tutti i cattolici “a testimoniare la propria fede non solo con le parole, ma anche attraverso atti di gentilezza, onestà, servizio e amore verso il prossimo”.<br /><br />La Chiesa di Taungngu continua a svolgere la propria missione in un territorio segnato dalla guerra, cercando di accompagnare una popolazione esposta alla violenza e allo sfollamento. In un Myanmar travagliato da scontri e bombardamenti aerei che continuano a essere una delle principali cause di sofferenza, la comunità cattolica tiene aperti gli spazi della pastorale e della prossimità.<br /><br /> <br /><br />Thu, 17 Sep 2026 12:01:06 +0200Leone XIV: nelle vite dei nuovi martiri e testimoni c’è il riflesso della vittoria di Cristo sulla mortehttps://fides.org/it/news/78179-Leone_XIV_nelle_vite_dei_nuovi_martiri_e_testimoni_c_e_il_riflesso_della_vittoria_di_Cristo_sulla_mortehttps://fides.org/it/news/78179-Leone_XIV_nelle_vite_dei_nuovi_martiri_e_testimoni_c_e_il_riflesso_della_vittoria_di_Cristo_sulla_morteCittà del Vaticano – I martiri e i testimoni del tempo presente sono «una delle maggiori risorse della Chiesa per annunciare il Vangelo nel mondo di oggi». È uno dei passaggi chiave del discorso rivolto da Leone XIV ai partecipanti al convegno «Il XXI secolo: un nuovo tempo di martiri?», organizzato dal dalla Commissione Nuovi Martiri – Testimoni della Fede sotto l’egida del Dicastero delle Cause dei Santi. <br /><br />I testimoni della fede, ha sottolineato il Pontefice, «non propongono un’ideologia, ma mostrano una fede vissuta nella quotidianità». Anche nei contesti culturali segnati dall’indifferenza, la «santità della porta accanto» e l’eroismo silenzioso possono interpellare tutti, «anche i più diffidenti». A illuminare questa forza evangelizzatrice è il richiamo a san Paolo VI, che nell’esortazione apostolica Evangelii nuntiandi osservava come l’uomo contemporaneo ascolti più volentieri i testimoni che i maestri e, quando ascolta questi ultimi, lo faccia perché sono a loro volta testimoni.<br />Il discorso del Vescovo di Roma si è soffermato sulla denominazione «testimoni della fede», che abbraccia una categoria più ampia rispetto ai martiri per i quali è in corso una causa di beatificazione o a quanti sono già iscritti nel catalogo dei Beati e dei Santi. <br /><br />Istituita da Papa Francesco nel 2023, la Commissione ha il compito di raccogliere le testimonianze su coloro che hanno perso la vita per Cristo, indipendentemente dall’iter canonico, perché il loro esempio non vada perduto.<br />Una distinzione che permette di accogliere anche vicende nelle quali le ragioni della violenza non sono riconducibili esplicitamente all’«odio della fede». Molti cristiani, ha ricordato Leone XIV, vengono uccisi «per abuso di potere o da organizzazioni criminali» perché contrastano le ingiustizie in nome del Vangelo. Il loro impegno evangelico li espone alla violenza in situazioni storiche complesse, che il lavoro della Commissione è chiamato a documentare.<br />Per questo, ha precisato il Papa, tale lavoro, sostenuto dal Dicastero delle Cause dei Santi, ha carattere «storiografico e divulgativo, non giuridico». L’attenzione si concentra sulle disposizioni d’animo della vittima più che sulle motivazioni del persecutore: si guarda alla sua fedeltà a Cristo nell’adempimento del proprio impegno evangelico, mantenuta fino alla morte. Raccogliere queste storie significa dunque custodire una testimonianza senza sovrapporre questo servizio al percorso canonico di riconoscimento del martirio.<br /><br />Leone XIV ha collocato queste esistenze nel nostro tempo, «dominato dalla cultura della potenza, della forza senza limiti e dallo sviluppo incessante dei sistemi armati». È proprio in questo scenario che emerge il dono rappresentato dai nuovi testimoni della fede. Fratelli e sorelle vissuti in contesti geografici, storici e politici diversi, nelle cui vite - comprese le circostanze in cui la vita è stata loro tolta – si è reso percepibile il riflesso della vittoria di Cristo sul male e sulla morte. In loro, ha aggiunto il Pontefice, si manifesta «lo stile del cristiano, che mai cerca la contrapposizione, ma piuttosto la disinnesca con l’efficacia della mitezza». <br />Citando l’esortazione apostolica Evangelii gaudium di Papa Francesco, Leone XIV ha ricordato che il discepolo può offrire la propria vita fino al martirio, ma «il suo sogno non è riempirsi di nemici»: desidera piuttosto che la Parola sia accolta e manifesti la propria forza liberatrice e rinnovatrice.<br />Nella parte conclusiva, il Papa ha paragonato questi fratelli e sorelle a «stelle che brillano nel buio dell’egoismo e della sopraffazione» e aiutano la Chiesa a riflettere la luce di Cristo, indicando così all’umanità la strada verso la «civiltà dell’amore». <br />Wed, 16 Sep 2026 13:14:22 +0200ASIA/HONG KONG - Celebrato il 105° anniversario di fondazione della "Legio di Mariae"https://fides.org/it/news/78178-ASIA_HONG_KONG_Celebrato_il_105_anniversario_di_fondazione_della_Legio_di_Mariaehttps://fides.org/it/news/78178-ASIA_HONG_KONG_Celebrato_il_105_anniversario_di_fondazione_della_Legio_di_Mariaedi Marta Zhao<br /><br />Hong Kong – Nel dicembre 1948 l’associazione cattolica Legio Mariae, fondata a Dublino il 7 settembre 1921, alla vigilia della festa della Natività della Beata Vergine Maria, fu ufficialmente istituita a Hong Kong. Oggi, a 105 anni dalla fondazione, la Legione di Maria di Hong Kong conta circa 6.000 membri, suddivisi in due categorie: membri attivi e membri ausiliari. Li unisce la devozione mariana, vissuta attraverso la preghiera, la formazione e il servizio apostolico.<br /><br />Per celebrare il 105° anniversario della fondazione, il "Comitium" di Hong Kong della Legione di Maria ha celebrato una solenne Eucaristia di ringraziamento nella Cattedrale dell’Immacolata Concezione. La celebrazione è stata presieduta dal cardinale Stephen Chow Sau-yan, vescovo della diocesi di Hong Kong, e concelebrata da 24 sacerdoti, conil servizio liturgico di 5 diaconi. <br /><br />Secondo quanto riferisce Kung Kao Po, il settimanale della diocesi di Hong Kong, i membri della Legione di Maria si sono riuniti per rendere grazie al Signore e celebrare insieme le grazie ricevute. <br /><br />In una società sempre più secolarizzata, la struttura rigorosa della Legione di Maria può aiutare i giovani a orientarsi nel cammino di fede verso la santità, testimoniando i doni di grazia ricevuti anche con i propri amici e conoscenti. <br /><br />A Hong Kong, i membri della Legio Mariae visitano anziani e persone sole, svolgono l’apostolato nelle comunità locali, lavorano con bambini e giovani, accompagnano le persone nel cammino verso la fede e pregano per loro.<br /><br />La spiritualità mariana della Legione <br /><br />La Legio Mariae è un’associazione di laici cattolici, una scuola di apostolato cattolico che vive e diffonde la fede sotto la guida e sull’esempio della Vergine Maria. Il “Fiat” di Maria, la sua obbedienza e la sua umiltà sono infatti tratti caratteristici della spiritualità legionaria. L’associazione fu fondata a Dublino il 7 settembre 1921, alla vigilia della festa della Natività di Maria, da Frank Duff insieme a un piccolo gruppo di laici. Il nome “Legione” richiama l’antico esercito romano per esprimere disciplina, fraternità, impegno e disponibilità al servizio. La Legio Mariae distingue principalmente tra membri attivi e membri ausiliari. I membri si incontrano periodicamente per la preghiera, la formazione spirituale e altre attività. Le attività caritative comprendono le visite ad anziani, malati e persone sole; l’accompagnamento di quanti desiderano avvicinarsi alla Chiesa; l’aiuto nella preparazione al Battesimo o nel cammino verso la fede cattolica; la collaborazione alle attività parrocchiali; l’apostolato tra le persone lontane dalla Chiesa; la preghiera per le persone e per le situazioni difficili. Non si tratta, dunque, semplicemente di un gruppo che prega il Rosario: la preghiera si unisce a un apostolato concreto.<br /><br /><br />La Legio Mariae in Cina<br /><br />Il rapporto della Legio Mariae con la Cina è stato condizionato dai mutamenti del contesto geopolitico nazionale e internazionale e dalle vicende politiche e religiose vissute dalla Chiesa cattolica locale. <br /><br />L’associazione giunse in Cina intorno agli anni Trenta del secolo scorso, grazie a una figura di rilievo: padre Aedan McGrath, sacerdote irlandese della Società per le Missioni Estere di San Colombano. Con il sostegno dell’arcivescovo Antonio Riberi, allora delegato apostolico della Santa Sede in Cina, McGrath si impegnò attivamente nella fondazione di gruppi della Legione di Maria in diverse parti del Paese. <br /><br />Intorno al 1948, Shanghai divenne uno dei principali centri della Legione, che si diffuse rapidamente in città come Tianjin, Guangzhou, Guilin e Chongqing. Tra il 1948 e il 1951, p. McGrath contribuì alla fondazione di circa 2.000 "praesidia" nella Cina continentale, molti dei quali erano presenti nelle scuole.<br /><br />La Legione di Maria aveva conosciuto in Cina una crescita molto significativa. Dopo il 1949, tuttavia, la presenza di un’organizzazione che utilizzava il termine “Legione”, letteralmente un esercito, divenne una questione particolarmente delicata nel nuovo contesto politico. La Legione poneva l’accento sulla fedeltà alla Chiesa e al Papa, sull’evangelizzazione, sulla formazione e sull’unità dei laici cattolici, nonché sulla testimonianza della fede nella società. Nel 1951, le autorità di Shanghai misero ufficialmente al bando la Legione di Maria. Successivamente, anche nelle altre parti della Cina continentale, le sue organizzazioni furono sciolte. Numerosi membri subirono arresti, interrogatori, detenzioni e, in alcuni casi, lunghi periodi di lavoro forzato. Anche padre McGrath fu arrestato: rimase detenuto a Shanghai per più di due anni e fu liberato nel 1954.<br /><br />La storia della Legione di Maria in Cina, dunque, non è soltanto quella di un’associazione cattolica devota alla Madonna. Negli anni Cinquanta, essa divenne anche parte della storia dei cattolici cinesi che cercavano di rimanere fedeli alla propria identità ecclesiale e alla propria fede. La messa al bando negli anni Cinquanta non significa tuttavia necessariamente che oggi, in Cina, non esistano persone o comunità che abbiano mantenuto un legame con la tradizione e la spiritualità della Legione. Quel tesoro di fede, trasmesso da persona a persona, è stato cusatodito dalla grazia di Cristo. <br /><br />A Hong Kong e a Taiwan la Legione ha continuato a svilupparsi pubblicamente e dispone oggi di una struttura stabile, organizzata e attiva. Queste realtà rappresentano una continuità nella storia della Legione nel mondo cinese.<br /><br />Wed, 16 Sep 2026 11:46:48 +0200AFRICA/ZAMBIA -Voci della società civile e della Chiesa: “A rischio Stato di diritto e garanzie costituzionali”https://fides.org/it/news/78177-AFRICA_ZAMBIA_Voci_della_societa_civile_e_della_Chiesa_A_rischio_Stato_di_diritto_e_garanzie_costituzionalihttps://fides.org/it/news/78177-AFRICA_ZAMBIA_Voci_della_societa_civile_e_della_Chiesa_A_rischio_Stato_di_diritto_e_garanzie_costituzionaliLusaka – “Un deliberato e crescente disprezzo per la Costituzione, lo Stato di diritto e i diritti umani dei cittadini zambiani”. Così un insieme di organizzazioni della società civile qualifica la condotta del governo dello Zambia dopo le elezioni del 13 agosto, vinte dal presidente uscente Hakainde Hichilema .<br />Nella loro dichiarazione, pervenuta all’Agenzia Fides, le organizzazioni della società civile, tra le quali figura Caritas Zambia, sottolineano di averla pubblicata “alla vigilia della Giornata internazionale della democrazia, che il mondo celebra il 15 settembre, una ricorrenza istituita dalle Nazioni Unite per riflettere sullo stato della democrazia a livello globale”.<br />“È un’amara ironia che lo Zambia si avvicini a questa giornata non celebrando la solidità delle proprie istituzioni democratiche, bensì trovandosi ad affrontare un attacco senza precedenti contro di esse”, afferma il documento. “Esortiamo tutti gli zambiani e la comunità internazionale a celebrare la Giornata internazionale della democrazia di quest’anno riflettendo con serietà sugli eventi qui di seguito esposti e sulle loro implicazioni per il futuro del nostro ordinamento costituzionale”.<br />In primo luogo, l’annullamento arbitrario di passaporti senza il dovuto processo. I passaporti di sei cittadini sono stati revocati tramite un avviso sulla Gazzetta ufficiale, senza alcuna udienza né possibilità di contestare la decisione. Tra le persone colpite figurano l’ex ambasciatore in Etiopia Emmanuel Mwamba, l’accademico Dr. Sishuwa Sishuwa e due ex parlamentari”.<br />“In secondo luogo, le accuse di alto tradimento e sedizione mosse contro il candidato presidenziale dell’opposizione Brian Mundubile e il suo candidato vicepresidente Makebi Zulu, detenuti dalla fine di agosto senza essere mai comparsi davanti a un giudice” . Alcuni di questi sarebbero stati sottoposti a torture, denunciano le associazioni della società civile<br />“In terzo luogo, la crescita di episodi di sequestri di persona, esemplificata dall’arresto della parlamentare in carica Faith Munthali”<br />“Non consideriamo questi episodi come casi isolati. Nel loro insieme, essi configurano una crisi costituzionale, violando le garanzie relative alla libertà di circolazione, alla libertà personale e al diritto a un giusto processo”, affermano i firmatari della dichiarazione.<br />Mons. George Cosmas Zumaire Lungu, Vescovo di Chipata, ha espresso in una lettera pastorale “la profonda preoccupazione, l’ansia e l’incertezza sulla direzione in cui si sta muovendo la nostra nazione” sperimentate da “numerosi cittadini” a causa degli ultimi avvenimenti.<br />Il Vescovo di Chipata ricorda che «la Chiesa non esiste per schierarsi a favore di un partito politico o di un altro, né deve trasformarsi in uno strumento di opposizione politica. Tuttavia, non può nemmeno restare in silenzio quando la dignità della persona umana, il bene comune, la giustizia, la pace e lo Stato di diritto sono gravemente minacciati».<br />Mons. Lungu continua affermando: “La Chiesa non può predicare la riconciliazione rifiutandosi di affrontare le ferite che la rendono necessaria. Non possiamo predicare la giustizia se abbiamo paura di parlare di ingiustizia. Non possiamo predicare la pace se restiamo in silenzio mentre vengono indebolite le condizioni necessarie per la pace. E non possiamo parlare in modo convincente della dignità umana se non difendiamo la dignità e i diritti di ogni persona, a prescindere dall’appartenenza politica”.<br />“In quest’ottica, ritengo che un confronto rispettoso con il Presidente e con gli opportuni rappresentanti del Governo potrebbe rappresentare un passo costruttivo”, conclude. <br />Wed, 16 Sep 2026 11:46:13 +0200ASIA/COREA DEL SUD - In corso la II Conferenza internazionale preparatoria della "GMG Seoul 2027”https://fides.org/it/news/78176-ASIA_COREA_DEL_SUD_In_corso_la_II_Conferenza_internazionale_preparatoria_della_GMG_Seoul_2027https://fides.org/it/news/78176-ASIA_COREA_DEL_SUD_In_corso_la_II_Conferenza_internazionale_preparatoria_della_GMG_Seoul_2027di Pascale Rizk<br /><br />Seoul – A Seul, nella Cattedrale di Myeongdong, si è celebrata alle 16 di mercoledì 16 settembre, la messa in lingua inglese presieduta dall’Arcivescovo Peter Soon-taick Chung, in occasione della seconda conferenza internazionale preparatoria della Giornata Mondiale della Gioventù. "Gesù dice: 'Prendiamo coraggio'. Ma non in noi stessi, bensì in Lui che ci guida, perché il Signore ha vinto il mondo”, ha detto a tutti i presenti il celebrante durante l'omelia.<br /><br />La conferenza si svolge dal 14 al 17 settembre presso il Nest hotel, nella zona di Yeongjongdo a Incheon, a circa 35 km da Seoul. Vi prendono parte 300 delegati da più di 100 Paesi, membri del comitato organizzatore e volontari. La messa è stata animata dal coro e all’orchestra della GMG Seoul 2027.<br />Lunedì la conferenza si è aperta alle ore 9.00 con gli interventi e le presentazioni degli inviati Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita e dell’Organismo consultivo internazionale dei giovani , che hanno invitato i partecipanti a riflettere sul significato della Giornata Mondiale della Gioventù. Alla fine della giornata, i rappresentanti dei vari continenti hanno partecipato ad una K-Culture Night animata da spettacoli di danza tradizionale coreana, danza K-pop e giochi tradizionali. <br /><br />Martedì 15 settembre si è tenuta l’esposizione delle diocesi coreane dove ogni diocesi ha presentato la propria storia, le principali attrazioni, i propri programmi e i piani di accoglienza dei pellegrini. “E’ stato un evento fantastico per far conoscere la nostra diocesi e incontrare di persona i delegati provenienti da vari paesi che verranno a trovarci l’anno prossimo” racconta all’Agenzia Fides Aran Kim, delegata in rappresentanza della diocesi di Andong, che si era già recata a Roma nel 2024 per il tradizionale passaggio della Croce e dell’Icona Salus Popoli Romani . “Naturalmente adoro conoscere nuove persone e chiacchierare con loro, quindi è stata una vera gioia presentare la nostra regione e promuovere il DID ai visitatori internazionali che hanno mostrato interesse per Andong”, conclude Aran.<br />Il Comitato Organizzatore Locale della Giornata Mondiale della Gioventù di Seoul del 2027 è stato istituto nel dicembre del 2023, dopo l’annuncio fatto da Papa Francesco a Lisbona nell’agosto 2023, nel quale aveva dichiarato che l’incontro successivo sarebbe avvenuto nella terra “del calmo mattino” e dopo la prima conferenza internazionale tenutasi a Roma nel settembre dello stesso anno. La ceremonia di inaugurazione, così come il tema ufficiale con il logo, sono stati resi noti nel 2024.<br /><br /><br /><br />Nel febbraio del 2025, il Comitato Organizzatore Locale della Giornata Mondiale della Gioventù Seul 2027 si è trasferito nella nuova sede presso il Centro di Spiritualità accanto alla Cattedrale di Myeongdong, dove ha celebrato la cerimonia di benedizione dei locali e dei veicoli ufficiali. Inoltre, ha reclutato e formato i volontari, organizzandoli in 14 squadre specializzate per sostenere la preparazione dell’evento. Il comitato ha altresì offerto corsi di formazione per preparare i giovani ad assumere ruoli di responsabilità nel cammino verso il 2027. <br />Nel marzo 2025, il Comitato ha, inoltre, ospitato iniziative spirituali tra cui la veglia quaresimale «24 ore per il Signore» presso la Cattedrale di Myeongdong, rispondendo così all’appello di Papa Francesco per l’Anno Giubilare. Nel frattempo, ha continuato a coordinare il pellegrinaggio dei simboli della GMG e a collaborare con il Dicastero per i Laici e la Famiglia e la Vita del Vaticano per mantenere allineati tutti i preparativi.<br />Nell’aprile di quest’anno, sono stati scelti i 5 santi patroni e il lavoro presso le 230 parrocchie della diocesi ha così potuto avere inizio. Sono stati forniti i dettagli e i requisiti per l’ospitalità in famiglia, la formazione, l’assegnazione del personale e la preparazione degli alloggi parrocchiali. <br /><br />Attualmente, ogni parrocchia sta reclutando famiglie ospitanti per i fedeli, mentre il comitato organizzativo sta valutando anche la possibilità di utilizzare strutture pubbliche a Seoul come alloggi nel caso in cui fosse difficile garantire spazi sufficienti ricorrendo esclusivamente alle famiglie ospitanti. “Nel nostro stand, abbiamo avuto l’opportunità di incontrare i rappresentanti della Cambogia, Mongolia, Etiopia, Francia e SMY International, con i quali abbiamo potuto parlare della loro partecipazione alla parte diocesana della GMG, dato che si erano già registrati nella nostra diocesi per l’evento” racconta Suor Ester Palma della Congregazione dei Servitori del Vangelo della Misericordia di Dio. “I rappresentanti di Paesi partecipanti come le Isole Mauritius, la Costa Rica, il Paraguay, l’India e la Malesia sono passati per chiedere informazioni e nonostante si avverta la barriera linguistica in questo tipo di eventi, i rappresentanti delle diocesi hanno compiuto grandi sforzi per comunicare con i delegati internazionali ”, conclude Suore Ester presente nella diocesi di Daejon, in Corea del Sud, da circa 2 decenni.<br />Il 3 agosto scorso è stato lanciato l’inno ufficiale della GMG al quale è seguita una una fiera cattolica che si è tenuta a Seoul nelle giornate dell’8 e 9 agosto, voluta come inziativa pilota in vista della GMG 2027 . Ad oggi, 378 volontari hanno aderito al comitato organizzativo, tra cui coreani, stranieri residenti in Corea e volontari internazionali provenienti dall’estero. L’obiettivo per l’evento principale è reclutare un totale di 30.000 volontari: 10.000 volontari provenienti sia dalla Corea che da altri paesi e 20.000 volontari parrocchiali, provenienti principalmente dall’Arcidiocesi di Seoul. Il reclutamento dei volontari nazionali a lungo termine è in corso, mentre i volontari internazionali a lungo termine vengono selezionati tramite raccomandazioni dei vescovi dei rispettivi Paesi. <br />Wed, 16 Sep 2026 11:34:45 +0200ASIA/PAKISTAN - I bambini cristiani, “apostoli e missionari” tra discriminazione e povertàhttps://fides.org/it/news/78175-ASIA_PAKISTAN_I_bambini_cristiani_apostoli_e_missionari_tra_discriminazione_e_povertahttps://fides.org/it/news/78175-ASIA_PAKISTAN_I_bambini_cristiani_apostoli_e_missionari_tra_discriminazione_e_povertaIslamabad - In un contesto nazionale in cui l'infanzia affronta gravi difficoltà, come discriminazione, sfruttamento attraverso il lavoro minorile, abusi e negazione del diritto di istruzione, i bambini cattolici sono chiamati a essere "piccoli apostoli e piccoli missionari, portando l'amore, la gioia e il messaggio di Cristo agli altri": lo ha rimarcato Joseph Arshad, Arcivescovo della diocesi di Islamabad-Rawalpindi, incontrando nei giorni scorsi i piccoli riuniti dalla Pontificia Opera della Santa Infanzia della diocesi di Islamabad-Rawalpindi, grazie all'impegno di padre Farooq Ghafoor, direttore diocesano delle Pontificie Opere Missionarie. L'incontro, incentrato sul tema "Bambini che aiutano altri bambini", ha riunito ragazzi, insegnanti, suore, sacerdoti e rappresentanti di diverse istituzioni educative cattoliche per la preghiera, la condivisione e la formazione missionaria. Nel 2026 la diocesi di Islamabad-Rawalpindi sta vivendo uno speciale “Anno dei bambini”, collegandolo alle emergenze dell'educazione e della protezione dell'infanzia.<br /><br />Nel loro cammino di crescita umana e spirituale, bambini e ragazzi cattolici - in particolare quelli che vivono in regioni socio-economicamente emarginate - affrontano situazioni difficili come la discriminazione religiosa sistemica. Infatti, "dato che i cristiani costituiscono una minoranza, i bambini subiscono spesso esclusione sociale, pregiudizi in ambito scolastico e limitazioni nell'accesso ai servizi pubblici o alle borse di studio; ciò ne limita la mobilità socio-economica fin dalla più tenera età", rimarca a Fides Rabeel Aslam, responsabile delle Comunicazioni sociali nella diocesi.<br />Un altro aspetto da considerare è il fenomeno del lavoro minorile e della vulnerabilità economica: "La povertà che affligge le comunità cattoliche - prosegue Aslam - costringe spesso i bambini a svolgere lavori pericolosi, come nelle fornaci di mattoni, nel lavoro domestico o nell'agricoltura informale, compromettendo la loro istruzione o negandola, e perpetuando cicli di povertà".<br />In contesti rurali, poi, le ragazze minorenni cristiane sono esposte al rischio di matrimoni forzati e conversioni religiose forzate, "situazioni spesso aggravate dall'inerzia delle autorità e da barriere strutturali che ostacolano la loro tutela", osserva.<br /><br />Di fronte a queste sfide, l'Arcivescovo Arshad ha esortato bambini e ragazzi "a pregare per i bambini di tutto il mondo, aiutare i bambini bisognosi, condividere i propri doni e le proprie risorse", aggiungendo che "in Pakistan è importante mostrare l'amore di Cristo attraverso le proprie azioni e diventare operatori di pace tra i loro amici".<br />Nel corso dell'Eucaristia, mons. Arshad ha sottolineato il loro importante ruolo nella missione della Chiesa. Riflettendo sul tema "Bambini che aiutano i bambini", l'Arcivescovo ha ricordato "quanto siano preziosi i piccoli agli occhi di Gesù e che non si è mai troppo piccoli per pregare, servire, condividere e testimoniare la propria fede". Li ha incoraggiati a diventare "evangelizzatori nelle loro famiglie, scuole e comunità". <br />Bambini e ragazzi - ha ricordato - possono partecipare all'opera missionaria attraverso la preghiera, il buon esempio, la gentilezza, la condivisione e il servizio agli altri. A tal fine li ha esortati "a pregare per i bambini che soffrono, ad aiutare chi è nel bisogno, a condividere ciò che hanno e a portare l'amore di Cristo al prossimo nella vita quotidiana", sottolineando la vocazione missionaria dei bambini e la specifica missione dell'Opera della Santa Infanzia. In un'assemblea composta anche da studenti di diverse scuole cattoliche, si è rimarcata l'importanza che quegli istituti ricoprono nell'opera educativa delle nuove generazioni, anche nel promuovere le attività pastorali e missionarie della diocesi.<br /> <br />Wed, 16 Sep 2026 11:08:35 +0200AFRICA/ETIOPIA - Capodanno etiope: l’eparca di Adigrat e il messaggio di speranza nel mezzo della sofferenzahttps://fides.org/it/news/78174-AFRICA_ETIOPIA_Capodanno_etiope_l_eparca_di_Adigrat_e_il_messaggio_di_speranza_nel_mezzo_della_sofferenzahttps://fides.org/it/news/78174-AFRICA_ETIOPIA_Capodanno_etiope_l_eparca_di_Adigrat_e_il_messaggio_di_speranza_nel_mezzo_della_sofferenzaAdigrat – Lo scorso 11 settembre in Etiopia sono iniziati i festeggiamenti per il Capodanno, una ricorrenza di grande importanza per la cultura etiope, momento di celebrazione della tradizione, della prosperità e di un nuovo inizio. In questa occasione, l’eparca di Adigrat, Tesfaselassie Medhin, ha condiviso con l’Agenzia Fides il messaggio rivolto alla popolazione per celebrare il passaggio dall’Anno di Marco all’Anno di Luca Evangelista nel calendario liturgico etiope.<br /><br />L’eparca esorta i fedeli a iniziare il nuovo anno con gratitudine verso Dio, pur riconoscendo i sentimenti contrastanti di speranza e ansia che attraversano la popolazione. Nel suo messaggio, Medhin dà voce alle profonde ferite che continuano ad affliggere la società: la perdita di persone care, delle abitazioni e dei mezzi di sostentamento; gli sfollamenti; la disoccupazione e l’interruzione dell’istruzione per molti giovani; il peso della siccità, della carestia e della povertà, insieme alla mancanza di pace. Molti giovani, inoltre, sono costretti ad abbandonare la propria terra. Eppure, nonostante queste avversità, la sofferenza non deve rubare la speranza. “Dio è vicino agli afflitti e Cristo stesso ha sofferto e pianto con l'umanità. Cristo rimane vicino a tutti coloro che soffrono oggi”, afferma il presule.<br /><br />Medhin esorta quindi i cristiani a esprimere la propria fede attraverso gesti concreti di condivisione, amore, riconciliazione e pace, e non soltanto attraverso le parole. Un’attenzione particolare è rivolta ai giovani, da sostenere creando opportunità di istruzione e di lavoro che consentano loro di costruire il proprio futuro nella terra d’origine.<br /><br />Rivolgendosi a chi detiene responsabilità politiche e istituzionali, l’eparca ricorda che la leadership comporta responsabilità e non privilegio. “I leader hanno il dovere morale di proteggere i vulnerabili, difendere le persone pacifiche, rispondere all'emergenza di siccità e carestia, creare opportunità per i giovani, preservare la dignità umana e perseguire la riconciliazione, seguendo il modello di Cristo come leader-servitore”.<br /><br />Nel messaggio non manca il riferimento alla pace, profondamente desiderata da una popolazione provata da anni di conflitti sanguinosi. “La popolazione ha sofferto profondamente a causa delle guerre passate e incombe un nuovo ciclo di conflitti. La pace è urgente e non può essere raggiunta con la forza o l'oppressione, ma richiede pazienza, tolleranza, perdono e giustizia”. Medhin invita tutte le parti coinvolte nei conflitti a scegliere la via del negoziato e la comunità internazionale a sostenere il dialogo.<br /><br />“La pace non è solo responsabilità dei leader: ogni cittadino ha un ruolo, a partire dalla famiglia e dalla comunità, nel rifiutare l'odio che si tramanda di generazione in generazione”, sottolinea l’eparca.<br />Un ulteriore richiamo riguarda la cura del Creato, in sintonia con l’insegnamento della Chiesa e con la Giornata Mondiale di Preghiera per la Cura del Creato. Il Creato è un “dono da proteggere dall'inquinamento e dalla distruzione; gli esseri umani ne sono i custodi, non i distruttori”.<br /><br />In conclusione, l’eparca affida il Paese, le famiglie, i giovani e i leader a Dio e all’intercessione della Vergine Maria. Prega per la pace, la guarigione, la misericordia, la libertà degli oppressi e il ritorno degli sfollati. È, in sintesi, un messaggio di speranza nel mezzo della sofferenza: un invito alla gratitudine e alla solidarietà verso chi è nel bisogno, all’investimento sui giovani, a una leadership vissuta come servizio, alla ricerca della pace attraverso il dialogo e il perdono e alla custodia del Creato.<br /> <br />Wed, 16 Sep 2026 10:11:22 +0200BEATIFICAZIONE DI FULTON SHEEN/III - Un americano al Vaticano II. Il contributo del Vescovo Sheen al Decreto “Ad gentes” sull’attività missionaria della Chiesahttps://fides.org/it/news/78173-BEATIFICAZIONE_DI_FULTON_SHEEN_III_Un_americano_al_Vaticano_II_Il_contributo_del_Vescovo_Sheen_al_Decreto_Ad_gentes_sull_attivita_missionaria_della_Chiesahttps://fides.org/it/news/78173-BEATIFICAZIONE_DI_FULTON_SHEEN_III_Un_americano_al_Vaticano_II_Il_contributo_del_Vescovo_Sheen_al_Decreto_Ad_gentes_sull_attivita_missionaria_della_Chiesa di Marie-Lucile Kubacki<br /><br />Città del Vaticano – È un episodio poco noto del Concilio Vaticano II, ma il suo decreto sulle missioni deve molto anche a un vescovo statunitense: Fulton J. Sheen. <br /><br />Tra i quasi 2.500 vescovi che hanno partecipato alle quattro sessioni del Concilio tra l’ottobre 1962 e il dicembre 1965, Sheen ha preso parte attiva ai dibattiti e ha lasciato una traccia significativa con i suoi interventi. Nominato da Giovanni XXIII nella Commissione preconciliare per l’Azione Cattolica e poi nella Commissione per le Missioni, ne rimase l’unico membro statunitense per tutta la durata del Concilio, attraversando l’Atlantico tre o quattro volte all’anno per partecipare alle sessioni che, come il Concilio stesso, si svolgevano interamente in latino. Una presenza che Papa Benedetto XVI ha ricordato durante una visita del 2012 alla casa «Ad Gentes» dei Missionari Verbiti a Nemi, che ospitava le riunioni della Commissione: «C’era la compagnia di tanti grandi teologi, con il nobile e importante compito di redigere un Decreto sulla Missione». Dopo aver menzionato padre Schütte, il Superiore Generale dei Missionari del Verbo Divino, che aveva vissuto in Cina, «pieno di dinamismo missionario, del bisogno di dare nuovo slancio allo spirito missionario» e che lo aveva invitato, citò Fulton Sheen, «che la sera ci teneva incollati alle sue conferenze», padre Yves Congar e i grandi missiologi di Lovanio. «Per me», disse Benedetto XVI, «fu un arricchimento spirituale, un grande dono. Il decreto non incontrò grandi opposizioni. Eppure ci fu una controversia, che non ho mai compreso appieno, tra la scuola di Lovanio e quella di Münster: lo scopo principale della missione è l’implantatio Ecclesiae o l’annuncio del Vangelo [Evangelii]? Ma tutto convergeva in un unico slancio: la necessità di portare la luce della Parola di Dio, la luce dell’amore di Dio al mondo e, attraverso questo annuncio, donare una gioia nuova».<br /><br /><br />Le confidenze di Papa Roncalli<br /><br />Molto prima dell’apertura del Concilio, Sheen aveva intuito che nella Chiesa cattolica si stava avvicinando un cambiamento. Pregando a Lourdes nell’estate del 1959, solo pochi mesi dopo che Giovanni XXIII aveva annunciato la sua intenzione di convocare un Concilio, il vescovo statunitense rimase colpito dalla folla di semplici pellegrini. «Ecco la Chiesa dei poveri», disse a un compagno, intendendo soprattutto i poveri di spirito, un’espressione che anticipava l’enfasi che avrebbe poi portato in aula durante il Concilio.<br />Tale enfasi era in parte dovuta a un legame genuinamente personale con il Papa che aveva avviato il progetto. Incontrando Giovanni XXIII ogni anno in qualità di Direttore nazionale della Pontificia Opera per la Propagazione della Fede, Sheen divenne un suo confidente: il Papa gli rivelò, prima dell’annuncio pubblico, la sua decisione di convocare un Concilio e, durante una visita privata serale nei suoi appartamenti, gli consegnò un anello episcopale e una croce pettorale, dicendogli: «Ora mettili in tasca e nascondili per il momento. Non voglio suscitare l’invidia degli altri vescovi».<br /><br /><br />La missione della Chiesa “ferita dalla povertà”<br /><br /><br />Le intuizioni di Sheen furono confermate anche dai viaggi di predicazione in America Latina e in Africa prima e durante il Concilio: crociate in Argentina e Brasile, stazioni missionarie in Kenya, un quartiere segregato a Johannesburg ai tempi dell’apartheid. «Ho cominciato a pensare meno al problema della povertà e più ai poveri», scrisse in seguito, aggiungendo: «Viaggiare non fa che confermare l’insegnamento teologico secondo cui l’umanità è una sola».<br />Il suo contributo più significativo a un singolo testo conciliare giunse attraverso il dibattito sullo schema missionario che sarebbe diventato il Decreto “Ad Gentes”. Intervenendo per ultimo tra i ventotto padri conciliari il 9 novembre 1964, dopo che molti avevano criticato una prima bozza, Sheen riformulò la domanda: invece del concettuale «Che cosa sono le missioni?», , pose la domanda pratica «Dove sono le missioni?», sostenendo che esse esistessero non solo nei territori “non cristiani”, ma anche nelle diocesi povere e prive di sacerdoti, mai formalmente classificate come missionarie, dove i vescovi si rivolgevano a lui in cerca di aiuto; proveniendo da zone con solo «da sette a dieci sacerdoti a disposizione per 50.000 miglia quadrate». A proposito di loro, si chiese: «È cristiano? È cattolico? È degno della carità di Cristo dire loro: “Voi non appartenete a un territorio di missione”?» <br />Egli osservò che la stessa enciclica di Paolo VI, *Ecclesiam Suam*, utilizzava il termine «missione» solo raramente, privilegiando invece il «dialogo», e mise in guardia contro le divisioni giurisdizionali: «Nel Corpo di Cristo non ci sono “nuove Chiese”, non ci sono “vecchie Chiese”, poiché siamo tutti cellule viventi di quel Corpo, dipendenti le une dalle altre», affermò. Come rimedio, sostenne un’idea già inserita nella bozza stessa: un nuovo organo di coordinamento, il «Consiglio centrale per la diffusione del Vangelo», che definì «la vera soluzione cattolica a questo problema della diversità delle missioni».<br /><br />Un padre aveva chiesto che ogni riferimento alla povertà fosse eliminato dal testo; Sheen sostenne invece la tesi opposta, invitando i padri a «posare il dito sul 30° parallelo; farlo scorrere lungo un mappamondo, sollevandolo leggermente sopra la Cina», poiché «praticamente tutta la prosperità si trova al di sopra del 30° parallelo, mentre la maggior parte della povertà del mondo si trova al di sotto del 30° parallelo, cioè in Africa, Asia e America Latina». Concluse con la frase più ricordata del Concilio: «Come la castità fu il frutto del Concilio di Trento e l’obbedienza il frutto del Concilio Vaticano I, così lo spirito di povertà sia il frutto di questo Concilio Vaticano II», aggiungendo che «solo una Chiesa ferita dalla povertà può convertire un mondo scettico». <br /><br />Il decreto definitivo, il primo che un Concilio avesse mai dedicato all’attività missionaria, fu approvato a larga maggioranza, riprendendo gran parte di quanto anche Fulton Sheen aveva sostenuto: una forte affermazione sul dovere della Chiesa verso i poveri, il coordinamento attraverso la Propagazione della Fede e la dichiarazione che ogni vescovo è «consacrato non solo per una singola diocesi, ma per la salvezza del mondo intero».<br />Sheen seguì la stessa logica cooperando al processo per la redazione di *Optatam Totius*, il decreto sulla formazione sacerdotale, chiedendo che ognuno dei seminaristi «visitasse e aiutasse i malati, i poveri, i non cattolici, i cattolici allontanatisi dalla fede… i carcerati, i lavoratori» e trascorressero le estati nelle missioni a corto di personale per «sopportare “il peso della giornata e il caldo”». Il testo finale ha attenuato la proposta. Insieme al cardinale Francis Joseph Spellman, Sheen ha inoltre espresso fervido sostegno verso “Apostolicam Actuositatem”, il decreto sull’apostolato dei laici, approvato con 2.340 voti contro 2.<br />Per due volte, Sheen insistette anche per una dichiarazione più completa sulle donne: dapprima con un tentativo, rimasto senza esito, di dedicare loro un pronunciamento a parte, poiché «il principio femminile nella religione era stato trascurato… stavamo entrando in un’epoca in cui le donne stavano acquisendo la propria identità»; poi, durante il lavoro intorno alla Costituzione conciliare Gaudium et Spes, promuovendo una difesa delle qualità che, a suo avviso, solo le donne apportavano alla civiltà: «La purezza, la protezione dei deboli, il sacrificio, la procreazione, il sostegno e la cura della vita umana». » Di quella costituzione definitiva, Sheen lodò soprattutto «la verità che la dignità e la libertà della persona umana sono inseparabili dalla salvezza», insistendo al contempo sul fatto che la Chiesa dovesse evitare due trappole per raggiungerla: «La risposta non andava cercata né in un isolamento dal mondo… né la Chiesa poteva rispondere alla stessa sfida che il mondo lanciò al suo Capo sulla Croce: “Scendi e crederemo”».<br /><br />I “tumulti” post-conciliari e la storia della Chiesa<br /> <br />Sheen tornò su quell’equilibrio in alcune delle sue conferenze postconciliari, sostenendo che il tumulto derivasse dalla confusione su una singola parola: «Tutta la confusione che abbiamo avuto nella Chiesa, dal Concilio Vaticano in poi, ha ruotato attorno al nostro fraintendimento della parola “mondo”», distinguendo il suo significato come buona creazione di Dio dal “mondo” come inteso nell’altro senso della Scrittura, ovvero un’organizzazione senza Dio. Se si offusca questa distinzione, avvertì, tutto si può trasformare nel suo contrario: «Circa cinquant’anni fa, la gente diceva: “Sono più santo di te”; oggi dice: “Sono più mondano di te”».<br />Sheen collocò il tumulto postconciliare all’interno di un quadro più ampio della storia della Chiesa, scrivendo nella sua autobiografia: «Le tensioni che si sono sviluppate dopo il Concilio non sorprendono chi conosce l’intera storia della Chiesa. È un fatto storico che ogni volta che c’è un’effusione dello Spirito Santo, come in un concilio generale della Chiesa, c’è sempre una dimostrazione di forza in più da parte dell’anti-Spirito o del demoniaco. Già all’inizio, subito dopo la Pentecoste e la discesa dello Spirito sugli apostoli, ebbero inizio la persecuzione e l’uccisione di Stefano. Se un concilio generale non provocasse lo spirito di turbolenza, si potrebbe quasi dubitare dell’opera della terza Persona della Trinità sull’assemblea». <br />Egli tornò su quello stesso pericolo in un convegno di ritiro intitolato «Il potere del diavolo nel mondo di oggi», rifacendosi alle tentazioni che Satana offrì a Cristo nel deserto e indicando l’ultima di esse – il dominio del mondo in cambio dell’adorazione – come la prova che la Chiesa stessa avrebbe dovuto affrontare, parafrasando la logica stessa del tentatore: «La teologia è politica: dimentica il tuo Dio, dimentica il peccato, dimentica la colpa, dimentica la santità, occupati di politica».<br />Per Sheen, l’apertura del Concilio al mondo non era né un tradimento né una capitolazione. Lui stesso aveva praticato a lungo tale impegno, attingendo a una gamma insolitamente ampia di riferimenti intellettuali, religiosi e laici nella propria predicazione e nei propri scritti. Un approccio più vicino all’antica teologia dei «semina verbi», i semi del Verbo sparsi in ogni cultura e contesto. Ricorrendo sempre al necessario discernimento per distinguere il grano buono dalla pula in qualsiasi situazione e per aiutare il primo a mettere radici. <br /><br /><br />Tue, 15 Sep 2026 15:28:11 +0200AFRICA/CAMERUN - Un catechismo di pace per curare le anime ferite da 10 anni di guerrahttps://fides.org/it/news/78172-AFRICA_CAMERUN_Un_catechismo_di_pace_per_curare_le_anime_ferite_da_10_anni_di_guerrahttps://fides.org/it/news/78172-AFRICA_CAMERUN_Un_catechismo_di_pace_per_curare_le_anime_ferite_da_10_anni_di_guerraYaoundé – “Durante questi dieci anni di sofferenza, i nostri giovani sono cresciuti circondati dalla violenza” afferma Mons. Andrew Nkea Fuanya, Arcivescovo di Bamenda, capoluogo del Dipartimento di Mezam della regione anglofona nel nord-ovest del Camerun. Le due regioni anglofone nel nord e nel sud occidente del Camerun sono sconvolte da 10 anni di guerra tra le forze armate camerunesi e i gruppi ribelli separatisti . <br />Per questo motivo Mons. Nkea sta elaborando un catechismo unico sulla pace, volto a ricostruire una generazione segnata da un decennio di violenza, ispirato al messaggio di pace di Papa Leone XIV<br />Bamenda stata infatti un’importate tappa della visita del Santo Padre in Camerun . “Beati gli operatori di pace! Guai, invece, a chi piega le religioni e il nome stesso di Dio ai propri obiettivi militari, economici e politici trascinando ciò che è santo in ciò che vi è di più sporco e tenebroso” aveva affermato Papa Leone XIV.<br />Il testo consisterà in 100 domande e risposte pensate per insegnare ai giovani di ogni fede i valori della dignità umana, della riconciliazione e del rispetto per la vita. Grazie al sostegno di Aiuto alla Chiesa che Soffre , si prevede di stampare e distribuire capillarmente il catechismo tra i bambini e i giovani della regione nord-occidentale.<br />Secondo una stima prudenziale citata da Mons. Nkea, tra le 8.000 e le 10.000 persone sono state uccise, anche se l’Arcivescovo ritiene che il numero reale possa essere più elevato. C’è poi il dramma degli sfollati interni, tra le 800.000 e il milione di persone costrette ad abbandonare le proprie case. Inoltre bambini e ragazzi da anni sono privi d’istruzione perché non possono andare a scuola. Le scuole infatti sono state tra i primi obiettivi dei separatisti anglofoni che rifiutano l’insegnamento tenuto in francese. <br />La violenza ha colpito anche la Chiesa, con sacerdoti, religiosi e vescovi rapiti negli ultimi anni. <br />Tue, 15 Sep 2026 12:15:39 +0200AFRICA/ZIMBABWE - La tragica morte di padre Chikuni riporta l’attenzione sulla sicurezza delle stradehttps://fides.org/it/news/78170-AFRICA_ZIMBABWE_La_tragica_morte_di_padre_Chikuni_riporta_l_attenzione_sulla_sicurezza_delle_stradehttps://fides.org/it/news/78170-AFRICA_ZIMBABWE_La_tragica_morte_di_padre_Chikuni_riporta_l_attenzione_sulla_sicurezza_delle_stradeHarare – Investito e ucciso in un incidente stradale, è stato dato per disperso per undici giorni. È la tragica sorte di padre Regis Chikuni, sacerdote dell’arcidiocesi di Harare, in Zimbabwe.<br />Il sacerdote era scomparso il 29 agosto, ma il suo corpo è stato rintracciato soltanto il 9 settembre nella camera mortuaria dell’ospedale Parirenyatwa.<br />Al momento della morte, padre Chikuni non aveva con sé documenti d’identità. La sua salma era stata quindi trasferita nell’obitorio dell’ospedale come vittima non identificata, dove è rimasta fino al 9 settembre, quando un altro sacerdote, padre Prince Murungweni, ne ha confermato l’identità.<br />La polizia ha incriminato il ventiduenne Sean Gamu Makoni per omicidio stradale in relazione alla morte del sacerdote. Secondo quanto riferito dalle autorità, il 29 agosto Makoni stava viaggiando verso sud lungo Prince Edward Road quando la sua Honda Fit ha investito padre Chikuni. Il giovane era solo a bordo del veicolo e sta collaborando con le forze dell’ordine nelle indagini.<br />Secondo le prime ricostruzioni, il veicolo non si trovava più sul posto quando il sacerdote è stato soccorso e trasportato via. La polizia non ha affermato che padre Chikuni sia stato deliberatamente preso di mira. L’accusa contestata al 22enne riguarda la morte del sacerdote in seguito all’incidente stradale.<br />I funerali di padre Chikuni si sono tenuti il 14 settembre.<br />La sua scomparsa aveva suscitato forte preoccupazione nell’arcidiocesi di Harare, che aveva chiesto assistenza per rintracciarlo. Nel comunicato con cui ha infine annunciato la morte del sacerdote, l’arcidiocesi ne ha ricordato “la dedizione al ministero pastorale”, sottolineando che “l’impatto che ha avuto sulla nostra comunità rimarrà per sempre impresso nei nostri cuori”.<br />“Siamo consapevoli che la notizia della sua scomparsa rappresenta una grave perdita per tutti noi – si legge nel comunicato –; invitiamo pertanto la comunità a unirsi in preghiera, ricordando con gratitudine i doni e le benedizioni che padre Chikuni ha portato nelle nostre vite”.<br />Padre Chikuni, 58 anni, guidava gruppi carismatici ad Harare e aveva prestato servizio presso la parrocchia del Santo Rosario a Mvurwi, nella provincia del Mashonaland Centrale.<br />Il tragico incidente nel quale ha perso la vita il sacerdote riporta inoltre l’attenzione sul problema della sicurezza stradale nello Zimbabwe. Secondo i dati diffusi durante una campagna per la sicurezza stradale, tra gennaio e marzo 2026 la polizia ha registrato 2.081 pedoni uccisi o feriti in incidenti stradali con omissione di soccorso, un dato superiore ai 1.905 casi registrati nello stesso periodo dell’anno precedente.<br />La polizia ha riferito che tra le vittime figuravano anche scolari e pedoni che attraversavano la strada o camminavano lungo arterie particolarmente trafficate. <br /><br />Tue, 15 Sep 2026 11:36:41 +0200«Ascoltare prima di proporre, accompagnare senza sostituirsi»: L’esperienza grata dai cooperanti Caritas accanto alle comunitàhttps://fides.org/it/news/78169-Ascoltare_prima_di_proporre_accompagnare_senza_sostituirsi_L_esperienza_grata_dai_cooperanti_Caritas_accanto_alle_comunitahttps://fides.org/it/news/78169-Ascoltare_prima_di_proporre_accompagnare_senza_sostituirsi_L_esperienza_grata_dai_cooperanti_Caritas_accanto_alle_comunitaBogotá – L’8 settembre scorso si è celebrata la Giornata del Cooperante, promossa dalla Cooperazione spagnola per riconoscere il lavoro dei professionisti impegnati nella promozione dei diritti e della dignità di ogni persona attraverso progetti di sviluppo e azione umanitaria nelle aree più vulnerabili del mondo. <br /><br />Secondo i dati dell’Agenzia spagnola per la Cooperazione internazionale allo sviluppo relativi al 2025, sono oltre 2.300 gli spagnoli e le spagnole impegnati in questo settore al di fuori del Paese. Tra loro c’è Manuel Gutiérrez Chaparro, cooperante di Caritas Spagna in Colombia e Venezuela, che quest’anno raggiunge vent’anni di impegno nella cooperazione internazionale. La sua testimonianza è stata condivisa con l’Agenzia Fides da Caritas Spagna in occasione della Giornata.<br /><br />I cooperanti di Caritas lavorano al fianco delle organizzazioni locali e delle comunità in contesti segnati da povertà, conflitti, sfollamenti o emergenze. Il loro impegno unisce la gestione dei progetti alla presenza sul campo, all’ascolto e al rafforzamento delle capacità locali. L’obiettivo non è sostituirsi a chi è radicato nel territorio, ma accompagnare processi nei quali le comunità stesse siano protagoniste.<br /><br />Per Manuel, questo modo di intendere la cooperazione ha iniziato a prendere forma fin dalle prime esperienze. Dopo aver studiato Pedagogia, ha svolto un periodo di volontariato in una scuola del Nicaragua e, nel 2005, ha iniziato a collaborare con Caritas Spagnola. Qui si è formato nell’elaborazione e nella gestione di progetti di cooperazione, dando avvio a un percorso che lo avrebbe portato successivamente in Nicaragua, nella Repubblica Dominicana e in Colombia.<br /><br />È stato proprio quest’ultimo Paese a diventare un punto di riferimento decisivo nel suo percorso. «Sono arrivato quasi per caso, per un progetto di due anni, e ho scoperto che quello era il mio posto nel mondo». Da allora ha lavorato in territori segnati dalla disuguaglianza, dallo sfollamento forzato e dal conflitto armato, tra cui il Chocó, nel nord della regione del Pacifico, una delle aree più difficili da raggiungere del Paese.<br /><br />«Per me essere cooperante non è soltanto una professione: è un modo di stare nel mondo», racconta. Nel lavoro accanto alle comunità indigene sfollate che hanno potuto fare ritorno nei propri territori ha incontrato storie di persone impegnate a costruire una vita dignitosa nonostante le avversità. «L’ho visto anche nelle donne che, dopo anni di silenzio, guidano processi comunitari e diventano punti di riferimento per il cambiamento».<br />Sono esperienze che hanno segnato profondamente il suo modo di intendere la cooperazione. <br /><br />L’accompagnamento, osserva Manuel, deve contribuire a rendere le comunità protagoniste dei propri processi, evitando di creare dipendenza. Il compito della cooperazione, spiega, «è accompagnare, rafforzare le loro capacità e mettere a loro disposizione risorse e conoscenze». Non si tratta di sostituirsi a chi vive sul territorio: sono le persone che lo abitano a conoscerne i bisogni e a rimanere lì anche quando un progetto si conclude o il cooperante fa ritorno nel proprio Paese.<br /><br />Oggi il suo lavoro può portarlo da una riunione a Bogotá con le équipe di Caritas Colombiana a un viaggio in barca lungo il Pacifico, oppure in Venezuela per incontrare le comunità e le équipe locali. «Ogni contesto ha la propria storia, le proprie sofferenze e anche le proprie forme di resistenza», spiega. È un lavoro che richiede prudenza, conoscenza delle singole realtà e uno stretto coordinamento con le organizzazioni locali. In queste situazioni, Manuel si è trovato spesso a riconoscere quanto siano limitate le possibilità di risposta di fronte alla vastità dei bisogni.<br /><br />In Venezuela ha vissuto inoltre una delle esperienze più dure della sua carriera: la risposta umanitaria alle conseguenze dei terremoti del giugno 2026. Ha accompagnato Caritas Venezuela e le équipe diocesane nell’affrontare le necessità più urgenti legate all’alimentazione, all’acqua, alla salute, all’alloggio e alla protezione.<br /><br />E se una parte importante della sua quotidianità è dedicata alla gestione, ai progetti, al coordinamento e ai rapporti, tutto questo, osserva, non avrebbe senso senza le persone che ci sono dietro. «Ciò che mi piace di più è lavorare con la gente», afferma. Ascoltare, comprendere e accompagnare permette di scoprire, dietro ogni intervento, storie concrete, famiglie e comunità che affrontano situazioni difficili.<br />Dopo vent’anni, riassume gran parte di ciò che ha imparato in una frase: «Stare vicino, ascoltare prima di proporre, accompagnare senza sostituirsi».<br /> <br /><br />Tue, 15 Sep 2026 10:37:12 +0200ASIA/INDONESIA - Uccisi tre civili cristiani in Papua, i francescani: “Urge proteggere la popolazione e aprire il dialogo”https://fides.org/it/news/78168-ASIA_INDONESIA_Uccisi_tre_civili_cristiani_in_Papua_i_francescani_Urge_proteggere_la_popolazione_e_aprire_il_dialogohttps://fides.org/it/news/78168-ASIA_INDONESIA_Uccisi_tre_civili_cristiani_in_Papua_i_francescani_Urge_proteggere_la_popolazione_e_aprire_il_dialogoJayapura - "Dopo l'ennesimo massacro, è urgente proteggere i civili, rispettare il diritto umanitario, ridurre la presenza di truppe dell'esercito indonesiano. E mentre occorre consentire l'assistenza umanitaria a oltre 100.000 sfollati, è necessario aprire un dialogo autentico tra i gruppi indipendentisti e il governo centrale, per il bene di questa provincia martoriata della Papua occidentale": è l'appello consegnato all'Agenzia Fides da p. Alexandro Rangga OFM, direttore dell'ufficio Giustizia, pace e integrità del Creato nella provincia indonesiana di West Papua.<br />Il frate conferma che tre dipendenti cristiani dell'ufficio agricolo nella reggenza di Jayawijaya sono stati uccisi in un'imboscata il 9 settembre scorso, riportando in auge la questione della sicurezza dei civili nel contesto del lungo conflitto in Papua. Il frate francescano conferma a Fides che due delle vittime, la donna Aprida Rapi, di 49 anni, e Alfonsius Albinus Meha, di 35, erano cattoliche, mentre Willi Mbuik, di 25, era cristiano protestante. Tutti provenienti da altre province dell'Indonesia e si erano trasferiti in Papua. <br />A rivendicare l'attacco è stato l'Esercito di liberazione nazionale della Papua Occidentale-Movimento per la Papua libera, o TPNPB-OPM che, nel convoglio fermato, ha separato gli indigeni papuani dalle persone non native, che sono state uccise.<br />P. Rangga condanna gli omicidi, affermando che la condizione dei civili nelle zone di conflitto della Papua si è aggravata in quanto essi subiscono attacchi dei gruppi separatisti da un lato; e sono spesso vittime delle operazioni delle forze di sicurezza indonesiane, dall'altro.<br /><br />Accanto alla questione dello sfruttamento delle materie prime da parte di grandi multinazionali - grazie alle concessioni ottenute dal governo centrale, ma con scarsa ricaduta di sviluppo sulle popolazioni native - negli ultimi anni un altro elemento conflittuale è stato rappresentato dalla politica dei trasferimenti demografici promossa dal governo di Giacarta e , che ha reso i papuani indigeni minoranza nel loro territorio e aumentato le tensioni sociali.<br /><br />Il frate esprime "profonda preoccupazione per la situazione in Papua", e ribadisce l'approccio dei francescani e di tutti i membri della Chiesa locale: "In quanto cittadini che sostengono i valori di umanità e giustizia, sentiamo il dovere di denunciare le sofferenze dei nostri concittadini in Papua. Rifiutiamo ogni forma di violenza che nuoce all'umanità in Papua e rigettiamo un approccio alla Papua basato sulla sicurezza o sulla militarizzazione". "Denunciamo ogni forma di politica e pratica di sviluppo che saccheggi, danneggi e sfrutti le risorse naturali della Papua, distruggendo la vita dei papuani e incoraggiamo il dialogo pacifico per trovare soluzioni al conflitto in Papua". "La vera pace può essere costruita solo su un fondamento di giustizia e riconoscimento in nome dell'umanità", nota.<br /><br />Sulla travagliata regione della Papua si sono espressi di recente anche i vescovi locali: Yanuarius Teofilus Matopai You, Vescovo di Jayapura, condannando le “gravi violazioni dei diritti umani” che si registrano, ha sottolineato l’importanza di un dialogo pacifico tra Jakarta e Papua "per interrompere il ciclo di violenza che genera solo sofferenza". "L’approccio militare non può risolvere il conflitto e che tutte le forme di uccisione sono inaccettabili, perché la vita è un dono di Dio. Come comunità cattolica continuare a proteggere l’umanità e promuovere una vita dignitosa per tutti", ha detto.<br />Gli ha fatto eco il Vescovo di Timika, Bernardus Bofitwos Baru, che ha lanciato un appello al presidente Prabowo Subianto e al capo delle forze armate Agus Subiyanto, esortandoli a "cercare il dialogo", dopo che "il sangue di tanti civili innocenti è stato versato".<br /> Tue, 15 Sep 2026 10:19:59 +0200AFRICA/CONGO RD - Bukavu piange le 27 vittime dell’incendio. La società civile: “Una catastrofe umanitaria”https://fides.org/it/news/78167-AFRICA_CONGO_RD_Bukavu_piange_le_27_vittime_dell_incendio_La_societa_civile_Una_catastrofe_umanitariahttps://fides.org/it/news/78167-AFRICA_CONGO_RD_Bukavu_piange_le_27_vittime_dell_incendio_La_societa_civile_Una_catastrofe_umanitariaKinshasa – Si sono svolti oggi, 14 settembre, i funerali delle 27 vittime dell’incendio che, il 10 settembre, ha devastato una scuola nel quartiere Cimpunda di Bukavu, capoluogo della provincia del Sud Kivu, nella parte orientale della Repubblica Democratica del Congo .<br /><br />Tra le vittime vi sono sei adulti, mentre le altre sono minori, alunni della scuola colpita dall’incendio. Al dolore della popolazione si aggiunge l’angoscia per la serie di incendi che da almeno una settimana colpisce la città, attualmente nelle mani dei ribelli dell’M23.<br /><br />Secondo un comunicato del coordinamento provinciale della Società Civile del Sud Kivu, pervenuto all’Agenzia Fides, “in meno di una settimana centinaia di abitazioni, due scuole, una chiesa e la galleria di 66 negozi del mercato di Kadutu sono stati ridotti in cenere”. A questi si aggiungono le 40 abitazioni di Ponzi, con tre morti, e le 174 famiglie rimaste senza casa a Nyamugo. Citando i dati dell’amministrazione congolese con sede a Uvira, ultimo bastione del governo di Kinshasa nel Sud Kivu, il comunicato afferma che 2.500 abitazioni sono andate a fuoco tra luglio e agosto di quest’anno.<br /><br />Si tratta di “una catastrofe umanitaria”, afferma la società civile di Bukavu, che chiede conto della situazione all’amministrazione dell’M23.<br /><br />In particolare, viene chiesto dove siano i servizi antincendio e perché non siano state indagate le cause dei roghi. “Ogni incendio senza inchiesta è una forma di complicità”, afferma il comunicato. La società civile ricorda inoltre che l’amministrazione controllata dall’M23 pretende con la forza la riscossione delle imposte dalla popolazione locale, senza offrire alcuna contropartita, soprattutto a coloro che hanno perso la propria abitazione a causa degli incendi.<br /><br />La società civile di Bukavu rivolge quindi un appello alla comunità internazionale e alle autorità della RDC affinché aiutino le 12.000 persone che si trovano in una situazione di «vulnerabilità estrema».<br /><br />La società civile conclude chiedendo assistenza urgente per le comunità colpite dagli incendi, la messa in servizio dei quattro camion antincendio donati da un magnate locale e la ricostruzione delle due scuole distrutte. <br />Mon, 14 Sep 2026 12:23:11 +0200