Fides News - Italianhttps://fides.org/Le notizie dell'Agenzia FidesitI contenuti del sito sono pubblicati con Licenza Creative Commons.La spiritualità missionaria del Vescovohttps://fides.org/it/news/78364-La_spiritualita_missionaria_del_Vescovohttps://fides.org/it/news/78364-La_spiritualita_missionaria_del_Vescovodell'Arcivescovo Samuele Sangalli*<br /><br /><br />Roma - L'Agenzia Fides pubblica l'intervento pronunciato dall'Arcivescovo Samuele Sangalli venerdì 30 ottobre presso l'Auditorium "San Giovanni Paolo II" della Pontificia Università Urbaniana, durante i lavori del Convegno internazionale promosso in occasione dei 110 dalla fondazione della Pontificia Unione Missionaria . Titolo del Convegno: «La missione universale della Chiesa e il servizio dell’Unione Missionaria dalla fondazione al pontificato di Leone XIV» <br /><br /> §§§<br /><br />Il Concilio Vaticano II ci ha ricordato l’essenza missionaria della Chiesa che è, per l’azione dello Spirito Santo, “sacramento universale di salvezza”, come ben espresso al numero 5 del Decreto Ad gentes:<br />«Pertanto la missione della Chiesa si esplica attraverso una azione tale per cui essa, in adesione all’ordine di Cristo e sotto l‘influsso della grazia e della carità dello Spirito Santo, si fa pienamente e attualmente presente a tutti gli uomini e popoli, per condurli con l’esempio della vita, con la predicazione, con i sacramenti e con i mezzi della grazia, alla fede, alla libertà e alla pace di Cristo, rendendo loro facile e sicura la possibilità di partecipare pienamente al mistero di Cristo».<br /><br />Questa partecipazione al mistero di Cristo è radicalmente mistero di gioia, quella gioia profonda che ha da sempre animato e sostenuto i passi dei missionari e che, nella Bolla della mia nomina episcopale, Papa Francesco, citando il Beato Giovanni Mazzucconi, missionario della mia terra martirizzato a metà del diciannovesimo secolo in Oceania, descriveva così:<br />«Nell’andare, andiamo con gioia incontro al Signore, facendoci intrepidi annunciatori del Vangelo con la parola e con le opere, alla ricerca di quella patria dove non vi saranno più separazioni né partenze, dove i dolori e i pericoli passati non serviranno che ad aumentare la consolazione e la gloria, nell’abbandono fiducioso a Dio che ci ha salvati allora e sarà con noi in ogni viaggio e, finché sarà con noi, tutto ciò che ci potrà accadere sarà sempre una grazia, una benedizione di cui dovremo solo ringraziarlo» .<br /><br />Questa fede in un destino di comunione e gioia muove missionariamente tutta la Chiesa, come ci ha ripetuto in Evangelii gaudium sempre Papa Francesco:<br />«La prima motivazione per evangelizzare è l’amore di Gesù che abbiamo ricevuto, l’esperienza di essere salvati da Lui che ci spinge ad amarlo sempre di più. Però, che amore è quello che non sente la necessità di parlare della persona amata, di presentarla, di farla conoscere? Se non proviamo l’intenso desiderio di comunicarlo, abbiamo bisogno di soffermarci in preghiera per chiedere a Lui che torni ad affascinarci. Abbiamo bisogno di implorare ogni giorno, di chiedere la sua grazia perché apra il nostro cuore freddo e scuota la nostra vita tiepida e superficiale . Che dolce è stare davanti a un crocifisso, o in ginocchio davanti al Santissimo, e semplicemente essere davanti ai suoi occhi! Quanto bene ci fa lasciare che Egli torni a toccare la nostra esistenza e ci lanci a comunicare la sua nuova vita! Dunque, ciò che succede è che, in definitiva, “quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunciamo” . La migliore motivazione per decidersi a comunicare il Vangelo è contemplarlo con amore, è sostare sulle sue pagine e leggerlo con il cuore. Se lo accostiamo in questo modo, la sua bellezza ci stupisce, torna ogni volta ad affascinarci. Perciò è urgente ricuperare uno spirito contemplativo, che ci permetta di riscoprire ogni giorno che siamo depositari di un bene che umanizza, che aiuta a condurre una vita nuova. Non c’è niente di meglio da trasmettere agli altri» .<br /><br /> Se dunque ogni vocazione cristiana è strutturalmente vocazione aperta alla missione, c’è un nodo teoretico tra la stessa universale vocazione alla missione e la “vocazione” speciale del missionario a vita. Paradossalmente, il Vescovo ne è l’esempio più eloquente, in virtù della successione apostolica in cui è inserito: il recente cammino ecclesiale di valorizzazione della sinodalità ci ha, ancora una volta, ricordato questa articolazione di popolo in cammino e dell’importanza che, in esso, i Pastori svolgono nello stimolare missionariamente la maturazione battesimale ed eucaristica di ogni credente.<br />Infatti, se ogni battezzato è titolare dei tria munera del Cristo, il Vescovo lo è in maniera singolare e a lui tocca, in primo luogo, manifestare a tutta l’umanità ciò che Cristo è e come lo sia in favore dell’umanità stessa. Potremmo così dire che, degli abituali tria munera che costituiscono l’orizzonte della vita cristiana, la forma ad gentes, ovvero la dimensione missionaria, valorizza soprattutto il munus profeticum. Esso stimola ognuno a quella profondità spirituale richiamata nel testo di Papa Francesco che abbiamo menzionato.<br />Al proposito, ispirandosi a Santa Teresa di Lisieux, Patrona delle missioni, il carmelitano scalzo Padre François-Marie Léthel, in un ritiro spirituale offerto alcuni anni fa ai nuovi Vescovi, sottolineava la necessità di cinque atteggiamenti interiori da coltivare nel proprio cammino spirituale.<br />Anzitutto il lasciarsi affascinare, attraverso la frequentazione quotidiana delle pagine immortali dei Vangeli, dall’attrazione universale dell’Amore di Gesù. Ciò, come indicato nella Piccola Via della Santa di Lisieux, attiva quella incondizionata fiducia d’amore che è via della salvezza e della santità. In queste condizioni si matura quell’offerta all’Amore Misericordioso, vissuta e condivisa dalla Santa, che significa amare e dare tutto sé stesso, cercando così di abitare nel cuore della Chiesa, favorendone, con l’amore, la santità e l’autentica riforma. Tutto ciò, radicati nel Sacramento dell’Amore di Dio, l’Eucarestia, dove «Dio si è fatto per me così piccolo, tale per cui io possa gettarmi tra le sue braccia e innalzarmi a Lui con la fiducia e con l’amore» .<br />In Gaudete et exsultate, Papa Francesco esortava, in questi termini, a non aver paura di compiere questi passaggi, lasciandoci guidare dal Signore:<br />«Riconosciamo la nostra fragilità, ma lasciamo che Gesù la prenda nelle sue mani e ci lanci in missione. Siamo fragili, ma portatori di un tesoro che ci rende grandi e che può rendere più buoni e felici quelli che lo accolgono. L’audacia e il coraggio apostolico sono costitutivi della missione . Abbiamo bisogno della spinta dello Spirito, per non essere paralizzati dalla paura e dal calcolo, per non abituarci a camminare entro confini sicuri . Dio è sempre novità, che ci spinge a ripartire e a cambiare posto per andare oltre il conosciuto, verso le periferie e le frontiere. Ci conduce là dove si trova l’umanità più ferita e dove gli esseri umani, al di sotto dell’apparenza della superficialità e del conformismo, continuano a cercare la risposta alla domanda sul senso della vita. Dio non ha paura!» .<br /><br />Ai Vescovi, la cui vita è qualificata da contatti e relazioni con le persone più disparate , lo stesso Papa Francesco, nel Discorso tenuto nel 2015 ai nuovi Vescovi, invitava a coltivare la dimensione missionaria di Colui che insegna a guardare sempre più lontano:<br />«Come Pastori missionari della gratuita salvezza di Dio, cercate anche chi non conosce Gesù o l’ha sempre rifiutato. Andate nella loro direzione, fermatevi davanti a loro e guardate, senza paura o soggezione, su quali alberi si sono arrampicati . Non abbiate paura di invitarli a scendere subito, perché il Signore vuole entrare, proprio oggi, nella loro casa. Fate loro capire che la salvezza passa ancora sotto l’albero della loro vita, e affrettatevi ad incamminarvi verso la loro abitazione, a volte piena di cose svuotate di senso. Non è vero che possiamo prescindere da questi fratelli lontani. Non ci è consentito di rimuovere l’inquietudine per la loro sorte. Inoltre, occuparci del loro autentico e definitivo bene potrebbe aprire una breccia nel murato perimetro con cui gelosamente tutelano la propria autarchia. Vedendo in noi il Signore che li interpella, forse avranno il coraggio di rispondere all’invito divino. Qualora ciò avvenisse, le nostre comunità saranno arricchite da quanto essi hanno da condividere e il nostro cuore di Pastori si rallegrerà di poter ripetere ancora: “Oggi la salvezza è entrata in questa casa!”» .<br /><br />In quest’ottica possiamo allora anche comprendere l’insistenza con cui, sin dagli esordi del suo Pontificato, Papa Leone XIV stimola l’azione missionaria della Chiesa ad annunciare una pace disarmante e disarmata, frutto di quell’atteggiamento di benevolenza, originata anzitutto dal costante processo di conversione dei nostri cuori.<br />Ecco perché, concludendo questo mio intervento, da Vescovo, sento particolarmente vere le parole con cui il Cardinale Martini, terminando il suo libretto di descrizione sul profilo che dovrebbe avere oggi un Vescovo, affermava, dopo aver a lui raccomandato le virtù dell’integrità, della lealtà e, a seguire, della misericordia:<br />«Terzo tratto del Vescovo nel postmoderno sarà la pazienza, virtù antichissima eppure sempre necessaria. Il Cardinale Giuseppe Siri, di Genova, soleva dire: “Cinque sono le virtù del Vescovo: primo, la pazienza; secondo, la pazienza; terzo, la pazienza; quarto, la pazienza; quinto, la pazienza con coloro che ci invitano ad avere pazienza”» .<br /><br />Infatti, la missione della Chiesa non si muove secondo i tempi dell’uomo, ma secondo quelli di Dio, dal quale, ogni giorno, dobbiamo imparare l’infinito sguardo d’amore sull’umanità, ascoltando il grido di Gesù sulla croce: «Ho sete!», che attraversa i secoli per raggiungere ogni persona che appare sulla faccia della Terra. . <br /><br />* Segretario aggiunto del Dicastero per l'Evangelizzazione - Sezione per la prima evangelizzazione e le nuovhe Chiese particolari<br />Fri, 30 Oct 2026 13:03:26 +0100Un tempo favorevole per la missione: la Pontificia Unione Missionaria guarda al futuro a 110 anni dalla fondazionehttps://fides.org/it/news/78363-Un_tempo_favorevole_per_la_missione_la_Pontificia_Unione_Missionaria_guarda_al_futuro_a_110_anni_dalla_fondazionehttps://fides.org/it/news/78363-Un_tempo_favorevole_per_la_missione_la_Pontificia_Unione_Missionaria_guarda_al_futuro_a_110_anni_dalla_fondazioneRoma – «La vitalità dell’impegno missionario della Chiesa dipende in larga misura dalla formazione dei cuori e delle menti». È quanto sottolinea suor Mary T. Barron, Presidente designata delle Pontificie Opere Missionarie, nel messaggio ai partecipanti al Convegno internazionale promosso per il 110° anniversario della Pontificia Unione Missionaria . L’incontro, che si svolge dal 29 al 31 ottobre presso l'Auditorium "San Giovanni Paolo II" della Pontificia Università Urbaniana e presso il Pontificio Collegio Urbano, è dedicato al tema «La missione universale della Chiesa e il servizio dell’Unione Missionaria dalla fondazione al pontificato di Leone XIV». La formazione e l’attualità delle intuizioni del Beato Paolo Manna sono al centro del messaggio di suor Barron e delle relazioni di suor Monika Juszka e padre Vito del Prete.<br /><br />Nel suo saluto, suor Barron invita a non limitarsi alla commemorazione del passato. «Questo anniversario non è soltanto un’occasione per rendere grazie per una straordinaria storia di servizio alla missione della Chiesa, ma anche un invito a guardare al futuro con rinnovata speranza, coraggio e zelo missionario». La vocazione specifica dell’Unione, ricorda, consiste nel suscitare e formare lo spirito missionario dei sacerdoti, delle persone consacrate e dei fedeli laici, promuovendo l’unità delle attività evangelizzatrici. Il motto «Tutta la Chiesa per tutto il mondo» conserva così la propria forza: ogni battezzato è chiamato a partecipare alla missione secondo la propria vocazione e condizione di vita. «Mentre mi preparo ad assumere il servizio di Presidente delle Pontificie Opere Missionarie, desidero esprimere la mia gratitudine per l’inestimabile contributo della Pontificia Unione Missionaria», afferma suor Barron, ricordando che san Paolo VI la definì «l’anima» delle Opere. Prima di concludere : « La vitalità dell’impegno missionario della Chiesa dipende in larga misura dalla formazione dei cuori e delle menti, affinché siano aperti alla missione universale di Cristo e impegnati a costruire una cultura del discepolato missionario.»<br /><br />Suor Monika Juszka e le "sofferenze apostoliche" del Beato Paolo Manna<br /><br />Dopo la lettura del messaggio, Suor Monika Juszka, religiosa della congregazione delle Religiose di Maria Immacolata ha riletto le origini delle PUM attraverso quattro «pietre miliari» dell’esperienza di Paolo Manna: la sua persona e personalità, la sofferenza, la missione in Birmania e la situazione ecclesiale incontrata al ritorno in Italia. Costretto dalla malattia a lasciare definitivamente la Birmania nel 1907, Manna attraversò un periodo segnato dal senso di fallimento e dall’incomprensione. Proprio da quell’esperienza maturò un nuovo impegno: risvegliare nei sacerdoti la coscienza della loro responsabilità missionaria e, attraverso di loro, coinvolgere le comunità cristiane. Come ha ricordato suor Juszka, citando il fondatore, il progetto dell’Unione nacque «dal desiderio di risolvere radicalmente il problema della cooperazione dei cattolici all’apostolato della Chiesa».<br /><br />La religiosa ha ripercorso quindi le tappe che portarono all’approvazione dell’Unione Missionaria del Clero, comunicata il 31 ottobre 1916, chiarendo i diversi ruoli di Paolo Manna e di Guido Maria Conforti, vescovo di Parma e fondatore dei Missionari Saveriani. L’ideatore e fondatore dell’Unione fu Manna; Conforti ne sostenne il progetto e lo presentò al Papa e alla Congregazione di Propaganda Fide. Fu lo stesso Conforti a ribadire questa distinzione quando, nella comunicazione dell’approvazione, l’iniziativa venne attribuita a lui anziché a Manna. Scrivendo a quest’ultimo il 4 novembre 1916, precisava: «Mi spiace solo che nel venerato rescritto sia attribuita a me tale iniziativa, mentre dichiarai apertamente di non essere che procuratore. Ad ogni modo tornerà facile chiarire l’equivoco». Con il termine «procuratore», Conforti indicava dunque il proprio ruolo di portavoce e sostenitore del progetto presso la Santa Sede, non di fondatore. L’Unione, inoltre, non nasceva per affiancare una nuova opera missionaria a quelle già esistenti, ma per ravvivare lo spirito missionario del clero, affinché i sacerdoti le facessero conoscere e le sostenessero nelle proprie comunità.<br /><br />Da questa storia suor Juszka ricava alcune sfide per il presente: una formazione personale nutrita di preghiera e di conoscenza dell’insegnamento missionario della Chiesa; il coinvolgimento dei malati e degli anziani nella cooperazione spirituale; la capacità di vivere la missione nelle circostanze concrete della propria esistenza, mantenendo l’apertura al mondo intero. «Realizziamo questa vocazione essendo testimoni di Cristo lì dove siamo, in ciò che facciamo, ma soprattutto attraverso ciò che siamo e come siamo», afferma la religiosa. Un compito che richiede di «sensibilizzare, animare, risvegliare, ricordare, formare continuamente», perché la chiamata all’evangelizzazione sia riconosciuta e vissuta da tutti.<br /><br />Padre Vito Del Prete: riguardare ai primi tempi del cristianesimo<br /><br />Il rapporto tra l’eredità di Manna e il cammino delle Chiese locali è stato al centro dell’intervento di padre Vito del Prete, del Pontificio Istituto Missioni Estere , già segretario internazionale della PUM e direttore dell'Agenzia Fides. Il missionario ha messo in guardia dal rischio di ridurre la cooperazione alla raccolta di risorse finanziarie, «come se il progresso del Vangelo potesse misurarsi dalla maggiore o minore consistenza del conto in banca». Ha ripetuto la necessita di passare «dall’aiuto alla comunione tra le Chiese per l’annuncio del Vangelo». Le Chiese particolari non sono soltanto destinatarie di sostegno, ha insistito, ma soggetti responsabili della missione universale, chiamati a condividere doni, persone ed esperienze.<br />Alla luce del Concilio Vaticano II, padre del Prete ha richiamato il contributo dell’Unione alla crescita di questa consapevolezza. «Non si tratta di assegnare nuovo ruolo alla PUM, ma di renderla punto di riferimento per l’attività missionaria della Chiesa e delle Chiese», ha affermato. Alla formazione dei pastori e delle persone consacrate spetta un ruolo essenziale, affinché l’annuncio del Vangelo non rimanga confinato a singole iniziative, ma orienti l’intera vita ecclesiale. «Se le Chiese locali, il clero e i religiosi mancano all’ appuntamento con questa nuova coscienza della natura della missione moderna,il Vangelo non farà molti passi. Abbiamo perciò il dovere di ridefinire il nostro essere missionari di fronte ai vasti ambiti della missione del nostro tempo e dei cambiamenti dei modelli ecclesiologici, dentro i quali si pone il ruolo della Unione Missionaria. Alla Unione Missionaria è affidato il compito di animare e formare i pastori e i religiosi alla leadership missionaria, senza la quale, nelle attuali circostanze, lo stesso laicato non realizza in pieno la sua stessa dimensione missionaria, e così non si raggiunge nemmeno quell’obiettivo di rinnovamento della Chiesa. Infatti, la missio ad gentes è il paradigma di tutta l’azione della Chiesa.»<br /><br />In questo tempo, ha concluso padre del Prete, «la PUM, per riprendere identità e vitalità, ha bisogno di radicarsi sul territorio». Occorrono percorsi formativi continuativi, strumenti adeguati e una collaborazione più stretta con le altre forze missionarie. «Si richiedono pazienza, tempi lunghi e azione sistematica», ha osservato, invocando anche «un colpo d’ala, quasi di una nuova fondazione». L’obiettivo è rendere sacerdoti, consacrati e seminaristi missionari nel senso più profondo del termine, «instillando la passione effettiva, e non accademica e letteraria, per il Regno di Dio e l’umanità». Prima di concludere : « Deve, in sinergia con le altre forze ecclesiali, assumersi questo compito di rinnovamento. Per questo ha bisogno di un gruppo, di uno zoccolo duro che faccia rivivere l’entusiasmi dei primi tempi del cristianesimo.»<br /> <br />Fri, 30 Oct 2026 11:38:20 +0100La memoria dei martiri di Thane : un Convegno a Tolentinohttps://fides.org/it/news/78362-La_memoria_dei_martiri_di_Thane_un_Convegno_a_Tolentinohttps://fides.org/it/news/78362-La_memoria_dei_martiri_di_Thane_un_Convegno_a_TolentinoTolentino – La memoria di un sacrificio che continua a parlare al presente. Sabato 31 ottobre, la città marchigiana di Tolentino si appresta a vivere un momento di riflessione spirituale e storica con il convegno intitolato "I martiri di Thane: l’attualità della loro testimonianza". Promosso dal Comitato per le celebrazioni in memoria del beato Tommaso da Tolentino, con il patrocinio del Comune, l'evento si terrà nella mattinata presso il Politeama ‘Franco Moschini’ ed è pensato per riscoprire le radici di una testimonianza cristiana che affonda nel XIV secolo e che conserva intatta la sua forza evangelica.<br /><br />Il sacrificio di Thane e l'eco in Occidente<br /><br />Le radici dell'incontro affondano nel tragico e glorioso evento consumatosi in India. Era il 9 aprile 1321 quando i frati Minori Tommaso da Tolentino, Demetrio da Tblisi e Giacomo da Padova vennero uccisi nella città di Thane, un centro strategico della regione di Mumbai conquistato appena tre anni prima dai musulmani. Due giorni dopo, il 11 aprile, la stessa sorte toccò al loro compagno Pietro da Siena.<br /><br />La notizia del loro martirio si diffuse rapidamente, suscitando un'ondata di commozione e stupore non solo tra i frati Minori e i domenicani della regione, ma varcando i confini d'Oriente per giungere fino in Occidente. L'eco della persecuzione arrivò persino ad Avignone, allora sede della Curia papale. La drammatica vicenda fu presentata in concistoro dinanzi a papa Giovanni XXII il quale, come tramandato dal frate cronista Elemosina, accolse il racconto versando «lacrime di commozione».<br /><br />Missione e martirio dei primi Francescani in Asia<br /><br />L'evento di Tolentino intende inserire il martirio nel ampio respiro della presenza missionaria francescana in Asia. Già nel XIII secolo, pochi anni dopo la morte di san Francesco d’Assisi, i frati minori avevano intrapreso coraggiosi viaggi verso le terre d'Oriente.<br />Tra le figure di spicco di questa epopea missionaria e diplomatica spicca Giovanni da Pian del Carpine, inviato nel 1245 da papa Innocenzo IV come legato presso i Mongoli. Il suo storico viaggio fino alla corte del Gran Khan a Karakorum diede vita a una delle prime e più attendibili descrizioni dell’Impero mongolo, inaugurando un ponte informativo e diplomatico fondamentale tra l’Europa e l’Asia. In questo solco di audacia apostolica si inserisce la vicenda di Tommaso da Tolentino e dei suoi compagni, il cui sacrificio, lungi dall'essere una fine, si è trasformato nel "seme" fecondo di una duratura presenza francescana in India e in molte altre nazioni asiatiche.<br /><br />Un convegno di alto profilo e il messaggio da Mumbai<br /><br />Per approfondire il legame tra fede, storia e attualità, il convegno di Tolentino vedrà la partecipazione di relatori di altissimo livello accademico ed ecclesiale. Dopo i saluti istituzionali, prenderà la parola fra Alessio Mecella. A seguire, interverrà il dottor Paolo Aranha, consulente storico e fine specialista delle missioni cattoliche in Asia nella prima età moderna, che inquadrerà il contesto geopolitico e religioso dell'epoca.<br /><br />Di rilievo sarà anche l’intervento della dottoressa Valentin Vartui Karakhanian, postulatrice delle cause di beatificazione e canonizzazione nonché ricercatrice presso l’Archivio Storico di ‘Propaganda Fide’ e presso l’Archivio Storico della Segreteria di Stato vaticano. Gli esperti guideranno i presenti in una riflessione incentrata sulla testimonianza di fede dei martiri, capace di generare una memoria feconda e viva per la Chiesa di oggi.<br />Il Comitato organizzatore ha già ricevuto un caloroso messaggio di ringraziamento e incoraggiamento da parte del cardinale Oswald Gracias, arcivescovo emerito di Bombay. «Grazie per avermi inviato informazioni sul programma volto a onorare i Martiri di Thane», ha scritto il porporato in una nota. «Apprezzo profondamente il vostro impegno. Parlerò alla comunità locale della gloriosa storia di coloro che hanno donato la propria vita per la diffusione della Fede a Thane».<br />Un attestato che suggella il gemellaggio ideale tra le Marche e l'India, nel segno di un sangue versato per amore del Vangelo che continua a unire i credenti oltre il tempo e lo spazio. Agenzia Fides 30/10/2026)<br />Fri, 30 Oct 2026 09:15:57 +0100ASIA/INDIA - In India nordorientale la missione passa dalla scuola: l'impegno per dare un futuro ai giovanihttps://fides.org/it/news/78361-ASIA_INDIA_In_India_nordorientale_la_missione_passa_dalla_scuola_l_impegno_per_dare_un_futuro_ai_giovanihttps://fides.org/it/news/78361-ASIA_INDIA_In_India_nordorientale_la_missione_passa_dalla_scuola_l_impegno_per_dare_un_futuro_ai_giovanidi Paolo Affatato<br /><br />Miao – Essere missionari significa annunciare il Vangelo, raggiungere quanti ancora non hanno incontrato Cristo, sostenere le comunità cristiane in zone remote nel loro cammino. Ma significa anche accompagnare i giovani nella crescita, offrire opportunità educative, promuovere l'incontro tra culture diverse testimoniando l'amore di Dio. Nello Stato indiano dell'Arunachal Pradesh, nel Nordest dell'India, incastonato al confine con Cina e Myanmar, la diocesi di Miao ha vissuto l'Ottobre missionario intrecciando animazione pastorale, preghiera nelle famiglie, iniziative di solidarietà e attività educative rivolte alle nuove generazioni.<br />In occasione del centenario della Giornata missionaria mondiale, le celebrazioni hanno coinvolto parrocchie e centri missionari in un percorso che ha unito la dimensione locale della missione alla solidarietà con la Chiesa universale. «Come cristiani, siamo discepoli missionari, che seguono Gesù e aiutano altri a diventare discepoli. Questa è la necessità più urgente della Chiesa nel nostro contesto», ha affermato il Vescovo di Miao, il Salesiano George Pallipparambil.<br />Nella realtà di Miao, in un territorio dove vivono circa 100mila cattolici su 500mila abitanti, l'evangelizzazione si confronta con la varietà delle comunità indigene, delle lingue e delle tradizioni, ma anche con le difficoltà sociali e con la necessità di offrire ai giovani strumenti per costruire il proprio futuro: «Preghiamo per coloro che non sono stati evangelizzati, per quanti non hanno ricevuto una catechesi sufficiente, e cerchiamo di raggiungere coloro che non hanno ancora sentito parlare di Gesù», ha detto il Vescovo.<br /><br />L'Ottobre missionario<br /><br />Come riferisce all'Agenzia Fides don Felix Anthony, segretario dell’Ufficio per le comunicazioni sociali nella diocesi di Miao, l'Ottobre missionario è diventato un'occasione per tradurre queste parole in gesti concreti. Nella chiesa di Maria Ausiliatrice di Borduria, i fedeli si sono riuniti per contribuire al sostegno delle missioni a al Fondo universale di solidarietà gestito dalle Pontificie Opere Missionarie: «È stato bello vedere la nostra comunità ecclesiale riunirsi e offrire ciascuno il proprio piccolo contributo. Ogni offerta conta», ha osservato il parroco, padre C. J. Mathew, sottolineando il valore della partecipazione di tutti.<br />Nella chiesa di Santa Maria a Loaksim, il programma di animazione missionaria ha voluto approfondire la responsabilità della comunità nell'annunciare il Vangelo. A Khonsa, nella parrocchia Cristo Re, le famiglie si sono ritrovate per recitare il Rosario e pregare per i missionari impegnati nel servizio pastorale e nell'evangelizzazione. La missione di Ozako ha vissuto un momento di preghiera e testimonianza pubblica, con una processione per le strade prima della celebrazione eucaristica. Le diverse Comunità ecclesiali di base, in varie zone della diocesi, hanno preparato pietanze da condividere durante una festa comunitaria con l'obiettivo di raccogliere offerte per le missioni nel mondo. «È importante ricordare che i missionari non sono soltanto i sacerdoti e le suore. Ogni battezzato è un missionario», ha sottolineato Soplum Toh, catechista itinerante della diocesi di Miamo, richiamando il significato di un impegno che coinvolge l'intera comunità cristiana.<br /><br />L'opera di istruzione<br /><br />Accanto alla preghiera e alla solidarietà, l'istruzione rappresenta uno degli ambiti fondamentali in cui si costruisce il futuro delle comunità dell'Arunachal Pradesh. E' un'opera cruciale in un territorio montuoso, caratterizzato da grande diversità etnica e culturale e da insediamenti rurali in cui l'accesso ai servizi e alle opportunità formative risulta arduo.<br />Secondo i dati disponibili, nel distretto di Changlang, dove si trova Miao, il tasso di alfabetizzazione è di circa il 60% dei bambini e ragazzi. Le difficoltà riguardano la possibilità di frequentare la scuola, e l'acquisizione delle competenze fondamentali e si rileva che il 70% bambini e ragazzi del distretto di Changlang sono svantaggiati e sono molto indietro rispetto alle competenze acquisite, nella media, dai loro pari livello in scuole di altri stati dell'India.<br />Vi è poi carenza di insegnanti e gli ostacoli economici che possono impedire ai ragazzi di proseguire gli studi. Le associazione della società civile segnalano le difficoltà degli studenti, costretti a spostarsi fuori dal distretto per frequentare un college, con costi che possono diventare insostenibili per le famiglie.<br />«In tale contesto, garantire un'istruzione di qualità significa offrire ai giovani la possibilità di ampliare le proprie prospettive, sviluppare le proprie capacità e partecipare attivamente alla vita sociale, costruire il loro futuro», rileva don Felix Anthony. «È una sfida che coinvolge le istituzioni pubbliche e le comunità locali e alla quale anche la Chiesa cerca di contribuire attraverso la propria presenza educativa», spiega.<br /><br />Un esempio di questo impegno è "Radiance 2026", manifestazione culturale interscolastica organizzata nei giorni scorsi a Namsai dalla "Newman Educational Society", organismo educativo della diocesi di Miao intitolato al Cardinale John Henry Newman. L'iniziativa ha riunito 530 studenti e 70 accompagnatori provenienti da 20 scuole, attorno al tema "Celebrare le radici, abbracciare nuovi orizzonti", proponendo seminari di canto, danze tradizionali, pittura, teatro, discorsi pubblici e rappresentazioni culturali in cui i ragazzi hanno avuto l'opportunità di valorizzare i propri talenti e conoscere le tradizioni di comunità di altri distretti. In un'area caratterizzata dalla presenza di comunità indigene con proprie specifiche lingue e tradizioni, «l'incontro tra studenti diventa anche un'occasione per superare le distanze, imparare a conoscere l'altro e sviluppare il rispetto reciproco», rileva il Segretario.<br />Nel suo intervento conclusivo, mons. Pallipparambil ha ricordato che l'istruzione «non si riduce ai risultati scolastici e agli esami, ma che favorisce la sensibilità artistica, il rispetto della diversità, la libertà di espressione e la creatività». «Che ciò che avete imparato in questi giorni vi aiuti a guardare oltre le montagne e a puntare alle stelle», ha detto ai ragazzi.<br /><br />Il messaggio lanciato dal Vescovo racchiude una delle sfide più importanti per le nuove generazioni: poter guardare oltre i limiti imposti dall'isolamento geografico dell'India Nordorientale e dalle difficoltà economiche che essi vivono, senza perdere il legame con la propria storia, con la comunità di appartenenza, percorrendo un cammino di crescita umana, culturale e spirituale .<br />«Attraverso la Newman Educational Society, la diocesi di Miao promuove una formazione che va oltre l'apprendimento scolastico e punta a far crescere nei giovani fiducia in se stessi, senso di responsabilità, creatività e capacità di collaborare con persone di contesti differenti. L'educazione è uno spazio di promozione della dignità umana e dei valori del Vangelo, in cui valorizzare le identità culturali e accompagnare all'apertura verso il prossimo e verso il mondo», afferma don Felix.<br /><br />«Le iniziative dell'Ottobre missionario e l'esperienza di "Radiance 2026" - nota - raccontano due dimensioni complementari della presenza della Chiesa di Miao: l'annuncio del Vangelo e la formazione integrale della persona».<br />«La scuola prepara le nuove generazioni ad affrontare le sfide della società, in un territorio dove le difficoltà dell'apprendimento, la disponibilità di personale scolastico e i costi degli studi possono limitare le opportunità dei ragazzi, contribuendo a costruire condizioni migliori per il loro futuro». «La missione, in questa prospettiva, prende forma nella vicinanza quotidiana alle persone, nell'accompagnare e visitare le famiglie, nella formazione cristiana e nella promozione della dignità di ogni ragazzo e di giovane del nostro territorio», conclude don Anthony.<br />Con questa la consapevolezza e con questo spirito, il Vescovo ha voluto richiamare, nel mese in cui si è celebrato il centenario della Giornata missionaria mondiale, il messaggio fondamentale per ogni crdente: «La missione non è un compito delegato a pochi, ma una responsabilità condivisa. Ogni battezzato è chiamato a contribuire all'annuncio di Cristo attraverso la preghiera, la testimonianza e il servizio».<br /><br />I semi della fede<br /><br />Il Nordest dell'India è una macroregione caratterizzata da una complessa diversità etnica, linguistica e culturale, abitata da oltre 200 gruppi tribali che la differenziano nettamente dal resto del paese per tradizioni, costumi e sistemi sociali. La regione sconta un cronico ritardo nello sviluppo infrastrutturale, con un'economia ancora fortemente legata all'agricoltura di sussistenza. Il suo netto isolamento geografico , ha storicamente alimentato sentimenti di alienazione politica e tensioni sociali, traducendosi in prolungati conflitti interetnici e movimenti insurrezionali che hanno rallentato la piena integrazione nella nazione indiana. Il conflitto etnico in corso nello stato di Manipur ne è una testimonianza attuale. La regione del Nordest dell'India include gli stati indiani di Arunachal Pradesh, Assam, Manipur, Meghalaya, Mizoram, Nagaland, Tripura e Sikkim <br /><br />Il primo contatto con il cristianesimo in Arunachal Pradesh, dove si trova la diocesi di Miao, avvenne nel 1854 con la presenza di alcuni missionari francesi diretti verso il Tibet. Una tappa fondamentale si ebbe nel 1922 con l'arrivo dei Salesiani nel vicino Stato di Assam, in India nordorientale: le loro istituzioni religiose ed educative aprirono gradualmente la regione alla fede cattolica. Fondamentale è stata l'opera dell'Arcivescovo salesiano Thomas Menamparampil che, da rettore del Don Bosco di Shillong, stabilì contatti con numerosi anziani delle tribù locali che, negli ultimi cento anni, hanno abbracciato il cristianesimo.<br />Con la fondazione della prima missione cattolica, costituita da una scuola, un ostello per studenti e una chiesa a Borduria nel giugno del 1992, vi fu il primo sacerdote residente nell'Arunachal Pradesh.<br />I Salesiani hanno continuato la missione in Arunachal Pradesh, coadiuvati da diverse congregazioni religiose come le Missionarie della Carità . Le stazioni missionarie in zone remote, abitate da comunità indigene non evangelizzate, hanno continuato a crescere dopo che Papa Benedetto XVI ha eretto la diocesi di Miao, nel 2005, affidandola nel 2006 al Vescovo George Pallipparambil SDB, che guida anche la Commissione regionale per l'evangelizzazione del Nordest.<br /><br /><br />Fri, 30 Oct 2026 08:50:00 +0100PAPA IN AMERICA LATINA/I - Cardinale Barreto: la continuità tra Papa Francesco e Leone XIV è “un regalo dello Spirito Santo”https://fides.org/it/news/78360-PAPA_IN_AMERICA_LATINA_I_Cardinale_Barreto_la_continuita_tra_Papa_Francesco_e_Leone_XIV_e_un_regalo_dello_Spirito_Santohttps://fides.org/it/news/78360-PAPA_IN_AMERICA_LATINA_I_Cardinale_Barreto_la_continuita_tra_Papa_Francesco_e_Leone_XIV_e_un_regalo_dello_Spirito_Santodi Marie-Lucile Kubacki<br /><br />Huancayo - Arcivescovo emerito di Huancayo e coinvolto fin dall’inizio nel cammino sinodale amazzonico, il cardinale gesuita Pedro Barreto Jimeno ha seguito da vicino, accanto a papa Francesco, la nascita della Rete Ecclesiale Panamazzonica e della Conferenza Ecclesiale dell'Amazzonia .. <br />A meno di due settimane dalla visita di Leone XIV in Perù, il cardinale peruviano descrive un Paese segnato dalla violenza e dalla sfiducia verso le istituzioni politiche. E accenna a che cosa la Chiesa e la società peruviane possono attendersi dalla visita del Vescovo di Roma.<br />Siete in attesa della visita del Papa. Lei tiene nel cuore qualche speranze e attesa particolare per la Chiesa e per il Paese??<br /><br />PEDRO BARRETO JEMENO: La visita apostolica di Leone XIV ha suscitato un enorme entusiasmo nella popolazione peruviana, perché si tratta di una persona conosciuta e amata. Ha vissuto i suoi primi anni di sacerdote agostiniano nel nord del Perù, nella diocesi di Chulucanas e nell'arcidiocesi di Trujillo. Dopo dodici anni come priore generale degli Agostiniani, papa Francesco lo ha nominato vescovo di Chiclayo, dal 2015 al 2022, e poi Prefetto del Dicastero per i Vescovi, incarico che ha esercitato fino all’ elezione pontificia.<br />Il Perù, nel contesto dell'America Latina e dell'Amazzonia, segue la scia del Concilio Vaticano II, e ci riconosciamo, con Leone XIV, nel cammino di una Chiesa sinodale che ascolta, discerne e annuncia oggi il Vangelo di Gesù Cristo. Per tutto questo la sua presenza in Perù, come Pastore della Chiesa cattolica, ha un significato tutto particolare: torna a casa sua. Ritorna nel Paese che lo ha accolto e che è diventato una cosa sola con lui. Ci ha commosso quando, il giorno della sua elezione, dalla loggia della Basilica di San Pietro, si è rivolto in spagnolo alla sua «amata diocesi di Chiclayo, in Perù, dove un popolo fedele ha accompagnato il suo vescovo, ha condiviso la sua fede e ha dato tanto per continuare a essere Chiesa fedele a Gesù Cristo». Per questi motivi ribadisco che la sua visita in Perù sarà «una valanga di amore, di speranza e di rinnovamento».<br /><br />In che modo, secondo lei, ia sua passata esperienza pastorale può influire sul suo modo di incontrare il popolo peruviano durante il viaggio?<br /><br />BARRETO JEMENO: Papa Leone ha un legame profondo con il Perù, con i suoi popoli e le sue comunità. Conosce la costa, le Ande e l'Amazzonia. Tuttavia troverà un Paese sempre più «stanco e sfinito», dove la gente cammina «come pecore che non hanno pastore», come è scritto nel Vangelo secondo Matteo. <br />Da dove viene tanta stanchezza?<br />BARRETO JEMENO: Molti peruviani e peruviane vivono nell'insicurezza, si sentono indifesi e abbandonati di fronte a istituzioni che non riescono a rispondere con efficacia alla violenza, all'insicurezza, all'avanzata della criminalità organizzata e all'impunità. Il numero dei casi di estorsione in Perù è passato da 1.640 nel 2021 a 14.206 nel 2025. E solo tra gennaio e luglio 2026 il Pubblico Ministero ha registrato 13.892 denunce. L'acuirsi dei conflitti, la polarizzazione sociale, politica e religiosa, la crescita della violenza, della criminalità organizzata, della corruzione e delle disuguaglianze, la situazione dei giovani e le sfide che viviamo all'interno della nostra stessa Chiesa indeboliscono la nostra convivenza democratica e la fiducia nelle istituzioni. Siamo un Paese senza speranza, senza orizzonti capaci di mobilitarci.<br />Cosa potrà dire il Papa, davanti a uno scenario così pieno di ombre?<br />BARRETO JEMENO: La presenza e il messaggio di Leone XIV incoraggeranno il popolo peruviano e le istituzioni a creare uno spazio di dialogo «disarmato e disarmante», che rispetti la dignità di ogni persona umana e cerchi il bene comune. In questo senso riceveremo un messaggio esigente, capace di rendere possibili la comunione, la partecipazione e l'azione a favore della giustizia e della pace, mettendo al primo posto i più poveri e gli esclusi della società. <br /><br />Lei ha collaborato con papa Francesco nel cammino sinodale amazzonico. Cosa ritiene essenziale oggi, per continuare qual cammino? <br />BARRETO JEMENO: Le due istanze ecclesiali, la REPAM e la CEAMA, sono espressione autentica dell'opzione per i poveri che la Chiesa assume per fedeltà al Vangelo. Gesù stesso indica come segno della presenza del Regno di Dio in mezzo a noi il fatto che «ai poveri è annunciato il Vangelo». La presenza di missionari della Chiesa cattolica in Amazzonia risale al XVI secolo, iniziò nel 1540, e continua fino ai nostri giorni. La Chiesa si assume la responsabilità di accompagnare i popoli indigeni nell'annuncio del Vangelo e di promuoverne lo sviluppo umano integrale. Per una maggiore efficacia apostolica, Francesco istituisce già il 13 settembre 2014 la REPAM, che ha come missione accompagnare i popoli amazzonici a partire dalle loro culture e dai loro territori, attraverso una rete che coordini le azioni pastorali nella regione. La CEAMA, istituita il 29 giugno 2020, come organismo ecclesiale mira a definire le priorità tra obiettivi e strategie pastorali dei nuovi cammini di evangelizzazione della Chiesa in Amazzonia.<br />Da dove nasceva la sollecitudine di Papa Francesco per l’Amazzonia?<br />BARRETO JEMENO: Innanzitutto Francesco sceglie un luogo: l'Amazzonia, dove vivono popoli indigeni con una grande diversità di culture e lingue, che storicamente hanno subito persecuzione e morte. Inoltre il bacino del Rio delle Amazzoni , in quanto ecosistema vivente, è «uno dei polmoni del mondo che dobbiamo custodire», come è scritto nell’Enciclica “Laudato Si’”. In secondo luogo, Papa Francesco avvia un processo di ascolto, di discernimento e di azione pastorale coordinata, frutto della spiritualità sinodale. Si intraprende così il cammino del rinnovamento della Chiesa. A tal fine ha convocato un Sinodo speciale per l'Amazzonia a Roma, nell’ottobre 2019, che si è concluso con il Documento finale. Papa Bergoglio ci ha inoltre donato l'Esortazione apostolica «Querida Amazonia», del 12 febbraio 2020. Con questa esperienza sinodale, la Chiesa in Amazzonia offre il proprio contributo al processo sinodale della Chiesa universale. È questa la principale eredità di Papa Francesco, che Leone XIV prosegue e approfondisce.<br />Lei che impressione ha avuto riguardo al modo in cui Leone XIV accoglie il processo di rinnovamento della Chiesa in Amazzonia?<br />BARRETO JEMENO: Questa domanda mi porta a sottolineare un dono dello Spirito Santo alla Chiesa: la novità e la continuità nella successione di due vescovi di Roma. Ho avuto modo di conoscerli personalmente entrambi. Sono due Papi diversi per personalità e carattere, ma saldi e decisi sull'essenziale: la sequela di Cristo, il rinnovamento della vita e della missione della Chiesa. I due si conoscevano e hanno lavorato a stretto contatto negli ultimi due anni che hanno preceduto la morte di papa Francesco e l'elezione di papa Leone XIV. Francesco è nato in Argentina; Leone XIV è nato negli Stati Uniti d'America ed è stato naturalizzato peruviano. L'uno latinoamericano, l'altro panamericano. Entrambi decisi ad annunciare all'umanità la buona notizia di Gesù crocifisso e risorto. Non sono in competizione. Si completano. L'uno semina la Parola di Dio, l'altro continua a seminare, e Dio la fa fruttificare nella Chiesa. È questa l'espressione più autentica dell'unità nella diversità. Ricordiamo che la Costituzione dogmatica del Concilio Vaticano II Lumen Gentium sulla Chiesa, al paragrafo 8, insegna che essa è al tempo stesso carisma e istituzione, così come «Cristo è vero Dio e vero uomo». Non sono due Chiese. Ce n'è una sola: spirituale, vivificata dallo Spirito Santo, e al tempo stesso visibile, istituzionale, con il Papa, i vescovi, i sacerdoti, i religiosi e le religiose, i laici che, in virtù del Battesimo, formano il Popolo di Dio.<br /><br />l programma del viaggio prevede un incontro del Papa con missionari e rappresentanti dei popoli amazzonici a Pucallpa. Cosa potrà esprimere riguardo al posto dei popoli originari nella missione della Chiesa?<br />BARRETO JEMENO: Papa Leone ha voluto tornare a calpestare la terra amazzonica, questa volta nella città di Pucallpa, domenica 15 novembre prossimo. È un gesto eloquente, segno della volontà di proseguire ciò che papa Francesco aveva avviato. La Chiesa in Amazzonia vi coglie la continuità dell'impegno ad accompagnare i popoli indigeni nella difesa della vita e nella cura del territorio, minacciato dalla deforestazione e dall'estrazione mineraria illegale, in costante aumento. Ascolterà le angosce e le speranze dei popoli indigeni, in particolare il dolore per la violenza che colpisce bambine, bambini, adolescenti e giovani. Penso a quanto accaduto a Condorcanqui, nel nord-est del Perù, dove bambine indigene awajún e wampis hanno subito violenze sessuali da parte dei loro insegnanti, proprio coloro che avevano la responsabilità di educarle e proteggerle. <br /><br />Cosa ricorda della visita di Papa Francesco nell’Amazzonia Peruviana?<br /><br />BARRETO JEMENO Papa Francesco che, in visita a Puerto Maldonado nel gennaio 2018, affermò che l'Amazzonia è una terra santa davanti alla quale dobbiamo toglierci i sandali, come Mosè. Fu lì che papa Francesco definì i popoli indigeni eroici custodi del bioma amazzonico. Papa Leone XIV riaffermerà l'impegno della Chiesa a continuare ad accompagnare i popoli indigeni nella difesa della vita e della loro dignità di persone, e nella cura dell'Amazzonia.<br />Papa Leone XIV ha svolto una parte importante della sua missione in Perù come religioso agostiniano. A suo avviso, quale impronta ha lasciato questa esperienza, unita alle sue origini nell'Illinois, nella sua visione e nell'esercizio del ministero petrino?<br /><br />BARRETO JEMENO: La visita apostolica di papa Leone in Perù riaffermerà la sua stessa esperienza missionaria, vissuta in Perù per vent'anni. Vi ha lasciato un'impronta indelebile con la sua vicinanza e con la forza d'animo con cui ha contribuito a edificare una Chiesa che ascolta, discerne e agisce. Speriamo che la sua presenza tra noi offra un rinnovato impulso per l'evangelizzazione dei nostri popoli: un'evangelizzazione che comprenda una pastorale sociale vicina a chi soffre, che ascolti le voci dei popoli della costa, delle Ande e dell'Amazzonia, che promuova la solidarietà e l'organizzazione comunitaria per il bene comune. La sua visita ci aiuterà a rompere i silenzi, a vincere l'indifferenza e a tornare all'essenziale, perché «nell'incontro con Gesù Cristo nasce e rinasce la gioia», come si legge nel primo paragrafo di Wvangelii gaudium. È questa la nostra fede, che rafforza la speranza e ci spinge a vivere la carità tra fratelli e sorelle. Ricorderà a quanti hanno responsabilità politiche, economiche e sociali che ogni autorità trova il suo senso nel servizio al bene comune. Ci incoraggerà a non rassegnarci di fronte alla povertà, alla disuguaglianza, alla corruzione, alla violenza e all'esclusione. Così costruiremo insieme una pace «disarmata e disarmante». Fri, 30 Oct 2026 15:46:15 +0100AFRICA/ALGERIA - Algeri mette in sicurezza i propri investimenti in Nigerhttps://fides.org/it/news/78358-AFRICA_ALGERIA_Algeri_mette_in_sicurezza_i_propri_investimenti_in_Nigerhttps://fides.org/it/news/78358-AFRICA_ALGERIA_Algeri_mette_in_sicurezza_i_propri_investimenti_in_NigerAlgeri – Mettere in sicurezza le proprie frontiere meridionali, difendere gli investimenti petroliferi algerini nel Paese e, soprattutto, proteggere il futuro gasdotto destinato a trasportare in Algeria il gas estratto in Nigeria, attraversando il Niger. Sono questi gli obiettivi della missione militare algerina in Niger. L’invio di unità dell’Esercito nazionale del popolo in Niger è stato approvato da entrambe le Camere del Parlamento algerino il 25 ottobre.<br /><br />L’approvazione parlamentare era stata preceduta, il 21 ottobre, dalla firma di un protocollo di cooperazione militare tra i due Paesi, i cui dettagli non sono stati resi pubblici.<br /><br />Il nuovo contingente militare, la cui consistenza non è stata resa nota, si aggiunge al piccolo gruppo di aerei da caccia schierati dall’aviazione algerina a Niamey alla fine di agosto, subito dopo il fallito tentativo di insurrezione militare del 29 agosto .<br /><br />Il progetto del gasdotto trans-sahariano, del valore di 13 miliardi di dollari, che dovrebbe collegare Nigeria, Niger e Algeria, è ancora in fase di realizzazione. Oltre 2.400 chilometri di condotte sono già stati completati tra la Nigeria e l’Algeria, mentre il tratto rimanente, lungo 1.600 chilometri, dovrebbe attraversare il Niger. L’instabilità del Paese mette a rischio l’intero progetto. Il coinvolgimento militare algerino rappresenta, pertanto, una scelta strategica e pragmatica.<br /><br />L’Algeria, che già esporta il proprio gas in Europa attraverso due gasdotti, uno dei quali arriva in Italia e l’altro in Spagna, punta a diventare un hub centrale per le forniture di gas ai Paesi europei. Da qui la decisione di modificare radicalmente la tradizionale politica di non intervento militare all’estero, l’ultima eccezione risale alla guerra arabo-israeliana del 1973, quando su richiesta dell’Egitto, Algeri inviò infatti un’unità corazzata e tre squadroni aerei incaricati di contribuire alla difesa del Cairo. L’attuale scelta di impegnarsi militarmente in Niger risponde dunque anche all’esigenza di garantire la realizzazione del gasdotto.<br /><br />Inoltre, la compagnia petrolifera algerina Sonatrach è presente in Niger nelle attività di sviluppo del giacimento petrolifero di Kafra, situato nel nord del Paese, a circa 85 chilometri dal confine con l’Algeria.<br /><br />Il governo algerino ha modificato il proprio atteggiamento anche nei confronti della giunta militare nigerina, salita al potere con il colpo di Stato del 26 luglio 2023 che rovesciò il presidente Mohamed Bazoum . In un primo momento, Algeri aveva condannato il golpe, richiamandosi alla Carta dell’Unione africana e al principio di non riconoscimento dei governi insediatisi in seguito a colpi di Stato. Tuttavia, l’esigenza di stabilizzare le proprie frontiere meridionali e di proteggere i rilevanti interessi economici nel Paese ha indotto il governo algerino a rivedere la propria politica. <br />Fri, 30 Oct 2026 13:49:31 +0100VATICANO - "Chiesa di Roma, Chiesa missionaria": il Cardinale Reina inaugura l'Anno Accademico dell'Urbanianahttps://fides.org/it/news/78359-VATICANO_Chiesa_di_Roma_Chiesa_missionaria_il_Cardinale_Reina_inaugura_l_Anno_Accademico_dell_Urbanianahttps://fides.org/it/news/78359-VATICANO_Chiesa_di_Roma_Chiesa_missionaria_il_Cardinale_Reina_inaugura_l_Anno_Accademico_dell_UrbanianaRoma - "Il Vangelo raggiunge Roma perché da Roma possa continuare a correre". Il Cardinale Baldassare Reina, Vicario Generale di Sua Santità per la Diocesi di Roma, ha riletto la vocazione missionaria della Chiesa dell'Urbe nella prolusione con cui, giovedì 29 ottobre, nell'Aula Magna della Pontificia Università Urbaniana, si è aperto l'Anno Accademico 2026-2027.<br /><br />Nella sua prolusione, intitolata "Chiesa di Roma, Chiesa missionaria", il Cardinale Reina ha proposto un percorso dal Nuovo Testamento fino a Papa Leone XIV. Già negli Atti degli Apostoli, ha spiegato, Roma è il punto d'arrivo narrativo del cammino della Parola, che da lì riparte: il libro si chiude con Paolo che nella capitale dell'impero annuncia il Regno "con tutta franchezza e senza impedimento". Il volto missionario di Roma risale infatti alle origini: già intorno all'anno 200, come ricordava Benedetto XVI nell'udienza generale del 4 febbraio 2009, un presbitero romano, Gaio, poteva invitare a vedere "i trofei di coloro che hanno fondato questa Chiesa", le tombe di Pietro in Vaticano e di Paolo sulla via Ostiense, dove ancora oggi sorgono le due basiliche. Richiamando il decreto conciliare Ad Gentes, il Vicario ha ricordato che ogni Chiesa particolare è inviata anche ai non credenti che vivono nel suo territorio. Applicato a Roma, ciò impedisce di ridurre la missione alla moltiplicazione di presenze religiose, perché il Vangelo deve incontrare la vita effettiva della città.<br /><br />Ripercorrendo il magistero dei Pontefici rivolto alla loro diocesi, il Cardinale ha poi segnalato alcune tappe. Giovanni Paolo II convocò il Sinodo pastorale diocesano e nel 1992 descrisse Roma come "focolare di irradiazione missionaria". Benedetto XVI, nel 2005, volle dare forma permanente alla missione cittadina caratterizzando in senso missionario le parrocchie e le altre realtà ecclesiali, e nel 2009 chiese di riconoscere i laici "realmente corresponsabili dell'essere e dell'agire della Chiesa". Papa Francesco, nel 2019, invitò la Diocesi ad ascoltare gli squilibri della città, i poveri e le fragilità, mettendo in guardia da una Chiesa sorda al grido della gente. Ampio spazio è stato dedicato alla Costituzione Apostolica In Ecclesiarum communione, con cui Papa Francesco nel 2023 ha riordinato il Vicariato di Roma. Nel giugno 2026 Leone XIV, con il Motu proprio Confirma fratres tuos, ne ha rinnovato le norme sul governo del Vicariato, mantenendo il proemio, che affida alla Chiesa di Roma una "missione di esemplarità". Il Cardinale ha precisato che tale esemplarità esclude ogni trionfalismo e va intesa come un debito di testimonianza. Il documento ricorda i missionari partiti nei secoli dalla Chiesa di Pietro e Paolo, chiede a tutta la diocesi l'apertura alla missio ad gentes e indica come impegno urgente l'annuncio del Vangelo e la testimonianza della carità verso ogni abitante e in ogni ambiente. Papa Leone, nell'Assemblea diocesana del settembre 2025, ha chiesto a Roma di diventare un laboratorio di sinodalità.<br /><br />Tra i sette tratti dell'esemplarità missionaria di Roma con cui ha concluso, il Cardinale ha sottolineato il radicamento nella città reale, fatta di persone, famiglie, culture e povertà, e la dimensione universale: "la missione nella città non sostituisce la missio ad gentes". Ha poi auspicato che l'Urbaniana offra il proprio contributo di studio, perché Roma sia anche il centro propulsore da cui l'impegno missionario si muove "per raggiungere gli estremi confini del mondo", con lo stesso fuoco dell'Apostolo: "Guai a me se non annuncio il Vangelo!". Riprendendo la parola, Mons. Sangalli ha invitato l'Università a sviluppare le prospettive proposte dal Cardinale, dalla comunione riscoperta con Paolo VI fino alla sinodalità promossa da Francesco e da Leone.<br /><br /><br />Arcivescovo Sangalli: All’Urbaniana la cattolicità della Chiesa diventa esperienza <br /><br /><br />Ad aprire la mattinata è stato l'Arcivescovo Samuele Sangalli, Segretario aggiunto del Dicastero per l'Evangelizzazione, che ha preso la parola a nome del Cardinale Luis Antonio Tagle, Pro-Prefetto del Dicastero, Gran Cancelliere dell'Università e da poche settimane Decano del Collegio Cardinalizio. Mons. Sangalli ha ricordato che da quasi quattro secoli l'Università Pontificia Urbaniana prepara uomini e donne capaci di portare il Vangelo nelle diverse culture e di servire le Chiese in ogni parte del mondo. All'Urbaniana, ha osservato, la cattolicità della Chiesa diventa esperienza quotidiana: nella stessa aula possono ritrovarsi un sacerdote europeo, una religiosa asiatica, uno studente latinoamericano, un professore africano, un seminarista dell'Oceania, un ricercatore mediorientale. Sottolineando la bellezza di questa esperienza ha affermato che una simile ricchezza comporta una responsabilità altrettanto grande, perché nessuno possiede da solo tutta la ricchezza della Chiesa.<br /><br />L'Arcivescovo ha indicato come guida per il nuovo anno San John Henry Newman, che fu alunno del Collegio e che Papa Leone XIV, il 1° novembre 2025, ha proclamato Dottore della Chiesa e patrono dell'Urbaniana. Citando le parole rivolte dal Papa agli studenti della Sapienza , ha osservato: "Una vera università non spegne le domande; insegna piuttosto ad affrontarle con intelligenza, rigore e libertà. Non offre soltanto risposte, magari preconfezionate; piuttosto forma persone capaci di continuare a cercare". Rivolgendosi agli studenti, ha poi aggiunto: "Un giorno tornerete nelle vostre congregazioni, diocesi, paesi: ciò che avete ricevuto qui dovrà tradursi in responsabilità, vero servizio, autentica testimonianza”.<br /><br />L’Associazione degli studenti e la collaborazione con le parrocchie<br /><br />A nome degli studenti, Abrahan Moreno Murillo, presidente dell'Associazione Omnes Gentes, ha confermato al Cardinale Vicario la disponibilità a collaborare nelle attività pastorali delle parrocchie romane, come segno di comunione tra tutte le Chiese. <br /><br /><br />Il Rettore Buonomo: incrementi nelle iscrizioni all’Università<br /><br />Nelle conclusioni il Delegato Pontificio e Rettore Magnifico, Prof. Vincenzo Buonomo, ha ricordato che lo scorso anno si è chiuso con 1.136 studenti e 42 docenti stabili e che quest'anno alcune facoltà registrano un incremento delle iscrizioni, soprattutto al primo anno. Ha annunciato che i nuovi Statuti saranno presentati alla Plenaria del Dicastero e, richiamate le parole di Leone XIV all'UNESCO del 25 settembre, ha assicurato che l'Università, parte della Diocesi del Papa, è pronta a offrire il proprio apporto alla pastorale diocesana. Ha quindi dichiarato aperto il nuovo Anno Accademico. <br /> Thu, 29 Oct 2026 14:16:54 +0100ASIA/FILIPPINE - Il suono dei gong della pace: la missione della Chiesa tra i popoli indigeni di Kalinga e Apayaohttps://fides.org/it/news/78357-ASIA_FILIPPINE_Il_suono_dei_gong_della_pace_la_missione_della_Chiesa_tra_i_popoli_indigeni_di_Kalinga_e_Apayaohttps://fides.org/it/news/78357-ASIA_FILIPPINE_Il_suono_dei_gong_della_pace_la_missione_della_Chiesa_tra_i_popoli_indigeni_di_Kalinga_e_Apayaodi Paolo Affatato<br /><br />Tabuk – I gong tacciono quando tra due comunità scoppia un conflitto. E i gong tornano a suonare quando la pace è ristabilita. Nelle montagne delle Filippine settentrionali, nella regione della Cordillera, sull'isola di Luzon, tra le province di Kalinga e Apayao il suono di questi strumenti tradizionali racconta una storia di divisioni e riconciliazione, ed esprime il desiderio di incontro, dialogo e difesa della vita. «Quando la tua tribù e la mia tribù sono in conflitto tra loro, non suoniamo il gong. Li suoniamo solo quando c'è pace nella comunità», spiega all’Agenzia Fides il Vescovo Sean Buslig Mejia, Vicario apostolico di Tabuk, raccontando il cuore della missione della Chiesa in questa regione, dove l'annuncio del Vangelo passa attraverso la cura delle relazioni, la mediazione nei conflitti e la difesa delle popolazioni indigene e della loro terra.<br />Il Vicariato apostolico di Tabuk comprende due province, Kalinga e Apayao, abitate da gruppi indigeni distinti, con lingue, tradizioni e identità proprie. Nella provincia Kalinga si parla il kalinga, mentre in quella Apayao è diffusa la lingua isnag. La Chiesa, spiega a Fides il Vescovo, cerca di custodire questo patrimonio culturale nel proprio cammino di evangelizzazione: i canti tradizionali entrano nella liturgia, i tessuti locali adornano le celebrazioni e vengono utilizzati persino per i paramenti sacri. L'inculturazione «non è soltanto un modo di rendere familiare il linguaggio della fede, ma un riconoscimento della dignità dei popoli e delle loro tradizioni».<br /><br />La pace, frutto della fede<br /><br />Nell’area Kalinga – racconta il Presule – le diverse sotto-tribù hanno ciascuna il proprio dialetto e il proprio consiglio di anziani. Le relazioni tra comunità possono essere segnate da controversie sui confini e sulla proprietà della terra, oppure da episodi di violenza che, soprattutto quando viene versato del sangue, rischiano di innescare conflitti più ampi.<br />«Per prevenire le tensioni o ricomporre le fratture esiste il bodong, il tradizionale patto di pace attraverso cui le comunità stringono un accordo. In questo processo, gli anziani svolgono un ruolo fondamentale, affiancati anche da rappresentanti della Chiesa», nota. «Uno dei nostri sacerdoti è membro del gruppo di negoziazione della pace. Si tratta di portare la pace di Cristo alle tribù», dice mons. Mejia.<br />La presenza della Chiesa non si limita alla preghiera o all'assistenza pastorale, ma entra nei luoghi concreti in cui le relazioni rischiano di spezzarsi. Anche la celebrazione eucaristica diventa «uno spazio di riconciliazione, in cui persone appartenenti a comunità in conflitto tornano a incontrarsi e a riconoscersi come fratelli e sorelle», ricorda. È un compito che coinvolge l'organizzazione della vita ecclesiale: infatti, prosegue il Vicario apostolico, «l'assegnazione dei sacerdoti alle diverse zone richiede attenzione, perché le tensioni tra le tribù possono mettere a rischio anche la sicurezza di un presbitero proveniente da una comunità in conflitto con quella che dovrebbe servire».<br /><br />La sfida non si esaurisce nella mediazione delle controversie. Il Vescovo osserva che molti fedeli, pur battezzati e formati nelle scuole cattoliche, «hanno ancora bisogno di approfondire la propria fede e di comprenderne le conseguenze nella vita quotidiana. Quando riemergono le rivalità tribali, infatti, il rischio è dimenticare proprio quei valori evangelici che dovrebbero orientare i rapporti con gli altri», osserva.<br />La speranza arriva dalle nuove generazioni: «Molti dei nostri giovani dicono: “Abbiamo chiuso con le lotte tribali, non ne vogliamo più sapere”», riferisce mons. Mejia. «I giovani partecipano agli incontri ecclesiali, si impegnano come volontari e diventano catechisti, contribuendo alla formazione dei bambini. Nelle comunità cristiane trovano un senso di appartenenza e un'identità capace di unire le differenze senza cancellarle», spiega.<br /><br />Le minacce alla “casa comune”<br /><br />La pace, tuttavia, non riguarda soltanto i rapporti tra le comunità. Nelle province di Kalinga e Apayao la pace è strettamente legata alla difesa della terra, dell'ambiente e delle condizioni che permettono ai popoli indigeni di continuare a vivere nei luoghi dei propri antenati.<br />Ad Apayao, il progetto di una grande diga idroelettrica a Kabugao minaccia di sommergere 11 dei 21 barangay, i villaggi della zona. Il cambiamento, sottolinea il vescovo, non comporta soltanto la perdita delle abitazioni: «Le comunità – ammonisce – rischiano di vedere scomparire le proprie fonti di sostentamento e i luoghi di sepoltura dei propri morti, parte essenziale della memoria e dell'identità collettiva».<br />«La Chiesa e il Vicariato apostolico di Tabuk non sostengono il progetto della diga», afferma mons. Mejia, spiegando che la posizione ecclesiale nasce dalla volontà di rispettare la decisione delle popolazioni indigene coinvolte, mentre la questione è oggetto di una battaglia legale.<br />Anche nella provincia Kalinga, le attività minerarie a cielo aperto su larga scala rappresentano una fonte di preoccupazione. Il Vescovo denuncia il rischio che «gli interessi economici alimentino divisioni all'interno delle stesse comunità», secondo una strategia del “divide et impera”: creare fazioni contrapposte, separando persone che condividono la medesima appartenenza culturale e territoriale. «È solo una questione di soldi, di profitto. Questo è molto triste», osserva.<br />Di fronte a questi progetti, la Chiesa accompagna le popolazioni indigene nella difesa dei loro diritti e sostiene il ricorso agli strumenti legali. Ma l’impegno si esprime anche attraverso la sensibilizzazione e le iniziative concrete di cura dell'ambiente, in sintonia con l'enciclica Laudato si'. Piantare alberi, educare al rispetto del creato e promuovere la responsabilità verso il territorio diventano così parte di una stessa missione.<br />«La difesa della ‘casa comune’, in questa regione delle Filippine – nota – non è una questione astratta. Significa proteggere villaggi, fonti di sostentamento, luoghi della memoria e legami comunitari. Significa riconoscere alle popolazioni indigene il diritto di partecipare alle decisioni che riguardano il loro futuro».<br /><br />Una Chiesa giovane<br /><br />In un territorio montuoso e difficile da percorrere, dove per arrivare dalla cattedrale di Tabuk alla comunità missionaria più lontana possono essere necessarie fino a sette ore di automobile, la presenza ecclesiale si costruisce attraverso una rete di relazioni e un impegno quotidiano si sacerdoti, religiosi e laici. «Il Vicariato di Tabuk – riferisce – conta circa 260mila cattolici, 22 parrocchie e stazioni missionarie e 36 sacerdoti, tra diocesani e religiosi. La Chiesa continua a crescere, pur dovendo affrontare le difficoltà legate alle distanze, alla formazione dei catechisti e al sostegno economico dei giovani che desiderano intraprendere il cammino verso il sacerdozio», nota ringraziando i sussidi che la Chiesa locale riceve dal Dicastero missionario e dalle Pontificie Opere Missionarie nel sostenere il cammino di formazione e di studio dei giovani seminaristi.<br />Tra le priorità indicate dal Vescovo vi sono proprio la formazione alla fede, l'accompagnamento delle nuove generazioni e la promozione della pace. «Se non c'è pace tra le tribù, diventa molto difficile aprire le scuole. Il primo frutto della fede è la pace», ribadisce.<br /><br />In quest’ottica, nel 2023, il Vicariato ha promosso l'iniziativa «Il richiamo dei mille gong», con oltre mille suonatori provenienti da diverse tribù e tremila ballerini. L’evento ha dato visibilità alla ricchezza culturale della regione, ma che per il vescovo ha soprattutto un significato spirituale: «Esprime il desiderio che nessuna comunità torni a essere divisa dalla violenza».<br />La preghiera che mons. Mejia affidò allora a quanti partecipavano all'iniziativa era semplice e impegnativa: «Abbiamo pregato e continuiamo a pregare ogni giorno perché non vi siano conflitti intertribali. Perché, quando la pace viene meno, tutto rischia di crollare».<br /><br />A conclusione dell'Ottobre missionario, la testimonianza della Chiesa di Tabuk ricorda che la missione si vive nel rendere riconoscibile il Vangelo attraverso gesti concreti, come «ricomporre le divisioni, educare i giovani alla fraternità, custodire le culture e stare accanto a chi difende la propria terra dagli interessi dello sfruttamento», rileva.<br />Tra le montagne nel Nord delle Filippine, i gong continuano a custodire la memoria della pace. La speranza del Vescovo è «che possano suonare sempre, annunciando comunità riconciliate e popoli capaci di vivere insieme, in fraternità, senza rinunciare alla propria identità». Mons. Mejia conclude: «Cristo è il Principe della pace. Viviamo, preghiamo e operiamo perché pace di Cristo non rimanga soltanto una parola pronunciata durante la liturgia, ma diventi una realtà vissuta nelle relazioni tra le persone e nella cura della casa comune».<br /><br /> <br />Thu, 29 Oct 2026 11:44:15 +0100AFRICA/CAMERUN - “Formare i giovani alla fede e all’inserimento nella vita sociale”https://fides.org/it/news/78356-AFRICA_CAMERUN_Formare_i_giovani_alla_fede_e_all_inserimento_nella_vita_socialehttps://fides.org/it/news/78356-AFRICA_CAMERUN_Formare_i_giovani_alla_fede_e_all_inserimento_nella_vita_socialeRoma –In Camerun, dove la disoccupazione e le difficoltà di inserimento sociale rappresentano una delle principali sfide per le giovani generazioni, la Chiesa è chiamata a svolgere un ruolo fondamentale nell’accompagnamento e nella formazione dei ragazzi. In questo impegno si inserisce il Rajec , la rete degli ex membri della Jeunesse Étudiante Chrétienne, che riunisce oltre 500 persone in 18 diocesi del Paese. Riconosciuto dalla Conferenza Episcopale del Camerun nel 2022, il movimento coniuga formazione professionale, promozione dell’imprenditorialità e testimonianza cristiana, cercando di rispondere alle nuove sfide poste dalla trasformazione della società e dalla diffusione dei social media e dell’intelligenza artificiale. Ne parliamo con Jean Claude Fort-Lamy, responsabile nazionale del Rajec, che si trovava a Roma per l'Assemblea del Forum internazionale di Azione cattolica .<br /><br />D. Che cos’è il Rajec e quali sono i suoi obiettivi principali?<br /><br />R. Il Rajec è un movimento di Azione Cattolica che riunisce coloro che hanno militato nella Jeunesse Étudiante Chrétienne del Camerun. La nostra rete ha più di trent’anni di storia ed è riconosciuta dalla Conferenza Episcopale del Camerun dal 2022. Il nostro obiettivo è rafforzare la fede dei membri e continuare a offrire il nostro contributo alla vita e alla missione della Chiesa. Facciamo parte di una rete che non è presente soltanto in Camerun, ma anche in altri Paesi africani e nel resto del mondo.<br /><br />D. Qual è la consistenza della vostra rete sul territorio camerunese?<br /><br />R. Attualmente contiamo più di 500 membri, distribuiti in 18 diocesi. Questa presenza capillare ci permette di essere vicini alle comunità locali e di affrontare le sfide che i giovani incontrano quotidianamente, cercando di offrire risposte concrete ai loro bisogni.<br /><br />D. Quali sono oggi le principali difficoltà che i giovani del Camerun devono affrontare?<br /><br />R. Uno dei problemi più gravi è sicuramente la disoccupazione, che comporta anche notevoli difficoltà nell’inserimento nella vita sociale ed economica. Per questo, attraverso la nostra rete di circoli sociali, cerchiamo di rispondere alle esigenze dei giovani, in particolare degli studenti, aiutandoli a sviluppare competenze che possano favorire il loro futuro.<br /><br />D. In che modo cercate di sostenere concretamente i giovani nella ricerca di un lavoro e nella costruzione del loro futuro?<br /><br />R. In collaborazione con la Conferenza Episcopale, organizziamo corsi di formazione professionale rivolti ai giovani. Un esempio è il laboratorio che abbiamo promosso a margine della nostra Assemblea generale, dedicato a quelle che in francese chiamiamo activités génératrices de revenus, cioè attività produttrici di reddito.<br /><br />L’obiettivo è fornire ai partecipanti gli strumenti di base per avvicinarsi all’imprenditorialità, imparare a sviluppare iniziative economiche e acquisire maggiore autonomia. Vogliamo aiutarli a diventare protagonisti del proprio futuro, favorendo il loro inserimento nella vita economica e sociale.<br /><br />D. La vostra missione, però, non si limita alla formazione professionale. Quale ruolo attribuite alla formazione cristiana?<br /><br />R. La dimensione spirituale è fondamentale. Accanto alla formazione professionale, cerchiamo di educare i giovani a essere «il sale della terra e la luce del mondo» per i loro coetanei. Vogliamo che siano capaci di testimoniare e annunciare il Vangelo in ogni ambito della loro vita: nella famiglia, nella scuola, nel lavoro e nelle relazioni sociali.<br /><br />Crediamo che la fede non debba rimanere confinata alla sfera privata, ma debba tradursi in comportamenti concreti, nella solidarietà, nella responsabilità e nell’impegno per il bene comune.<br /><br />D. Quali nuove sfide pone ai giovani la diffusione dei social media e dell’intelligenza artificiale?<br /><br />R. L’uso sempre più pervasivo dei social media e, oggi, dell’intelligenza artificiale rappresenta una sfida importante. Questi strumenti possono offrire opportunità, ma possono anche disorientare molti ragazzi, influenzando il loro modo di pensare, di relazionarsi e di interpretare la realtà.<br /><br />Per questo è necessario adattare i nostri modelli formativi alle nuove situazioni. Non possiamo continuare a formare i giovani come se il mondo digitale non esistesse: dobbiamo aiutarli a sviluppare senso critico e responsabilità, affinché sappiano utilizzare queste tecnologie in modo consapevole e coerente con i valori cristiani.<br /><br />D. Anche le istituzioni pubbliche stanno prendendo coscienza di questi problemi?<br /><br />R. Sì, lo Stato ha cominciato a riconoscere la portata di queste sfide e la necessità di intervenire. Un esempio è rappresentato dalla normativa che punisce la diffusione di discorsi d’odio sulle reti sociali. Si tratta di un segnale importante, perché mostra come la tutela delle persone e la responsabilità nell’utilizzo degli strumenti digitali siano diventate questioni centrali.<br /><br />Anche noi, come rete di Azione Cattolica, sentiamo la responsabilità di accompagnare i giovani in questo percorso, aiutandoli a vivere la propria fede e la propria cittadinanza in modo consapevole, anche nel mondo digitale. <br />Thu, 29 Oct 2026 11:26:22 +0100100 ANNI DALLE ORDINAZIONI DEI PRIMI VESCOVI CINESI - Il ruolo e la rilevanza delle prime sei diocesi affidate a Vescovi cinesihttps://fides.org/it/news/78355-100_ANNI_DALLE_ORDINAZIONI_DEI_PRIMI_VESCOVI_CINESI_Il_ruolo_e_la_rilevanza_delle_prime_sei_diocesi_affidate_a_Vescovi_cinesihttps://fides.org/it/news/78355-100_ANNI_DALLE_ORDINAZIONI_DEI_PRIMI_VESCOVI_CINESI_Il_ruolo_e_la_rilevanza_delle_prime_sei_diocesi_affidate_a_Vescovi_cinesidel Prof. Liu Zhiqing*<br /><br />Roma -Il 28 ottobre 1926, esattamente 100 anni fa, Papa Pio XI consacrò a Roma sei vescovi cinesi: Filippo Zhao Huaiyi, Odorico Cheng Hede, Melchior Sun Dezheng, Louis Chen Guodi, Giuseppe Hu Ruoshan e Simone Zhu Kaimin. Erano destinati a guidare rispettivamente il Vicariato Apostolico di Xuanhua, la Prefettura Apostolica di Puqi, la Prefettura Apostolica di Lixian, il Vicariato Apostolico di Fenyang, il Vicariato Apostolico di Taichow e il Vicariato Apostolico di Haimen.<br />La fondazione delle sei circoscrizioni ecclesiastiche affidate al clero cinese e la consacrazione dei sei vescovi diedero un forte impulso al radicamento locale della Chiesa cattolica in Cina, e assunsero un significato epocale nella storia della Chiesa cinese.<br /><br />1. I sei vescovi cinesi, eccellenti rappresentanti del clero nazionale<br /><br />I sei vescovi avevano tutti alle spalle una lunga vita sacerdotale e una vasta esperienza pastorale, e tutti avevano un carattere equilibrato e riflessivo. Al momento della nomina episcopale, Filippo Zhao Huaiyi aveva 46 anni ed era sacerdote da 22; Odorico Cheng Hede aveva 53 anni ed era sacerdote da 26; Melchior Sun Dezheng aveva 57 anni ed era sacerdote da 29; Louis Chen Guodi aveva 51 anni ed era sacerdote da 23; Giuseppe Hu Ruoshan aveva 45 anni ed era sacerdote da 17; Simone Zhu Kaimin aveva 58 anni ed era sacerdote da 28.<br />Il sacerdozio più lungo era quello di Melchior Sun . Il più breve era quello di Giuseppe Hu, che contava comunque 17 anni di ministero. Il più anziano era Simone Zhu , il più giovane Hu .<br />Durante gli studi in seminario, così come prima e dopo l'ordinazione sacerdotale, tutti e sei ricevettero una solida formazione dagli istituti religiosi stranieri. Cinque di loro appartenevano a istituti religiosi: Cheng Hede e Chen Guodi ai Francescani Minori , Sun Dezheng e Hu Ruoshan alla Congregazione della Missione , Zhu Kaimin alla Compagnia di Gesù . L’Arcivescovo Celso Costantini, Delegato apostolico in Cina, commentò: “Con la nomina e la consacrazione dei sei vescovi cinesi nel 1926 si concluse finalmente il lungo periodo di transizione e cominciò un'epoca completamente diversa. Il duro lavoro svolto per molti anni dai missionari stranieri e dai membri dei vari istituti religiosi aveva infine dato i suoi frutti. Ci auguriamo che questa volta si possa aprire un cammino promettente”.<br /><br />2. Caratteristiche dello sviluppo delle sei diocesi<br /><br />Secondo le statistiche pastorali del 1949, le sei diocesi si trovavano in situazioni molto diverse:<br />DiocesiPopolazioneCattoliciPercentuale<br />Puqi700.0005.1250,73%<br />Anguo1.200.00033.2002,77%<br />Fenyang2.100.00015.6000,74%<br />Xuanhua1.700.00036.9002,17%<br />Taichow2.000.0007.8130,39%<br />Haimen5.200.00039.4960,76%<br />Quanto alla loro consistenza complessiva, le sei circoscrizioni si possono suddividere in tre fasce.<br />Prima fascia: Haimen, Xuanhua e Anguo. Ciascuna contava più di 30.000 fedeli e disponeva di un numero relativamente elevato di sacerdoti e religiose.<br /><br />Seconda fascia: Fenyang. Contava più di 15.000 fedeli e disponeva di un numero relativamente elevato di sacerdoti, ma non di religiose.<br /><br />Terza fascia: Taichow e Puqi. Erano le circoscrizioni più deboli: entrambe contavano meno di 10.000 fedeli e disponevano soltanto di alcune decine di sacerdoti e religiose.<br />Dal punto di vista della struttura ecclesiastica, le sei circoscrizioni si dividevano in due categorie.<br />Le cinque circoscrizioni di Anguo, Fenyang, Xuanhua, Taichow e Haimen rimasero Vicariati Apostolici dalla loro istituzione, nel 1926, fino al 1946, quando furono tutte elevate al rango di diocesi.<br />Puqi, invece, rimase Prefettura Apostolica fin dalla sua istituzione. Nel 1926 il prefetto apostolico Cheng Hede era stato consacrato vescovo titolare di Catenna e aveva quindi ricevuto la dignità episcopale. Dopo la sua morte, avvenuta il 14 novembre 1928, i suoi successori, mons. Giuseppe Zhang Jingxiu e mons. Giuseppe Li Daonan, furono però entrambi prefetti apostolici e non vicari apostolici: continuarono quindi a guidare la circoscrizione come sacerdoti, con il titolo di prefetto apostolico. Solo il 10 maggio 1951 la Prefettura Apostolica di Puqi fu elevata a diocesi, e il prefetto apostolico mons. Giuseppe Li Daonan fu elevato alla dignità di vescovo ordinario.<br /><br />3. Le sei circoscrizioni ecclesiastiche cinesi hanno contribuito a promuovere l'inculturazione della Chiesa in Cina<br />Dopo oltre vent'anni di sviluppo, nel 1949 le diocesi affidate al clero cinese erano salite a 24, distribuite in 12 province:<br />•Hebei: 5<br />•Sichuan: 3<br />•Hubei: 3<br />•Shandong: 2<br />•Shanxi: 2<br />•Shaanxi: 2<br />•Jiangsu: 2<br />•Mongolia: 1<br />•Cina nord-orientale: 1<br />•Henan: 1<br />•Zhejiang: 1<br />•Yunnan: 1<br />Otto province, invece, non avevano alcuna diocesi affidata al clero cinese: Gansu, Anhui, Hunan, Jiangxi, Fujian, Guangdong, Guangxi e Guizhou.<br />C'erano inoltre altri tre vicariati apostolici guidati da vescovi cinesi, che alcuni autori considerano anch'essi diocesi affidate al clero cinese. Nel 1937 Zhao Zhensheng divenne vescovo del Vicariato Apostolico di Xianxian, nel 1939 Chen Qiming del Vicariato Apostolico di Zhengding e nel 1941 Zhang Weidu del Vicariato Apostolico di Xinyang.<br />In sintesi, la fondazione delle sei diocesi affidate al clero cinese e la successiva nascita di altre diocesi dello stesso tipo diedero un forte impulso all'inculturazione della Chiesa cattolica in Cina.<br />Secondo le statistiche, nei 24 anni dal 1926 al 1949 i fedeli cattolici in Cina passarono complessivamente da 2.434.517 a 3.304.071. I sacerdoti cinesi passarono da 1.272 a 2.785, e la loro quota sul totale del clero, cinese e straniero, salì dal 41,99% al 51,11%.<br /><br />4. Il ruolo fondamentale di mons. Celso Costantini nell'istituzione delle diocesi affidate al clero cinese<br /><br />Nell'agosto 1922 Papa Pio XI nominò Celso Costantini primo Delegato Apostolico in Cina. Costantini arrivò nel Paese nel novembre dello stesso anno e assunse subito l'incarico, che lasciò nel 1933 per motivi di salute. Durante gli undici anni del suo mandato diede attuazione con determinazione alle tre grandi encicliche dei due Pontefici. Promosse con grande energia l'inculturazione della Chiesa cattolica in Cina e ottenne risultati significativi.<br />Egli riteneva che “il vero proprietario di una missione non è il missionario, ma il clero indigeno e i fedeli, così come i beni di un minore non appartengono al tutore, ma al minore stesso. Quando il minore raggiunge la maggiore età, può diventare autonomo. Purtroppo la Chiesa in Cina ha già trecento anni e viene ancora considerata minorenne”. E sottolineava: “L'attività missionaria è un'opera puramente soprannaturale. Gesù ha fondato una Chiesa cattolica, cioè universale. In Francia è dei francesi, negli Stati Uniti è degli americani, in Cina è dei cinesi. Per risolvere il problema delle missioni bisogna fare tutto ciò che è umanamente possibile e poi affidarsi alla Provvidenza. Un giorno diventerà la Chiesa cinese; nel frattempo potranno essere necessari prove e sacrifici”. Costantini ricordava inoltre: “Quando arrivai in Cina c'erano soltanto 57 diocesi, tutte affidate a stranieri. Quando lasciai il Paese, poco più di dieci anni dopo, c'erano già 121 circoscrizioni missionarie, 23 delle quali erano affidate a vescovi cinesi”.<br />Secondo le statistiche, negli 11 anni della permanenza di Costantini in Cina furono istituite 64 nuove diocesi: 43 affidate a istituti religiosi stranieri e 21 al clero cinese. Le diocesi affidate al clero cinese rappresentavano quindi il 32,8% delle nuove diocesi create in quel periodo.<br />Le 24 diocesi affidate al clero cinese furono istituite principalmente tra il 1923 e il 1938:<br />AnnoNumeroDiocesi<br />19231Puqi<br />19241Lixian <br />19264Fenyang, Xuanhuafu, Taichow, Haimen<br />19271Linqing<br />19296Jining, Zhaoxian, Yongnian, Jiading, Wanxian, Shunqing<br />19301Baoding<br />19324Zhouzhi, Hongdong, Fengxiang, Chifeng<br />19333Zhumadian, Yanggu, Nanchino<br />19351Zhaotong<br />19361Xiangyang<br />19381Shinan<br />Le date di fondazione mostrano con particolare evidenza il ruolo di Costantini.<br />Secondo le statistiche, dal 1923, anno di fondazione della prima diocesi affidata al clero cinese, fino al 1949 furono istituite in Cina soltanto 24 diocesi di questo tipo. Erano appena il 17,27% delle 139 diocesi esistenti allora nel Paese. In 26 anni in Cina erano state create 81 nuove diocesi, ma soltanto 24 furono affidate al clero cinese: oltre il 70% rimase nelle mani degli istituti religiosi stranieri. Dal punto di vista della Chiesa cinese, questa situazione non può che suscitare una certa amarezza.<br />Al tempo stesso, questi numeri mettono ancora più in risalto il contributo di Costantini. Durante il suo mandato furono istituite 21 diocesi affidate al clero cinese, pari all'87,5% delle 24 complessive. Costantini osservò in termini molto critici: “Una missione può essere paragonata a un fiore coltivato in serra. Per crescere rigoglioso deve essere trapiantato in piena terra e mettere radici profonde. I fiori di serra, infatti, non resistono alle intemperie. Così è stato per la Chiesa cinese del passato: quando scoppiava una persecuzione su scala nazionale, i missionari venivano espulsi e tutto scompariva”. Ancora oggi queste parole suscitano profonda commozione e un senso di amarezza.<br /><br />5. Esperienze e insegnamenti connessi alla fondazione delle sei diocesi affidate al clero cinese<br /> Sebbene l'esperienza di Puqi sia stata segnata anche da punti negativi, la sua importanza storica resta considerevole<br />Nel 1923 Costantini incontrò enormi difficoltà quando promosse l'istituzione della Prefettura Apostolica di Puqi. Mancava l'esperienza, e i missionari stranieri erano poco favorevoli alla creazione di diocesi affidate al clero cinese. Il clero straniero manifestò forti riserve, e anche il clero cinese si lamentava delle condizioni estremamente difficili di Puqi. In quell'occasione alcuni francescani statunitensi ricorsero persino a uno stratagemma per impressionare favorevolmente Costantini. Quando egli visitò Puqi, gli riservarono un'accoglienza spettacolare: “Dalla stazione alla chiesa la strada era gremita di gente, ovunque esplodevano petardi e risuonavano gong e tamburi”. L'atmosfera era estremamente festosa. Gli stessi missionari presentarono Puqi come un luogo “situato in un importante punto di passaggio tra nord e sud, raggiungibile direttamente in treno da Hankou, con battelli giornalieri per Jiayu e collegamenti terrestri e fluviali estremamente comodi”. La realtà, tuttavia, era molto diversa.<br />Prima dell'erezione della Prefettura Apostolica di Puqi, nei quattro distretti interessati c'era una sola parrocchia con un sacerdote cinese residente, a Chongyang, e i fedeli erano in tutto appena 729. Il territorio non aveva dunque i requisiti essenziali per costituire una diocesi. Per questo, benché il Vicariato Apostolico di Hankou contasse allora 23 sacerdoti cinesi, soltanto otto si offrirono volontari per prestare servizio a Puqi, tra cui il futuro vescovo Cheng Hede.<br />Nello stesso periodo, i sei distretti relativamente più ricchi di Wuchang e dei dintorni furono affidati ai Francescani statunitensi e andarono a formare la Prefettura Apostolica di Wuchang. Anche questa circoscrizione, però, contava soltanto poco più di 2.000 fedeli e non aveva quindi i requisiti essenziali per diventare una diocesi. In seguito né Puqi né Wuchang conobbero uno sviluppo particolarmente soddisfacente.<br />A ciò si aggiunse un episodio ancora più grave. Alcuni sacerdoti cinesi inviarono alla Santa Sede una denuncia collettiva contro la situazione che si era creata, con ripercussioni negative anche sulla reputazione di Costantini. La Sacra Congregazione de Propaganda Fide dovette adoperarsi per diversi anni prima di riuscire a comporre la controversia. Una persona, tuttavia, merita un elogio particolare: Graziano Gennaro, O.F.M. , allora vescovo del Vicariato Apostolico di Hankou. Egli è passato alla storia della Chiesa cinese per la sua obbedienza. La Prefettura Apostolica di Puqi fu istituita il 12 dicembre 1923. Appena una settimana dopo, il 19 dicembre, mons. Gennaro morì improvvisamente di malattia, a soli 60 anni.<br />Per quanto imperfetta, la fondazione della Prefettura Apostolica di Puqi fu comunque un evento simbolico di grande importanza. Da quel momento i missionari cinesi ebbero una diocesi amministrata da loro stessi, e la Chiesa cinese compì un passo decisivo nel cammino verso l'inculturazione. Il valore simbolico dell'istituzione della Prefettura Apostolica di Puqi supera di gran lunga la sua effettiva rilevanza pratica. Costantini riassunse così l'evoluzione della situazione: “All'inizio i sacerdoti cinesi erano molto scontenti: vedevano che i fedeli erano pochi e le opere poco sviluppate, e alcuni missionari stranieri li influenzavano negativamente. Poco dopo, tuttavia, lasciarono spontaneamente il Vicariato di Hankou e aderirono di buon grado alla nuova diocesi. In seguito, sotto la guida del vescovo Cheng Hede, la diocesi fece notevoli progressi”.<br /> La diocesi di Anguo, modello per l'istituzione delle successive diocesi cinesi<br />Anche la fondazione della seconda circoscrizione ecclesiastica cinese fu travagliata e segnata da numerose difficoltà. Celso Costantini ricorda nelle sue memorie: “Cercai di istituire una seconda diocesi affidata al clero autoctono. Mi dissero che il vicario apostolico di Yanzhou, mons. Han, e quello di Xianxian, mons. Liu, erano di mentalità aperta. Entrambi, però, ritenevano che i tempi non fossero ancora maturi. Il vescovo di Baoding, mons. François Foucquet, mi diede invece un grande aiuto”.<br />Il 15 aprile 1924 fu ufficialmente istituita la Prefettura Apostolica di Lixian , nella provincia dello Hebei. La sua fondazione illustra bene il metodo di lavoro e le capacità diplomatiche di Costantini.<br />Il vescovo di Baoding, mons. Joseph Fabrègues , era stato consacrato nel maggio 1910 e aveva quindi una lunga esperienza episcopale. Costantini ebbe anzitutto un colloquio con lui per ottenerne il sostegno. Ottenuta una risposta favorevole, il 12 giugno 1923 trasferì Fabrègues al Vicariato Apostolico di Pechino come vescovo coadiutore. In apparenza si trattava di una retrocessione, ma in realtà il Vicariato Apostolico di Pechino aveva un'importanza maggiore. Nel settembre 1923 mons. Paul-Léon-Cornil Montaigne fu nominato amministratore apostolico del Vicariato Apostolico di Baoding.<br />Quando fu istituita la Prefettura Apostolica di Lixian, il 15 aprile 1924, Baoding non aveva dunque un proprio vescovo, ma soltanto un amministratore apostolico. Il 18 dicembre 1924 la Santa Sede approvò la nomina di Montaigne a vicario apostolico di Baoding, e il 19 aprile 1925 Costantini si recò personalmente a Baoding per presiedere la cerimonia di consacrazione.<br />Nel gennaio 1930 Montaigne fu trasferito al Vicariato Apostolico di Pechino come vescovo coadiutore. Il vicario apostolico di Pechino, mons. Stanislas-François Jarlin , morì nel gennaio 1933, e Montaigne gli succedette alla guida del Vicariato.<br />Questa serie di trasferimenti, nomine e avvicendamenti mostra con quanta meticolosità Costantini avesse valutato i diversi fattori in gioco nella creazione della circoscrizione di Anguo. Il suo approccio contribuì ad assicurare l'ordinata costituzione e lo sviluppo stabile della seconda circoscrizione ecclesiastica affidata al clero cinese.<br /> Esplorare attivamente nuove vie di inculturazione, affidando al clero cinese circoscrizioni già esistenti<br />I sei Vicariati Apostolici affidati al clero cinese nacquero tutti dallo smembramento di una circoscrizione più ampia, amministrata fino ad allora da un istituto religioso straniero. Tranne Puqi, le altre cinque avevano sostanzialmente i requisiti necessari per costituire una circoscrizione ecclesiastica, ma restavano relativamente deboli per dimensioni, risorse e influenza.<br />Si poneva quindi una questione nuova: era possibile convincere alcuni vescovi appartenenti a istituti religiosi stranieri a cedere al clero cinese determinate circoscrizioni, affidandole così a vescovi cinesi?<br />Si apriva così una nuova via per promuovere l'inculturazione della Chiesa, suggerita proprio dall'esperienza dei primi sei Vicariati Apostolici cinesi.<br />Nel 1928, durante il suo pellegrinaggio a Donglü, nello Hebei, Costantini fece un tentativo in questa direzione. Egli ricorda: “Decisi di affidare il Vicariato Apostolico di Baoding al clero cinese. Ciò suscitò malcontento a Pechino, soprattutto presso l'ambasciata francese. I missionari francesi di Baoding, pur addolorati nell'intimo, mostrarono esteriormente grande cordialità e dignità”. Dopo due anni di sforzi, il progetto andò finalmente in porto.<br />Il 25 gennaio 1930 la Sacra Congregazione de Propaganda Fide approvò il ritiro della Congregazione della Missione dal Vicariato Apostolico di Baoding e il passaggio della sua amministrazione al clero cinese. Mons. Paul-Léon-Cornil Montaigne, C.M., fu trasferito come coadiutore al Vicariato Apostolico di Pechino. Il 26 marzo 1931 il sacerdote cinese Zhou Jishi fu nominato primo vicario apostolico cinese di Baoding e fu consacrato vescovo il 2 agosto dello stesso anno. Il passaggio del Vicariato Apostolico di Baoding al clero cinese ebbe una portata enorme. Se questo modello fosse stato applicato più ampiamente, l'inculturazione della Chiesa cattolica in Cina avrebbe potuto assumere un volto e una dimensione nuovi.<br />In seguito Costantini rivolse la sua attenzione a una circoscrizione dal valore simbolico ancora maggiore: il Vicariato Apostolico di Nanchino. Nanchino era allora la capitale della Repubblica di Cina e il principale centro politico e culturale del Paese. Il Vicariato, una delle principali basi della Compagnia di Gesù in Cina, contava numerosi fedeli, istituzioni ben sviluppate e una fiorente attività pastorale. Esercitava inoltre una notevole influenza in Cina e all'estero.<br />La Compagnia di Gesù aveva avuto un'influenza enorme sullo sviluppo del cattolicesimo cinese, ma non si mostrò particolarmente favorevole né attiva nella creazione di diocesi affidate al clero cinese. Per questo, all'inizio, i gesuiti non risposero positivamente agli sforzi di Costantini.<br />Il 12 maggio 1931 morì il vescovo di Nanchino, mons. Prosper Paris, e il suo coadiutore, mons. Auguste Haouisée , gli succedette alla guida del Vicariato. Costantini ebbe lunghi e approfonditi colloqui prima con l'uno e poi con l'altro di questi vescovi gesuiti, e li incoraggiò a creare una circoscrizione ecclesiastica affidata al clero cinese. Nonostante le forti resistenze, i suoi sforzi cominciarono gradualmente a dare frutti.<br />Il 13 dicembre 1933 Papa Pio XI promulgò il decreto di divisione del Vicariato Apostolico di Nanchino. Il decreto affidava il Vicariato di Nanchino al clero cinese, mentre alla Compagnia di Gesù andava il nuovo Vicariato Apostolico di Shanghai.<br />Il provvedimento fu adottato formalmente 40 giorni dopo che Costantini aveva lasciato l'incarico di Delegato Apostolico in Cina, ma il merito di averne posto le basi e di aver portato avanti il progetto va attribuito a lui. Purtroppo, dopo Baoding e Nanchino, questo processo non ebbe ulteriori sviluppi significativi.<br />Conclusione<br />Alla luce di quanto esposto, per edificare una Chiesa in Cina radicata nella realtà locale occorre innanzitutto permettere e favorire che in Cina la Chiesa sia autenticamente cinese. Affidare ai vescovi cinesi la guida e l'amministrazione della Chiesa in Cina è a sua volta un presupposto fondamentale per la la cosiddetta “sinicizzazione” del cattolicesimo. La storia della fondazione e dello sviluppo delle sei diocesi cinesi offre alla Chiesa cinese numerose esperienze preziose e importanti insegnamenti. Già un secolo fa, l’Arcivescovo Celso Costantini affermava: “Il Pontefice nutriva una profonda sollecitudine per la Cina, auspicava ardentemente che diventasse una nazione forte e sosteneva che la Cina dovesse essere governata dai cinesi”. <br />Auspico sinceramente che la Chiesa in Cina possa continuare a crescere in modo sano e sostenibile e che il suo avvenire sia sempre più promettente. <br /><br />*Università Normale di Anyang<br />Wed, 28 Oct 2026 12:49:12 +0100AMERICA/MESSICO - Ritrovato sano e salvo padre Clemente Morales Topetehttps://fides.org/it/news/78354-AMERICA_MESSICO_Ritrovato_sano_e_salvo_padre_Clemente_Morales_Topetehttps://fides.org/it/news/78354-AMERICA_MESSICO_Ritrovato_sano_e_salvo_padre_Clemente_Morales_TopeteCuliacán - È tornato sano e salvo padre Clemente Morales Topete, parroco della chiesa di Cristo Resucitado a La Campiña, dopo tre giorni di assenza .<br />A darne l’annuncio è stata ieri, 27 ottobre, la diocesi di Culiacán, attraverso un comunicato stampa. “Con profonda gioia e gratitudine al Signore, ringraziamo i fedeli e le persone di buona volontà per il loro sostegno, la solidarietà e le preghiere durante queste ore di angoscia e speranza”, si legge nella nota.<br /><br />Anche la Conferenza episcopale messicana ha espresso la propria soddisfazione per il ritrovamento del sacerdote, unendosi “con gioia e gratitudine alla diocesi di Culiacán per il felice ritorno del presbitero Clemente Morales”. La CEM ha inoltre ringraziato “le autorità statali e federali per il loro sostegno e la loro collaborazione, così come per le preghiere e la solidarietà di tante persone che hanno accompagnato questa ricerca”.<br /><br />“Che questa speranza raggiunga tutte le famiglie che vivono l’angoscia della scomparsa di una persona cara e che presto possano ritrovarle sane e salve. Che Santa Maria di Guadalupe e San Giuseppe ci accompagnino”, conclude il comunicato.<br /><br />Secondo le informazioni diffuse dalla diocesi di Culiacán e dalla Commissione statale di ricerca di Sinaloa, il sacerdote è arrivato a bordo della propria auto alla parrocchia di Cristo Resucitado, situata nel quartiere di La Campiña. Stando alle prime informazioni, le sue condizioni generali sono buone ed è stato posto sotto osservazione medica.<br /><br />Al momento, non risultano comunicazioni ufficiali che confermino un rapimento del sacerdote o il coinvolgimento di gruppi criminali nella sua scomparsa. Non vi è quindi alcuna conferma ufficiale che sia stato rilasciato da membri di un’organizzazione criminale. <br />Secondo il Centro multimediale cattolico , in Messico risultano ancora dispersi altri tre sacerdoti: padre Santiago Álvarez Figueroa, della diocesi di Zamora, scomparso il 29 dicembre 2012; padre Carlos Ornelas Puga, di cui si sono perse le tracce il 3 novembre 2013; e padre Francisco Núñez Martínez, missionario della Santissima Trinità, scomparso il 7 febbraio 2025 a Temascalapa, nello Stato del Messico. <br />Wed, 28 Oct 2026 12:40:32 +0100VATICANO/CINA - "Il Volto della Chiesa universale in Cina": all'Urbaniana il Convegno per i 100 anni dalle ordinazioni dei primi sei Vescovi cinesi, con i Vescovi di Pechino e Haimenhttps://fides.org/it/news/78353-VATICANO_CINA_Il_Volto_della_Chiesa_universale_in_Cina_all_Urbaniana_il_Convegno_per_i_100_anni_dalle_ordinazioni_dei_primi_sei_Vescovi_cinesi_con_i_Vescovi_di_Pechino_e_Haimenhttps://fides.org/it/news/78353-VATICANO_CINA_Il_Volto_della_Chiesa_universale_in_Cina_all_Urbaniana_il_Convegno_per_i_100_anni_dalle_ordinazioni_dei_primi_sei_Vescovi_cinesi_con_i_Vescovi_di_Pechino_e_HaimenRoma – Cento anni fa sei sacerdoti cinesi salparono da Shanghai per ricevere la consacrazione episcopale dalle mani del Successore di Pietro, Papa Pio XI, nella Basilica Vaticana. Nei prossimi giorni, anche due Vescovi giungono dalla Cina a Roma per fare memoria di quell'evento. <br /><br />Giovedì 5 novembre la Pontificia Università Urbaniana ospiterà il Convegno internazionale "Il Volto della Chiesa Universale in Cina. 100 anni dalla Consacrazione dei primi sei Vescovi Cinesi", con la partecipazione di Giuseppe Li Shan, Vescovo di Pechino, e di Ignazio Ding Zuyao, Vescovo di Haimen.<br /><br />Il 28 ottobre 1926, nella Basilica di San Pietro, Pio XI consacrò Odorico Cheng Hede, Melchior Sun Dezhen, Giuseppe Hu Ruoshan, Filippo Zhao Huaiyi, Simone Zhu Kaimin e Aloysius Chen Guodi: i primi cinesi divenuti Successori degli Apostoli in epoca contemporanea. Fino ad allora, fatta eccezione di Gregorio Luo Wenzao , i Vescovi della Chiesa di Roma insediati in Cina erano stati tutti missionari stranieri. Nell'omelia della messa di Consacrazione, Papa Ratti confidò di non riuscire a trattenere la gioia davanti a quelle «primizie e germogli novelli dell'Episcopato Cinese». <br /><br />L’ordinazione dei sei vescovi cinesi celebrata a Roma nel 1926 fu un passaggio cruciale della svolta missionaria sostenuta dalla Santa Sede nei primi decenni del XX Secolo, volta anche ad affrancare l'opera apostolica dalla mentalità coloniale. Una svolta ispirata dalla Lettera apostolica “Maximum illud” , in cui Papa Benedetto XV aveva ripetuto che la fede cattolica «non è straniera ad alcuna nazione», e che aveva dato forza anche al “Concilio di Shanghai” del 1924, la prima grande Assemblea sinodale della Chiesa in Cina, dove i Padri sinodali avevano chiesto anche di favorire la crescita e la formazione del clero autoctono. <br /><br />Uno dei protagonisti di quel cammino fu l'Arcivescovo Celso Costantini, primo Delegato apostolico in Cina, che accompagnò i sei Vicari apostolici nel viaggio iniziato a Shanghai il 10 settembre 1926.<br /><br /><br />Due Vescovi dalla Repubblica Popolare Cinese e tre Cardinali tra i relatori<br /><br />I lavori si apriranno alle 10.30 con il saluto del Prof. Andrea D'Auria, Decano della Facoltà di Diritto Canonico dell'Urbaniana. La sessione del mattino, coordinata dal padre gesuita Luciano Morra, SJ, Direttore della Commissione Pastorale per la Cina, prevede l'intervento del Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato di Sua Santità, e la proiezione del documentario "Un lungo viaggio. L'avventura dei 6 Vescovi cinesi consacrati a Roma da Pio XI nel 1926", di Teresa Tseng Kuang Yi. Seguiranno gli interventi del Vescovo Li Shan; il Cardinale gesuita Stephen Chow Sau Yan, Vescovo di Hong Kong, su “inculturazione, sinicizzazione e interculturalità della formazione”, e del Prof. Mario Luigi Grignani, Decano della Facoltà di Missiologia e docente di Storia della Chiesa missionaria, sulla svolta missionaria tra Benedetto XV e Pio XI.<br /><br />Il pomeriggio sarà coordinato dalla Dot.ssa Marta Zhao Nan, responsabile dell'edizione cinese dell'Agenzia Fides. Dopo l'intervento del Vescovo Ding Zuyao, parleranno la Prof.ssa Elisa Giunipero, docente di Storia della Cina all'Università Cattolica del Sacro Cuore, che dedicherà la sua relazione ai “sei Vescovi e la costruzione della Chiesa locale”; il Prof. Liu Guopeng, dell'Accademia Cinese delle Scienze Sociali, sull'evoluzione del sistema di consacrazione dei Vescovi in Cina; il Vescovo Juan Ignacio Arrieta, Segretario emerito del Dicastero per i Testi Legislativi, sugli aspetti giuridici di quelle ordinazioni; e Mons. Flavio Belluomini, archivista del Dicastero per l'Evangelizzazione, che farà riferimento ai documenti dell'Archivio Storico di Propaganda Fide. Le conclusioni saranno affidate al Cardinale Luis Antonio G. Tagle, Pro-Prefetto del Dicastero per l'Evangelizzazione. Canti cinesi scandiranno la giornata.<br /><br />La presenza dei due Vescovi della Repubblica Popolare Cinese appare rilevante. Nel 1998 le sedie dei due Vescovi invitati da Giovanni Paolo II al Sinodo per l'Asia erano rimaste vuote; nel 2005 nessuno dei quattro Vescovi cinesi invitati da Benedetto XVI aveva potuto raggiungere Roma. Come ha documentato Fides, eventi un tempo considerati eccezionali iniziano a divenire consuetudine: nel maggio 2024 il Vescovo di Shanghai Giuseppe Shen Bin era intervenuto proprio all'Urbaniana al convegno sui cento anni del Concilio di Shanghai.<br /><br />Il Vescovo Ding Zuyao, 40 anni, è stato consacrato il 15 ottobre a Nantong, diciannovesimo Vescovo ordinato nel quadro dell'Accordo provvisorio tra Santa Sede e Repubblica Popolare Cinese. Guida una diocesi vacante dal 2023 e dalla forte portata simbolica: il primo Vescovo di Haimen fu il gesuita Simone Zhu Kaimin , uno dei sei consacrati da Pio XI. Il Vicariato apostolico di Haimen, eretto l'11 agosto 1926, fu istituito su suggerimento di Costantini proprio con l’intenzione di affidare a un rappresentante del clero cinese la guida di una nuova circoscrizione ecclesiastica. A Lisieux, durante il viaggio compiuto in Europa, dopo la consacrazione, dai Vescovi cinesi ordinati a Roma, la sorella maggiore di Santa Teresa di Gesù Bambino donò a Zhu Kaimin una reliquia, oggi venerata nella cattedrale. Il nuovo Vescovo è stato parroco a Caojiazhen, detta "la Lisieux cinese": erede diretto, a un secolo di distanza, del primo pastore cinese della sua Chiesa.<br /><br />Anche Pechino è intimamente legata alle consacrazioni episcopali del 1926. Due dei sei consacrati, Filippo Zhao Huaiyi e Melchior Sun Dezhen, erano nati a Pechino e vi si erano formati. Zhao, entrato nel 1893 nel seminario minore presso la chiesa di Beitang, oggi cattedrale della diocesi, fu segretario di Costantini; Sun insegnò per dodici anni nel seminario minore della capitale. Il Vicariato di Xuanhua, affidato a Zhao, era stato separato da quello di Pechino. <br /><br />Il Vescovo Giuseppe Li Shan è stato ordinato nel 2007 con il mandato apostolico di Benedetto XVI e con il riconoscimento delle autorità civili. La sua presenza a Roma, dove nel 1926 sei Vescovi cinesi ricevettero la successione apostolica dalle mani di Papa Pio XI, rende visibile quella comunione con il Vescovo di Roma che resta «segno irrinunciabile» dell'appartenenza alla Chiesa cattolica. <br /><br />Per partecipare è necessario registrarsi tramite il QR code riportato sul programma allegato, o scrivere alla e-mail episcopisinenses@propagandafide.va. Per informazioni, tel. +39 0669895844.<br /><br /> <br /><br/><strong>Link correlati</strong> :<a href="http://www.fides.org/it/attachments/view/file/Programma_Convegno.pdf">PROGRAMMA CONVEGNO</a>Wed, 28 Oct 2026 11:43:27 +0100AFRICA/CONGO RD - Riparte la guerra nel Sud Kivu, un generale congolese si unisce ai ribellihttps://fides.org/it/news/78352-AFRICA_CONGO_RD_Riparte_la_guerra_nel_Sud_Kivu_un_generale_congolese_si_unisce_ai_ribellihttps://fides.org/it/news/78352-AFRICA_CONGO_RD_Riparte_la_guerra_nel_Sud_Kivu_un_generale_congolese_si_unisce_ai_ribelliKinshasa – Il 26 ottobre sono ripresi i combattimenti nel Sud Kivu, nell’est della Repubblica Democratica del Congo , sugli altipiani di Fizi.<br /><br />L’obiettivo rimane la città di Uvira, roccaforte delle forze governative, sostenute da elementi dell’esercito burundese e dai miliziani filogovernativi Wazalendo, impegnati nei combattimenti contro le forze ribelli guidate dall’ex presidente congolese Joseph Kabila.<br /><br />La novità sul piano politico è la recente costituzione del Fronte per la Rifondazione della Nazione , presieduto da Kabila. Il nuovo movimento si presenta come successore dell’M23, gruppo armato filoruandese, e del suo braccio politico, l’Alleanza del Fiume Congo .<br /><br />All’FRN stanno aderendo anche alcuni alti ufficiali delle Forze armate della Repubblica Democratica del Congo . Tra questi figura il generale di brigata François Kamanzi, già comandante delle operazioni della 12ª Regione militare nella provincia del Kongo Centrale, che ha disertato dalle FARDC per unirsi al nuovo movimento.<br /><br />Originario dell’est della RDC, Kamanzi aveva già prestato servizio in movimenti ribelli sostenuti dal Ruanda, tra cui il Congresso nazionale per la difesa del popolo e l’M23, prima di entrare nelle FARDC nell’ambito del processo di integrazione degli ex combattenti. Secondo fonti giornalistiche congolesi, nelle prossime settimane altri generali e alti ufficiali delle FARDC potrebbero unirsi all’FRN.<br /><br />La ripresa dei combattimenti nei pressi di Uvira era stata preannunciata da una nota inviata il 23 ottobre all’Agenzia Fides dall’ACMEJ , organizzazione impegnata nella difesa dei diritti umani con sede nella piana di Ruzizi.<br /><br />“Nel Sud Kivu, nonostante il cessate il fuoco, si verificano regolarmente scontri sul terreno tra i soldati delle FARDC e quelli dell’M23/AFC, ora FRN, affiancati dalle forze ruandesi. Arrivano inoltre regolarmente rinforzi di militari dal Ruanda”, si legge nella nota.<br /><br />L’ACMEJ riferisce inoltre che, durante un discorso pronunciato a Kamanyola il 17 ottobre, una delegazione dell’FRN e del Ruanda avrebbe comunicato alla popolazione civile l’intenzione di lanciare una nuova offensiva contro i villaggi della piana di Ruzizi, le zone degli altipiani e parte del territorio di Mwenga. Secondo quanto riportato dall’organizzazione, l’obiettivo sarebbe riconquistare Uvira e avanzare verso Fizi, per poi estendere il controllo al Katanga.<br /><br />“Fonti concordanti, attendibili e verificate hanno riferito che, a partire dal 20 ottobre 2026, i militari dell’FRN e i loro alleati ruandesi, stanziati a Kamanyola e Katogota insieme ad altri contingenti giunti dal Ruanda, hanno iniziato ad attaccare i villaggi di Katogota e Lubarika, situati sugli altipiani medi. Il piano prevede di raggiungere Lubarika, scendere verso Luvungi e procedere alla conquista della città di Uvira”, prosegue la nota.<br /><br />Come riferiscono da tempo fonti missionarie all’Agenzia Fides, l’obiettivo strategico attribuito all’M23, ora confluito nell’FRN secondo la ricostruzione riportata, sarebbe quello di avanzare dalla piana di Ruzizi verso il Katanga, assumendo così il controllo delle principali aree minerarie della RDC . <br />Wed, 28 Oct 2026 11:42:00 +0100ASIA/MYANMAR - L’Azione Cattolica nello stato Shan, travagliato dalla guerra: una presenza che dona speranza in tempo di crisihttps://fides.org/it/news/78351-ASIA_MYANMAR_L_Azione_Cattolica_nello_stato_Shan_travagliato_dalla_guerra_una_presenza_che_dona_speranza_in_tempo_di_crisihttps://fides.org/it/news/78351-ASIA_MYANMAR_L_Azione_Cattolica_nello_stato_Shan_travagliato_dalla_guerra_una_presenza_che_dona_speranza_in_tempo_di_crisidi Paolo Affatato<br /><br />Taunggyi – «Preghiamo, preghiamo, preghiamo». Philip Aung Moe, responsabile dell’Azione Cattolica nell’Arcidiocesi di Taunggyi, nello Stato Shan, in Myanmar, ripete più volte queste parole parlando della situazione nello stato Shan e della speranza della popolazione di fronte al prolungato conflitto civile in corso in Myanmar. L’uomo - che l’Agenzia Fides ha incontrato a margine della recente assemblea Assemblea del Forum internazionale di Azione cattolica a Roma - racconta di una comunità che continua a riunirsi, a celebrare l’Eucaristia, a sostenere le famiglie e a cercare nella fede la forza per andare avanti: «La fede a Taunggyi è forte. È una forza quotidiana, che non elimina la paura, ma aiuta ad attraversarla. E, accanto alla preghiera – sottolinea – c’è l’azione, l’impegno di tanti cristiani che si donano al prossimo senza riserve, che si mettono a servizio dei più poveri, degli sfollati, dei vulnerabili».<br /><br />Nella città di Taunggyi, capoluogo dello Stato Shan e sede dell’Arcidiocesi cattolica, la situazione appare relativamente meno violenta rispetto ad altre località: «Non si avvertono bombardamenti o sparatorie perché l’esercito birmano mantiene il controllo militare del territorio», racconta a Fides. «Ma la guerra non è lontana: entra nella vita delle famiglie attraverso la paura del reclutamento obbligatorio, l’incertezza sul futuro e la partenza di tanti giovani che cercano di sottrarsi alla possibilità di essere arruolati», osserva. «I giovani, hanno paura di restare. Perciò fuggono, se ne vanno, anche nei paesi vicini. E così abbiamo perso molti giovani», osserva Philip. L’arruolamento nella file dell’esercito birmano, che coinvolge uomini e donne, è fonte di angoscia per la popolazione. <br />Nella sua testimonianza, Philip Aung Moe spiega che la violenza non si manifesta soltanto attraverso gli scontri armati, «ma anche nella difficoltà di progettare la propria vita»: «Per i giovani, restare significa convivere con il timore di essere costretti a combattere; partire significa lasciare la famiglia, il lavoro, gli studi e la propria comunità. La guerra così nega il futuro dei nostri giovani», dice.<br /><br />Il quadro locale dello Stato Shan, nella parte orientale del paese, si inserisce nella più ampia crisi del Myanmar, precipitato nella guerra civile dopo il colpo di Stato militare del febbraio 2021. Nello Stato Shan, il territorio si ritrova spaccato tra l'influenza dell'esercito, il controllo delle milizie etniche e la fortissima pressione economica della Cina, che confina proprio sul versante birmano dello stato Shan. <br />La situazione è resa particolarmente complessa dalla presenza di numerose organizzazioni armate etniche, con alleanze e rivalità che cambiano a seconda dei territori. Non esiste una semplice contrapposizione tra “esercito” e “gruppi della resistenza”: la popolazione civile si trova spesso intrappolata in una situazione frammentata, per cui in un distretto o una città può esservi relativa assenza di combattimenti; in altre zone si registrano scontri e imboscate, che creano massiccio sfollamento della popolazione. In tutto il Myanmar, secondo le Nazioni Unite, oltre 4 milioni di persone risultano sfollate a causa del conflitto e circa 16,2 milioni hanno bisogno di assistenza umanitaria.<br /><br />Una Chiesa che si fa prossima<br /><br />In questo contesto, Philip Aung Moe racconta l’impegno dell’Azione Cattolica a Taunggyi: «Siamo presenti e ci riuniamo nel complesso della cattedrale di San Giuseppe, dove opera l’arcivescovo Basilio Athai, che desidera che questa realtà laicale diventi sempre più un punto di riferimento per la comunità. I membri dell’associazione non si limitano a organizzazione delle attività parrocchiali: manteniamo viva la vita pastorale, cerchiamo di sostenere chi soffre e si far sentire alle persone che non sono sole», riferisce.<br />I gruppi dell’Azione Cattolica animano la liturgia, collaborano con i sacerdoti e accompagnano le comunità nelle loro necessità. Con i membri di altri gruppi ecclesiali come la “Legione di Maria”, «visitano gli ammalati negli ospedali, porta la preghiera nelle case delle famiglie povere e si prendono cura di chi attraversa momenti difficili». E, con l’associazione delle madri intitolata a “Sant’Anna”, «le nostre donne offrono un ulteriore spazio di preghiera, formazione e sostegno». Vi è, poi, un servizio particolarmente sentito: «L’aiuto alle famiglie durante il lutto, che in questi anni di guerra è divenuto molto più frequente. Lo facciamo attraverso l’accompagnamento spirituale, le visite di conforto, la solidarietà, ma anche il supporto concreto per le esequie e la sepoltura».<br />Sono gesti che, in tempi ordinari, potrebbero apparire come attività consuete della vita ecclesiale ma che, in un paese segnato dalla guerra, assumono un significato più profondo: visitare un malato, pregare con una famiglia, accompagnare chi ha perso una persona cara significa «ricostruire legami in una società sottoposta alla pressione della violenza e dell’incertezza». L’Azione Cattolica diventa così «una rete di prossimità, capace di raggiungere le persone nei luoghi in cui vivono e soffrono, senza attendere che le grandi condizioni politiche cambino», rileva.<br /><br />In tal senso Philip rimarca: «Quando si parla di pace e di dialogo, molti fedeli sentono di poter fare soprattutto una cosa: pregare. Crediamo nella forza della preghiera. Tutti i giorni preghiamo insieme con il parroco durante la messa, durante gli incontri di preghiera, invocando da Dio la pace. Per una soluzione politica - aggiunge - si può soltanto sperare nelle decisioni dei leader, che ascoltino il grido di un popolo che è stanco della guerra». Questa consapevolezza non equivale alla rassegnazione, ma significa «non lasciare che la guerra distrugga anche la vita comunitaria». Così «la preghiera condivisa è uno spazio in cui la paura può essere affidata al Signore, e in cui tenere viva la speranza, impedendo che il conflitto diventi l’unico orizzonte possibile».<br /><br />La missione dei laici<br /><br />Come ricorda Philip Aung Moe, l’Azione Cattolica in Myanmar affonda le proprie radici nel lavoro dei missionari del Pontificio Istituto Missioni Estere , che hanno contribuito a promuovere una Chiesa capace di affidare responsabilità crescenti ai laici locali. L'uomo ricorda con gratitudine questa origine: «I nostri missionari dall’Italia, i sacerdoti PIME, hanno portato tutta questa idea nella nostra diocesi. Hanno voluto far crescere la consapevolezza e la spiritualità dei laici e sono stati i fondatori di questa esperienza ecclesiale». Tra le figure legate alla storia della missione in Myanmar Philip ricorda fratel Felice Tantardini, missionario del PIME, per il quale la comunità di Taunggyi nutre una particolare devozione.<br />L’intuizione di favorire la crescita della Azione Cattolica – prosegue – «era quella aiutare i cristiani locali a riconoscere la propria responsabilità nella vita della Chiesa e nella missione. Come ci hanno insegnato i missionari, i laici non sono soltanto ‘destinatari’ o 'collaboratori', ma protagonisti dell’annuncio, della formazione, della solidarietà e della presenza cristiana nella società».<br />Questa scelta appare particolarmente importante nel Myanmar di oggi, in cui le comunità sono disperse su territori difficili, attraversati da divisioni etniche e linguistiche, mentre la guerra rende rischiosi gli spostamenti. L’esperienza dell’Azione Cattolica di Taunggyi, inserendosi n una storia di ampia partecipazione dei laici alla missione, «contribuisce a rendere la Chiesa locale capace di sostenersi e di continuare a operare nelle situazioni più difficili». L’impegno dell’associazione comprende, oltre alla vita parrocchiale, iniziative di servizio e formazione, in particolare attraverso i giovani, chiamati a raggiungere anche le comunità più isolate: «Anche se abbiamo un numero molto piccolo di cattolici – riconosce Philip - il servizio e la presenza dei laici possono contribuire a far conoscere la fede e a renderla visibile attraverso le opere».<br /><br />Oltre i confini della comunità<br /><br />Nello Stato Shan dove, come in tutto il Myanmar, il buddismo è la religione predominante e convivono diverse identità etniche e confessionali, la presenza cattolica è una minoranza. Nell'Arcidiocesi di Taunggyi vi sono circa 8.000 fedeli su 1,9 milioni di abitanti, in larga maggioranza buddisti. Per questo, Philip sottolinea l’importanza del dialogo interreligioso e della collaborazione con altre confessioni cristiane e con altre comunità religiose: «La fraternità si costruisce anche al di fuori degli spazi ecclesiali, attraverso rapporti di fiducia e iniziative di solidarietà», nota. In una regione dove i gruppi armati possono trovarsi su fronti contrapposti e le appartenenze etniche diventano talvolta motivo di divisione, il dialogo assume un valore più alto: «Significa riconoscere che la sofferenza non distingue tra credenti e non credenti, tra cattolici e buddisti, tra una comunità etnica e un’altra. Le famiglie che temono il reclutamento, i giovani costretti a partire, i malati e le persone impoverite dalla crisi condividono bisogni che nessuna appartenenza cancella». L’Azione Cattolica, dice, contribuisce a mantenere aperti questi spazi di incontro «attraverso la disponibilità al servizio e la collaborazione con chiunque sia disposto a darsi da fare per il bene comune». Non è una missione che cerca visibilità ma, nota il leader di AC, «una presenza che si rende riconoscibile nella prossimità, e così la nostra comunità testimonia la propria fede, rispettando la libertà e la dignità degli altri».<br /><br />La speranza futura<br /><br />Quando gli viene chiesto che cosa si aspetti dal futuro, Philip non nasconde i limiti della situazione: «La popolazione può pregare e mantenere viva la solidarietà, ma la pace rimane affidata alla responsabilità dei leader politici». In un contesto di guerra, «non abbiamo soluzioni immediate, non abbiamo il potere di influire su chi combatte o sui gruppi armati, ma possiamo cercare di tendere la mano a chi soffre e subisce le conseguenze della violenza. Possiamo custodire la fede e la speranza e mantenere aperta la possibilità della convivenza, fedeli ciò che è possibile fare oggi, grazie alla Providenza e all’aiuto di Dio che non ci abbandona». <br /><br /><br />Wed, 28 Oct 2026 10:58:10 +0100Il cardinale Tagle collegherà l’eredità missionaria di Macao (450 anni di storia) alla missione in Asia nell’era dell’intelligenza artificialehttps://fides.org/it/news/78350-Il_cardinale_Tagle_colleghera_l_eredita_missionaria_di_Macao_450_anni_di_storia_alla_missione_in_Asia_nell_era_dell_intelligenza_artificialehttps://fides.org/it/news/78350-Il_cardinale_Tagle_colleghera_l_eredita_missionaria_di_Macao_450_anni_di_storia_alla_missione_in_Asia_nell_era_dell_intelligenza_artificialedi padre John Mi Shen* <br /><br />Macao - Il cardinale Luis Antonio Tagle, Pro-Prefetto del Dicastero per l’Evangelizzazione e Decano del Collegio cardinalizio, inviterà la Chiesa cattolica in Asia a collegare la sua ricca eredità missionaria con nuovi percorsi di annuncio del Vangelo. Lo parà intervenendo avanti ai vescovi asiatici e alla Chiesa di Macao, il 31 ottobre.<br /><br />Il suo intervento, intitolato «Magnifica Humanitas: percorsi sinodali per l’evangelizzazione in Asia», costituirà il momento culminante di un incontro di quattro giorni organizzato dall’Ufficio per la Comunicazione Sociale della Federazione delle Conferenze Episcopali Asiatiche dal 27 al 31 ottobre. <br /><br />All’insegna del tema «Magnifica Humanitas e i percorsi sinodali di evangelizzazione in Asia: comunicare Cristo nell’era dell’intelligenza artificiale», l’incontro riunisce vescovi asiatici e operatori della comunicazione ecclesiale per discernere come la Chiesa possa annunciare Cristo in un panorama comunicativo in rapida evoluzione.<br /><br /><br />All’intervento del cardinale Tagle, in programma presso il Palazzo Vescovile, parteciperanno il clero e i fedeli della diocesi di Macao, insieme ai vescovi e ai delegati che prendono parte all’incontro continentale.<br /><br /><br />Il discorso del cardinale Tagle, che si inserisce nelle celebrazioni per il 450° anniversario della diocesi di Macao, offrirà l’occasione per riflettere su come il ruolo storico della regione nell’evangelizzazione asiatica possa ispirare la missione della Chiesa oggi.<br /><br />Macao, “porta” della missione<br /><br />Istituita da papa Gregorio XIII il 23 gennaio 1576, la diocesi divenne un importante centro dell’attività missionaria cattolica nell’Asia orientale. Per secoli, Macao ha fatto da porta d’accesso per i missionari diretti in Cina, Giappone, Corea e in altre parti dell’Asia.<br /><br />Quattro secoli e mezzo dopo, la storia di Macao solleva una domanda avvincente: La città può tornare a essere un ponte per l’evangelizzazione, aiutando la Chiesa ad affrontare le urgenze e le opportunità dell’era digitale?<br /><br />L’anniversario collega il coraggio missionario del passato con la responsabilità attuale della Chiesa di proclamare Cristo in mezzo a realtà culturali, tecnologiche e sociali in continua evoluzione. Se i primi missionari hanno superato i confini geografici e linguistici, gli evangelizzatori di oggi devono anche utilizzare le piattaforme digitali e dell’intelligenza artificiale, salvaguardando al contempo la dignità umana e le relazioni autentiche.<br /><br /><br />Dalla comunicazione pastorale alla presenza evangelizzatrice<br /><br /><br />L’incontro promosso da FABC-OSC colloca la comunicazione contemporanea nel contesto più ampio della storia della missione della Chiesa in Asia.<br /><br />Il signor Vitor Lam terrà un intervento di collegamento intitolato «Dalla pastorale all’evangelizzazione, da Hong Kong a Macao», che metterà in relazione il precedente incontro FABC-OSC a Hong Kong con l’attuale raduno a Macao ed esplorerà il passaggio dalla comunicazione pastorale verso una presenza missionaria più aperta verso l’esterno.<br /><br />Il dott. Levi Mathonri Checketts terrà un discorso programmatico su «Magnifica Humanitas», mentre il sig. Keith Benedict Ip interverrà sul tema «450 anni di evangelizzazione e comunicazione in Asia», esaminando il rapporto storico tra attività missionaria e comunicazione nella regione.<br /><br />Insieme, le presentazioni collegheranno l’eredità missionaria di Macao alle sfide che le Chiese asiatiche devono affrontare oggi, in particolare come comunicare il Vangelo oltre i confini culturali, sociali e digitali.<br /><br /><br />Promuovere una missione digitale sinodale<br /><br /><br />L’incontro promuove inoltre gli intenti della FABC-OSC volti a rafforzare la collaborazione tra comunicatori cattolici e missionari digitali in tutta l’Asia.<br /><br />Le discussioni verteranno su temi quali l’intelligenza artificiale e l’evangelizzazione, l’uso responsabile delle tecnologie emergenti, le relazioni nazionali e le nuove forme di cooperazione tra gli uffici di comunicazione della Chiesa.<br /><br />Il vescovo Marcelino Antonio “Junie” Maralit Jr., delle Filippine, presidente della FABC-OSC, tratterà il tema dell’intelligenza artificiale e dell’evangelizzazione in Asia. Il prof. Leo R. Ocampo discuterà del discernimento nell’uso dell’IA, mentre Cindy Gorospe-Añonuevo presenterà i prossimi passi da compiere a seguito della prima Assemblea dei missionari digitali cattolici asiatici, tenutasi presso la sede di Radio Veritas Asia a Quezon City, nell’area metropolitana di Manila, nel settembre 2026.<br /><br />L’assemblea ha riunito oltre 100 comunicatori digitali cattolici, creatori di contenuti e influencer religiosi sotto il tema “Da influencer a testimoni: un cammino sinodale per la missione digitale in Asia”. L’incontro di Macao mira a dare seguito a tale iniziativa, perseguendo una collaborazione duratura che superi i confini nazionali e linguistici e la creazione di una rete continentale in cui i comunicatori cattolici possano condividere esperienze, discernere l’uso responsabile della tecnologia e rafforzare la loro missione evangelizzatrice.<br /><br />L’incontro si concluderà il 31 ottobre, quando il cardinale Tagle presiederà anche la Messa in occasione del 450° anniversario della diocesi di Macao presso il Forum de Macao.<br /><br />L’anniversario e l’incontro continentale sulla comunicazione invitano insieme la Chiesa in Asia a considerare la propria storia missionaria non solo come una cronaca dei successi passati, ma come una risorsa per discernere il futuro.<br /><br />Il ruolo storico di Macao come porta d’accesso per i missionari può ispirare una nuova era di evangelizzazione in cui la Chiesa superi i confini digitali oltre che quelli geografici, accolga con discernimento le tecnologie emergenti e mantenga la dignità di ogni persona umana al centro della propria missione. Agenzia Fides 27/10/2026)<br /><br />•Ufficio per la Comunicazione Sociale della Federazione delle Conferenze Episcopali Asiatiche <br />Tue, 27 Oct 2026 12:57:19 +0100La missione universale al centro: dal 29 al 31 ottobre il Convegno Internazionale della Pontificia Unione Missionaria per il 110° anniversario di fondazionehttps://fides.org/it/news/78349-La_missione_universale_al_centro_dal_29_al_31_ottobre_il_Convegno_Internazionale_della_Pontificia_Unione_Missionaria_per_il_110_anniversario_di_fondazionehttps://fides.org/it/news/78349-La_missione_universale_al_centro_dal_29_al_31_ottobre_il_Convegno_Internazionale_della_Pontificia_Unione_Missionaria_per_il_110_anniversario_di_fondazioneRoma - In occasione del centodecimo anniversario della sua fondazione , e incoraggiata dalla speciale benedizione di Papa Leone XIV, la Pontificia Unione Missionaria – una delle quattro Pontificie Opere Missionarie – si appresta a vivere un momento di profonda riflessione ecclesiale. <br /><br />Dal 29 al 31 ottobre 2026, la Pontificia Università Urbaniana e il Pontificio Collegio Urbano a Roma ospiteranno il Convegno Internazionale della PUM, intitolato "La missione universale della Chiesa e il servizio dell’Unione Missionaria dalla fondazione al pontificato di Leone XIV".<br /><br />L'evento si svolgerà in modalità ibrida per consentire una partecipazione globale. Le sessioni di lavoro si svolgeranno presso l’Auditorium “San Giovanni Paolo II” della Pontificia Università Urbaniana, mentre i momenti liturgici, di preghiera e di adorazione eucaristica avranno luogo presso la cappella del Pontificio Collegio Urbano. Le lingue ufficiali saranno l'italiano e l'inglese, con un servizio di interpretazione simultanea in italiano, inglese, francese e spagnolo.<br /><br />Gli organizzatori propongono il Convegno internazionale come un vero e prorpio “Triduo missionario”.<br /> <br />Come bussola ideale e programmatica, il Convegno assume due testi pontifici fondamentali: da un lato, il passaggio dell'Enciclica Redemptoris Missio di San Giovanni Paolo II, che definisce la PUM come l'"anima" delle Opere Missionarie , e ricorda la celebre esortazione del Beato missionario Paolo Manna: «La parola d’ordine deve essere questa: Tutte le Chiese per la conversione di tutto il mondo». Dall'altro, il recente Messaggio di Papa Leone XIV per la 100ª Giornata Missionaria Mondiale dal titolo "Uno in Cristo, uniti nella missione", in cui il Pontefice ribadisce l'attualità del motto del Beato Paolo Manna e sottolinea che nessun battezzato è estraneo alla grande opera affidata da Cristo alla sua Chiesa, ricordando con Papa Francesco che l'annuncio del Vangelo è sempre un'azione corale, comunitaria e sinodale.<br /><br /><br />Il Programma e i Relatori<br /><br /><br />Il fitto programma si svilupperà in tre giornate.<br /><br />La prima giornata , moderata da P. Paolo Tovo, SX, si aprirà nel pomeriggio con il discorso inaugurale del Segretario Generale della PUM, padre Dinh Anh Nhue Nguyen, Francescano Conventuale. Seguirà la sessione storica "1916-1926: La nascita di un’idea e l’inizio di un cammino", guidata da Suor Monika Juszka, e la conferenza di Padre Vito Del Prete del Pontificio Istituto Missioni Estere sul cammino delle Chiese locali. La giornata si concluderà con una tavola rotonda sugli aspetti della spiritualità del Beato Paolo Manna, del Vescovo Guido Maria Conforti e di altri santi e beati legati alla PUM, curata da Padre Dinh Anh Nhue Nguyen, seguita dall'Adorazione Eucaristica.<br /><br />Il secondo giorno approfondirà la spiritualità e il carisma al servizio della missione. La mattina vedrà gli interventi dell’Arcivescovo Samuele Sangalli, Segretario aggiunto del Dicastero per l'Evangelizzazione, dedicato alla spiritualità del vescovo. Seguiranno gli interventi di Padre Paolo Tovo sul sacerdozio missionario e di Suor Maria Rosa Venturelli, missionaria comboniana, sull'animazione nella vita consacrata, arricchiti da comunicazioni dedicate al Beato Fulton Sheen e ai Messaggi dei Papi per la Giornata Missionaria Mondiale. Nel pomeriggio, la sessione moderata da Suor Maria Rosa Venturelli si aprirà con la conferenza diell’Arcivescovo Fortunatus Nwachukwu, Segretario del Dicastero missionario, su "La Chiesa dei covoni" e il rinnovamento della formazione missionaria, seguita dall'intervento di Don Armando Nugnes, Rettore del Pontificio Collegio Urbano, sulla conversione missionaria nei seminari. Seguirà una tavola rotonda guidata dal Padre Comboniano Giulio Albanese e da Suor Maria Rosa Venturelli sulla formazione alla missio ad gentes. La giornata si chiuderà con il Rosario Missionario Internazionale.<br /><br />La sessione conclusiva di sabato 31 ottobre, incentrata sul tema "Caritas Christi urget nos: Per una nuova era missionaria della Chiesa", vedrà la conferenza di chiusura di Padre Dinh Anh Nhue Nguyen su "Il futuro nelle radici", che traccerà l'impegno rinnovato della PUM alla luce delle indicazioni di Papa Francesco e di Leone XIV. Il Convegno si concluderà con la solenne Messa di invio presieduta dall’Arcivescovo Fortunatus Nwachukwu.<br /><br />Il Convegno è aperto a vescovi, sacerdoti, consacrati, seminaristi e laici. Sono particolarmente invitati i direttori nazionali e diocesani delle Pontificie Opere Missionarie, i membri degli istituti missionari e quanti operano nella formazione pastorale. Per partecipare è necessario compilare il modulo di registrazione disponibile al link ufficiale: https://forms.gle/ArHQCv7XGGc2oRXX6. La Segreteria Generale invita ad accompagnare l'evento con la preghiera e diffondere l'invito tra operatori pastorali e amici della missione. <br />Tue, 27 Oct 2026 11:07:38 +0100AMERICA/MESSICO - Culiacán, apprensione per la scomparsa di padre Clemente Morales Topetehttps://fides.org/it/news/78348-AMERICA_MESSICO_Culiacan_apprensione_per_la_scomparsa_di_padre_Clemente_Morales_Topetehttps://fides.org/it/news/78348-AMERICA_MESSICO_Culiacan_apprensione_per_la_scomparsa_di_padre_Clemente_Morales_TopeteCittà del Messico – Non si hanno ancora notizie di padre Clemente Morales Topete, 67 anni, parroco della chiesa di Cristo Risorto, nella diocesi di Culiacán, scomparso il 24 ottobre.<br /><br />Il sacerdote è stato visto per l’ultima volta nel pomeriggio di quel giorno, intorno alle 16, dopo essersi recato a una visita medica nel quartiere di Montebello, a Culiacán, capitale dello Stato di Sinaloa, nel nord-ovest del Messico.<br /><br />La scomparsa ha suscitato profonda apprensione tra i fedeli. In un comunicato diffuso il 25 ottobre, la Conferenza dell’episcopato messicano ha espresso “la propria vicinanza al Vescovo di Culiacán, monsignor Jesús José Herrera Quiñonez, ai sacerdoti, alla famiglia di padre Clemente Morales Topete e alla comunità parrocchiale di Cristo Risorto”, condividendo la preoccupazione della Chiesa diocesana per la scomparsa del sacerdote.<br /><br />“Esortiamo le autorità competenti ad adempiere al proprio dovere e a collaborare all’urgente ricerca di padre Clemente”, prosegue la nota.<br /><br />Per favorire le ricerche, la CEM ha inoltre invitato «i mezzi di comunicazione, le comunità parrocchiali e la cittadinanza a diffondere l’avviso ufficiale di scomparsa e a prestare attenzione a qualsiasi informazione che possa essere utile al suo ritrovamento».<br /><br />Nel frattempo, su alcuni account social messicani sono circolate notizie, attribuite a presunte “fonti vicine all’indagine” o all’Unità specializzata antisequestro della Procura generale, secondo cui il sacerdote sarebbe stato rapito da membri de La Mayiza, una fazione del Cartello di Sinaloa legata alla famiglia Zambada. Le stesse indiscrezioni indicano come ultima posizione nota del sacerdote un’area nei pressi della diga di Sanalona, a est di Culiacán.<br /><br />Al momento, tuttavia, non risultano conferme ufficiali di queste ricostruzioni. Né il presunto coinvolgimento de La Mayiza né la localizzazione a Sanalona trovano riscontro nelle dichiarazioni ufficiali della Chiesa e nelle informazioni diffuse dai principali organi di stampa, che riferiscono della scomparsa nel quartiere di Montebello e delle ricerche in corso.<br /><br />La vicenda si inserisce in un contesto di forte violenza che interessa Culiacán, teatro di scontri tra La Mayiza e Los Chapitos, le due fazioni in cui si è diviso il Cartello di Sinaloa.<br /><br />Il conflitto è esploso nel 2024, dopo che Ismael “El Mayo” Zambada García, fondatore e storico capo della fazione legata alla sua famiglia, è stato condotto negli Stati Uniti e consegnato alle autorità statunitensi. Secondo la ricostruzione emersa all’epoca, Zambada sarebbe stato attirato in una trappola da uno dei figli di Joaquín “El Chap”» Guzmán, fondatore del cartello, detenuto negli Stati Uniti dal 2017.<br /><br />Alla guida de La Mayiza è indicato Ismael Zambada Sicairos, figlio di “El Mayo”, conosciuto con il soprannome di “Mayito Flaco”. La fazione è contrapposta a Los Chapitos, il gruppo guidato dai figli di “El Chapo”. <br />Tue, 27 Oct 2026 11:00:21 +0100ASIA/KAZAKHSTAN - L'Adorazione eucaristica: la preghiera che sostiene la Chiesa nella terra della Grande Steppahttps://fides.org/it/news/78347-ASIA_KAZAKHSTAN_L_Adorazione_eucaristica_la_preghiera_che_sostiene_la_Chiesa_nella_terra_della_Grande_Steppahttps://fides.org/it/news/78347-ASIA_KAZAKHSTAN_L_Adorazione_eucaristica_la_preghiera_che_sostiene_la_Chiesa_nella_terra_della_Grande_Steppadi Paolo Affatato<br /><br />Astana – Da quasi venticinque anni, ad Astana, la preghiera davanti al Santissimo Sacramento non si interrompe. Giorno e notte, a ogni ora, c’è qualcuno che resta in adorazione. La storia comincia nel 2002, quando circa 300 cattolici della capitale del Kazakhstan decisero di avviare una pratica di Adorazione eucaristica permanente, che da allora non ha conosciuto interruzioni. Per l’Arcivescovo Tomash Peta, Pastore dell’Arcidiocesi di Maria Santissima ad Astana, questa presenza silenziosa è il fondamento della comunità, la sorgente da cui la Chiesa attinge la forza per vivere e testimoniare la fede in un Paese in cui i cattolici sono un piccolo gregge .<br /><br />«In venticinque anni non è mai trascorsa un’ora senza che qualcuno fosse davanti al Santissimo Sacramento», racconta all’Agenzia Fides il 75enne presule polacco che, nello scorso agosto, ha presentato la rinuncia alla Santa Sede e che, in attesa delle disposizioni del Papa, tuttora guida la comunità di Astana. L’intuizione non nacque da un progetto elaborato dalla diocesi, ma dall’incontro con una donna spagnola di nome Maria Teresa, appartenente all’Opus Dei, arrivata in Kazakhstan per l’adozione di un bambino, in vista della visita di Giovanni Paolo II che venne nel paese nel 2001. Fu lei a suggerire questa forma di preghiera: «Non siamo stati noi ad avere l’idea e a promuovere l’iniziativa, ma questa donna», ricorda mons. Peta, riconoscendo in quell’inizio «un dono inatteso, come un germoglio che poi è sbocciato».<br /><br />È da questa presenza discreta, nascosta e perseverante che l'Arcivescovo Peta invita a guardare alla storia della Chiesa cattolica nel Kazakhstan contemporaneo. La storia si è intrecciata profondamente con quella della nazione, divenuta indipendente nel dicembre 1991, 35 anni fa, dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica. Per comprendere il volto attuale della comunità cattolica occorre tornare, dunque, a quel passaggio storico: alla fine di un sistema politico che aveva limitato la libertà religiosa, alla riapertura degli spazi pubblici per la fede, ma anche alle grandi migrazioni che hanno modificato la composizione della popolazione e delle comunità ecclesiali.<br /><br />Una Chiesa che viveva nelle case<br /><br />Quando Tomash Peta arrivò in Kazakhstan, nel 1990, il Paese era ancora una repubblica sovietica. La perestrojka aveva già avviato trasformazioni che lasciavano intravedere un cambiamento, ma nessuno poteva sapere con certezza che l’epoca sovietica sarebbe finita di lì a poco. La presenza cattolica era ridotta e la vita ecclesiale doveva fare i conti con forti restrizioni: pochi sacerdoti, pochissime chiese accessibili, difficoltà persino nel portare oltre confine croci e immagini sacre.<br />«Quando arrivai, forse c’erano soltanto una decina di sacerdoti», ricorda l’arcivescovo. Eppure, dietro quella fragilità visibile, esisteva una comunità capace di custodire la fede e di trasmetterla alle nuove generazioni. Non sempre era possibile partecipare alla lessa o ricevere i sacramenti da un sacerdote, dunque «la preghiera familiare e la trasmissione domestica della fede assumevano così un ruolo decisivo. I genitori battezzavano i figli, quando era possibile, e le famiglie continuavano a pregare», spesso lontano dagli occhi delle autorità.<br /><br />«Fra le pratiche che maggiormente contribuirono a mantenere viva questa appartenenza vi era il Rosario», riferisce. La preghiera mariana non era soltanto una forma di devozione individuale: permetteva alle persone di incontrarsi, di sostenersi reciprocamente e di riconoscersi come parte della Chiesa, anche quando non potevano disporre di un edificio sacro o della presenza stabile di un sacerdote.<br />«Dovevamo incontrarci, perché siamo una comunità, siamo Chiesa», afferma Peta. I fedeli si riunivano nelle case private, in una stanza o attorno a un tavolo, per recitare insieme le preghiere. La comunità, spiega, «si costruiva attraverso questi incontri semplici, affidati alla perseveranza di persone che, nonostante le difficoltà, non volevano rinunciare alla fede».<br /><br />L’Arcivescovo richiama anche la memoria delle persecuzioni. Negli archivi sovietici, racconta, sono stati individuati documenti relativi a persone uccise per essersi riunite a pregare in gruppi del Rosario: «Alcuni storici e ricercatori hanno potuto consultare quei materiali e ricostruire nomi e vicende». È una memoria che impedisce di leggere la rinascita della Chiesa dopo il 1991 come una storia cominciata da zero: le strutture ecclesiali erano fragili, ma «la fede era stata custodita per decenni da uomini e donne che avevano continuato a pregare anche senza poter contare su una presenza pubblica della Chiesa».<br />«Quando i sacerdoti poterono arrivare e costruire chiese, fu possibile farlo perché esisteva già una comunità di fedeli», sottolinea Peta. La libertà religiosa rese nuovamente visibile una realtà che, in molti luoghi, aveva continuato a vivere in silenzio.<br /><br />L’indipendenza e la rinascita della vita ecclesiale<br /><br />Il 16 dicembre 1991 il Kazakhstan proclamò la propria indipendenza, avviando la costruzione delle istituzioni di uno Stato sovrano. Per il Paese cominciò una stagione di profonde trasformazioni politiche, economiche e sociali. Situato nel cuore dell’Eurasia, fra tradizioni culturali asiatiche ed europee, il Kazakhstan si è progressivamente affermato sulla scena internazionale, sviluppando relazioni diplomatiche e promuovendo iniziative di dialogo. Astana, la capitale, è diventata non soltanto il centro amministrativo del Paese, ma anche un luogo di incontri internazionali, compresi quelli dedicati alle religioni e alla pace.<br />Per la Chiesa cattolica, l’indipendenza ha significato la possibilità di ricostruire la propria presenza pubblica. Le comunità hanno potuto aprire e costruire luoghi di culto, i sacerdoti e le religiose hanno avuto maggiori possibilità di raggiungere i fedeli, la celebrazione dei sacramenti e la catechesi hanno ripreso spazio nella vita quotidiana. Le relazioni diplomatiche fra la Santa Sede e la Repubblica del Kazakhstan, stabilite il 17 ottobre 1992, hanno accompagnato il consolidamento del nuovo Stato e della presenza ecclesiale. Nel 1998 un accordo bilaterale ha definito il quadro giuridico delle attività della Chiesa cattolica nel Paese; un accordo supplementare, firmato nel 2022 ed entrato in vigore nel 2023, ha agevolato le procedure per i visti e i permessi di soggiorno del personale ecclesiastico straniero.<br />Ma la libertà ritrovata ha avuto anche conseguenze demografiche importanti. «Con l’apertura delle frontiere – rimarca l’arcivescovo - milioni di persone hanno lasciato il Kazakhstan per trasferirsi nei Paesi d’origine delle proprie famiglie. Fra loro vi erano centinaia di migliaia di cattolici, molti dei quali appartenenti a comunità di origine europea». Peta ricorda, per esempio, l’emigrazione verso la Germania di un numero molto consistente di persone di origine tedesca, molti dei quali cattolici.<br /><br />La Chiesa si è così trovata davanti a un paradosso: mentre la libertà permetteva di costruire chiese e organizzare la vita pastorale, la comunità dei fedeli diminuiva. Una parte di coloro che avevano custodito la fede durante gli anni sovietici ripartiva per raggiungere i Paesi d’origine; le parrocchie dovevano adattarsi a una popolazione più ridotta e a una realtà sociale in rapido cambiamento.<br />«Trentacinque anni fa c’erano molti più cattolici in Kazakhstan», osserva mons. Peta. L’emigrazione continua ancora oggi e coinvolge anche famiglie polacche e altri gruppi legati alle proprie origini nazionali. Eppure, nota, «il bilancio non può essere letto soltanto attraverso il numero dei fedeli. La Chiesa è diventata visibile, sono arrivate nuove congregazioni religiose e sono nate vocazioni locali. La comunità, pur più piccola, è stata chiamata a radicarsi maggiormente nella società in cui vive».<br /><br />Dal patrimonio delle comunità storiche al volto kazako della Chiesa<br /><br />Una delle trasformazioni che più interessano il tessuto ecclesiale è l’avvicinamento al cattolicesimo di persone appartenenti alla popolazione kazaka: «La Chiesa oggi – dice – non è più identificata soltanto con le comunità di origine europea che hanno mantenuto la fede durante il periodo sovietico: anche alcuni kazaki scelgono di diventare cattolici, intraprendendo un cammino che comporta una nuova appartenenza religiosa e una maturazione personale».<br /><br />L’Arcivescovo Peta racconta la vicenda di una donna che, dopo aver abbracciato la fede cattolica, ha sperimentato un cambiamento nel proprio modo di guardare agli altri: «Quando sono diventata cattolica, tutto è cambiato per me, perché avevo capito che si può amare chiunque quando si conosce Gesù», è il senso della sua testimonianza. La fede, in questa prospettiva, non si esaurisce nell’adesione a una comunità o nella partecipazione ai riti, ma «diventa un modo diverso di vivere le relazioni, di accogliere le persone e di riconoscerne la dignità, è una visione del mondo», nota.<br /><br />Questa trasformazione pone anche una questione culturale e linguistica. Il russo continua a essere la lingua più diffusa nella vita liturgica cattolica, perché è conosciuto da molti fedeli appartenenti a gruppi etnici diversi. Ma cresce l’esigenza di utilizzare anche il kazako, soprattutto per raggiungere le nuove generazioni e accompagnare le persone che si avvicinano alla Chiesa.<br />«Passo dopo passo, dobbiamo parlare anche in lingua kazaka», spiega l’Arcivescovo, riconoscendo che si tratta di un processo graduale. Non è soltanto una questione di traduzioni, perché «occorre elaborare un linguaggio capace di esprimere la fede cristiana dentro la cultura locale, affinché anche le parole della preghiera, della catechesi e della vita sacramentale diventino familiari a chi cresce parlando kazako».<br />La sfida è significativa in un Paese che riunisce numerosi gruppi etnici e tradizioni religiose. Secondo il censimento del 2021, in Kazakhstan vivono rappresentanti di 124 gruppi etnici. La convivenza fra culture e religioni diverse è una componente importante dell’identità nazionale e costituisce anche il contesto nel quale la piccola comunità cattolica è chiamata a testimoniare il Vangelo.<br />Ad Astana, questo incontro assume una dimensione particolare. Dal 2003 la città ospita il Congresso dei Leader delle Religioni Mondiali e Tradizionali, un’iniziativa internazionale che riunisce esponenti di diverse fedi per riflettere sulla pace e sulla responsabilità condivisa nei confronti dell’umanità. Il dialogo interreligioso è inoltre entrato in una nuova fase con le visite dei Pontefici: Giovanni Paolo II nel 2001 e Papa Francesco nel 2022.<br /><br />La visita di Giovanni Paolo II fu, per la Chiesa locale, un momento di grande incoraggiamento. Peta ricorda con commozione «la celebrazione eucaristica nella quale si radunarono fedeli cattolici e persone appartenenti ad altre tradizioni. La presenza del Papa rese visibile una comunità che per lungo tempo aveva vissuto ai margini della vita pubblica». Nel 2022, la visita di Papa Francesco e la sua partecipazione al Congresso dei Leader delle Religioni Mondiali e Tradizionali «hanno nuovamente posto il Kazakhstan al centro dell’attenzione ecclesiale internazionale, mettendo in risalto il ruolo del dialogo e della convivenza pacifica».<br />In questo contesto, la Chiesa cattolica «è chiamata a contribuire alla società attraverso la propria identità e la propria testimonianza»: «Non siamo migliori degli altri, ma siamo la Chiesa di Gesù Cristo, che è Via, Verità e Vita», dice. Il rapporto con le altre religioni, aggiunge, è generalmente positivo: «Le comunità si incontrano, condividono occasioni di dialogo e, in alcuni casi, collaborano su iniziative concrete a favore delle persone più vulnerabili».<br /><br />La Madre della Grande Steppa e il futuro della comunità<br /><br />Fra i segni che raccontano il legame fra la Chiesa cattolica e la cultura del Kazakhstan vi è l’icona della «Madre della Grande Steppa», venerata dalla comunità come immagine della protezione di Maria. L’opera fu realizzata dall’artista kazako Doszbol Kasimov, uomo di fede musulmana, che accettò di dipingere la Vergine e Gesù con tratti e riferimenti culturali locali. Per Peta «anche questa vicenda è un dono», dato che un artista appartenente a un’altra tradizione religiosa ha contribuito a creare un’immagine che è diventata cara ai cattolici del Paese e che esprime, attraverso l’arte, la possibilità di un incontro.<br /><br />L’icona è legata anche alla memoria della visita di Papa Francesco, che nel 2022 ne benedisse una raffigurazione. Per la comunità cattolica, la «Madre della Grande Steppa è un segno di appartenenza alla terra in cui vive e, allo stesso tempo, di fiducia nel futuro», in quanto la Chiesa «esprime la fede attraverso forme capaci di parlare alle persone di oggi».<br />Questa attenzione all’inculturazione si accompagna alla consapevolezza delle sfide contemporanee. La secolarizzazione, la trasformazione delle relazioni sociali e il peso crescente delle tecnologie interrogano anche la vita cristiana. Peta ritiene tuttavia che «la fede continuerà a trovare spazio in una società in cui molte persone conservano una sensibilità spirituale e la ricerca di Dio. La testimonianza cristiana, in questo scenario, passa dalla qualità della vita dei fedeli e dalla loro capacità di essere presenti, accoglienti e disponibili».<br />«Puoi fare piani e programmi, ma ogni giorno arrivano persone con i loro problemi e le loro necessità», osserva l’Arcivescovo. E così il punto decisivo, per una comunità cristiana, è «essere pronta ad accogliere chi si presenta, ad ascoltare le sue difficoltà e a offrire una testimonianza concreta dell’amore di Dio». La missione evangelizzatrice «non si esaurisce nei grandi appuntamenti ecclesiali o nelle relazioni con le istituzioni: si realizza negli incontri quotidiani, nella vicinanza alle persone, nella disponibilità a condividere la vita di chi cerca un senso, una risposta o un sostegno».<br /><br />È in questa prospettiva che l’Adorazione eucaristica permanente assume il suo significato più profondo: «La preghiera ininterrotta costituisce il cuore spirituale della comunità in Kazakhstan», ripete. Dalle case in cui i cattolici recitavano il Rosario durante il periodo sovietico alle chiese costruite dopo l’indipendenza, fino all’Adorazione che da quasi un quarto di secolo scandisce giorno e notte la vita della comunità di Astana, emerge una continuità: «La Chiesa vive perché resta legata a Cristo e perché da questa relazione trae la forza di incontrare gli altri».<br />«Tutto è un dono di Dio, tutto è grazia», afferma mons. Peta in conclusione, ricordando i suoi 37 anni di missione nel paese dell’Asia centrale e richiamando le parole di Gesù: «Senza di me non potete far nulla». <br />Con questa consapevolezza l’Arcivescovo guarda al futuro della comunità affidata alla sua cura pastorale: dopo trentacinque di indipendenza del Kazakhstan, la storia della Chiesa cattolica continua a intrecciarsi con quella nazionale. E’ una storia segnata dalla memoria della fede custodita nel silenzio, dalla libertà ritrovata, dalle migrazioni e dalla ricerca di un volto sempre più locale. Una Chiesa numericamente, ma chiamata a essere presenza viva in una terra d’incontro, sostenuta dalla preghiera e desiderosa di camminare verso il futuro sotto il manto della Madre di Dio.<br /><br /><br />Tue, 27 Oct 2026 08:37:49 +0100ASIA/INDONESIA - Missione e carità: la comunità camilliana di Maumere guarda al futuro tra nuove vocazioni e servizio ai più fragilihttps://fides.org/it/news/78346-ASIA_INDONESIA_Missione_e_carita_la_comunita_camilliana_di_Maumere_guarda_al_futuro_tra_nuove_vocazioni_e_servizio_ai_piu_fragilihttps://fides.org/it/news/78346-ASIA_INDONESIA_Missione_e_carita_la_comunita_camilliana_di_Maumere_guarda_al_futuro_tra_nuove_vocazioni_e_servizio_ai_piu_fragiliMaumere – Domenica 25 ottobre, a Maumere, sono stati celebrati due eventi particolarmente significativi per la missione dell’Ordine Camilliano: l’ordinazione sacerdotale di cinque nuovi confratelli e la benedizione dello St. Camillus Home of Charity, impartita da monsignor Ewaldus Sedu, vescovo della diocesi di Maumere.<br /><br />Due appuntamenti distinti, ma accomunati da una stessa vocazione: testimoniare concretamente la misericordia di Cristo attraverso il servizio ai malati, ai poveri e alle persone più fragili.<br /><br />“I cinque nuovi sacerdoti rappresentano una nuova risorsa per la missione camilliana in Asia e nell’area del Pacifico – racconta all’Agenzia Fides il missionario Camilliano padre Luigi Galvani. Tre saranno impegnati nel ministero sacerdotale in Indonesia, mentre due saranno inviati come missionari in Australia. La loro ordinazione segna così un ulteriore passo nella crescita della presenza camilliana e nella diffusione del carisma di San Camillo de Lellis.”<br /><br />“Nella stessa giornata – prosegue p. Galvani - è stata benedetta la St. Camillus Home of Charity, una nuova opera destinata all’accoglienza e all’assistenza gratuita di dieci persone tra le più povere, sole e bisognose di Maumere. Il Centro nasce con l’obiettivo di offrire non soltanto un luogo sicuro in cui vivere, ma soprattutto prossimità, cura e dignità alle persone maggiormente vulnerabili.”<br /><br />La nuova struttura avrà anche una funzione specificamente formativa. “È stata infatti pensata come un vero campo pastorale e una scuola del carisma camilliano per i seminaristi. La quotidiana vicinanza alle persone malate e bisognose permetterà ai giovani in formazione di confrontarsi concretamente con la sofferenza e di approfondire, attraverso l’esperienza, la spiritualità di San Camillo.”<br /><br />L’obiettivo è fare della cura dei malati e del servizio ai poveri non un’attività marginale, ma una componente essenziale della formazione sacerdotale e religiosa dei futuri Camilliani.<br /><br />L’ordinazione dei cinque nuovi sacerdoti e l’apertura del nuovo Centro di carità si presentano dunque come due segni complementari di una missione che guarda al futuro: da una parte nuove vocazioni chiamate a servire la Chiesa e i malati; dall’altra una nuova opera concreta a favore delle persone più fragili.<br /><br />Per la famiglia camilliana in Indonesia, la giornata del 25 ottobre rappresenta quindi un momento di particolare significato e, allo stesso tempo, un nuovo punto di partenza. “Una spinta a proseguire la missione con rinnovata dedizione, entusiasmo e gioia, mantenendo al centro il carisma di San Camillo: servire Cristo nei malati e nei poveri.”<br /> <br />Tue, 27 Oct 2026 13:30:41 +0100VATICANO/MONGOLIA - Leone XIV riceve il cardinale Marengo e l'abate del monastero di Gandan, cuore del buddismo mongolohttps://fides.org/it/news/78345-VATICANO_MONGOLIA_Leone_XIV_riceve_il_cardinale_Marengo_e_l_abate_del_monastero_di_Gandan_cuore_del_buddismo_mongolohttps://fides.org/it/news/78345-VATICANO_MONGOLIA_Leone_XIV_riceve_il_cardinale_Marengo_e_l_abate_del_monastero_di_Gandan_cuore_del_buddismo_mongolodi Marie-Lucile Kubacki<br /><br />Città del Vaticano – Papa Leone XIV ha ricevuto questa mattina il cardinale Giorgio Marengo, prefetto apostolico di Ulaanbaatar, e il venerabile D. Javzandorj, trentesimo Khamba Nomun Khan e abate del monastero di Gandantegchinlen, detto Gandan, il più grande del Paese.«Siamo molto felici dell'importante relazione di dialogo e di collaborazione tra la Chiesa cattolica e il mondo buddista in Mongolia», ha dichiarato all'Agenzia Fides il cardinale Marengo. «È stato un incontro cordiale. Apprezziamo molto la gentilezza e la magnanimità di Papa Leone, che, nonostante il suo ritmo così intenso e il decorso, a tutti noto, verso il pieno ristabilimento della sua salute, ha voluto questo incontro, dando così all'abate Javzandorj la possibilità di incontrarlo personalmente».<br /><br />«Siamo molto, molto grati al Santo Padre per questo gesto di grande bontà che ha avuto nel voler accogliere la delegazione del monastero di Gandan di Ulaanbaatar», ha aggiunto il cardinale. La delegazione era accompagnata dall'ambasciatrice di Mongolia in Italia, Bulgan Dansran, e dall'ambasciatrice di Mongolia presso la Santa Sede, Davaasuren Gerelmaa. Ne faceva parte anche il professor Thomas Cattoi, titolare della cattedra William e Barbara Moran di Teologia del cristianesimo antico e Relazioni interreligiose alla Pontificia Università San Tommaso d'Aquino . <br /><br />«Questa sinergia per il bene della società e per la pace del mondo», ha sottolineato il cardinal, «è stata espressa molto bene anche dal dono che il venerabile Javzandorj ha voluto fare a Papa Leone». Si tratta di un dipinto realizzato dai maestri dell'atelier di arte figurativa del monastero di Gandan su indicazione dello stesso abate. L'opera raffigura il Vecchio Saggio, figura che «nella tradizione mongola e in altri Paesi dell'Estremo Oriente rappresenta la lunga vita e la saggezza», insieme a «un disegno simbolico di quattro diversi animali, che rappresentano la diversità che, messa insieme, diventa forza, promessa di successo e di futuro». Il tutto è «decorato in stile mongolo» e arricchito da un'immagine che richiama il tempio principale del complesso di Gandan. «La visita al Santo Padre», ha aggiunto il cardinale, «si è poi conclusa con un altro momento di carattere spirituale e culturale nella Basilica di San Pietro, dove la delegazione ha potuto contemplare la bellezza dello spazio sacro. Abbiamo anche fatto una sosta nella parte più interna della basilica, all'altezza della tomba di Pietro».<br /><br />Si tratta della terza udienza concessa da un Pontefice a una delegazione buddista mongola. La prima risale al 28 maggio 2022, quando Papa Francesco accolse i rappresentanti ufficiali del buddismo mongolo nel trentesimo anniversario delle relazioni diplomatiche tra la Santa Sede e la Mongolia. La seconda, il 13 gennaio 2025, vide lo stesso Javzandorj ricevuto da Francesco insieme al cardinale Marengo. Nell'ottobre 2025, inoltre, monaci buddisti mongoli accompagnati dal porporato avevano preso parte alle celebrazioni per il sessantesimo anniversario della Dichiarazione conciliare Nostra Aetate, alla presenza di Leone XIV.<br /><br />L'incontro di oggi assume un rilievo particolare per il ruolo di Gandan. Fondato nel corso della prima meta dell’Ottocento, Gandan è stato il motore della rinascita del buddismo dopo la svolta democratica del 1990. Oggi comprende tre collegi di filosofia e diversi collegi rituali e gestisce l'Università buddista della Mongolia. L'udienza pontificale è anche il segno di un'amicizia e di una fiducia cresciute nel tempo. Durante il ricovero di Papa Francesco, nel febbraio 2025, l'abate aveva fatto consegnare al nunzio apostolico un messaggio firmato e sigillato in cui esprimeva la vicinanza dei monaci di Gandan e, su richiesta del Presidente Ukhnaagiin Khürelsükh, aveva presieduto la recita di testi sacri per la guarigione del Pontefice. Dopo la morte di Francesco, il monastero aveva offerto un rito di preghiera per la sua anima, e aveva poi manifestato la propria vicinanza anche al momento dell'elezione del nuovo pontefice.<br /><br />Insediato alla guida di Gandan nel novembre 2023, Javzandorj, nato nel 1980, è una figura di grande levatura. Entrato in monastero nel 1991, nel 1998 è partito per l'India per studiare al collegio Gomang del monastero di Drepung, dove ha ricevuto l'ordinazione monastica completa nel 2001. Nel 2017 ha conseguito il titolo di Geshe Lharampa, il più alto grado accademico della tradizione gelug, classificandosi primo su circa mille candidati, prima di proseguire gli studi tantrici a Gyuto, come riporta il portale StudyBuddhism. <br /><br />«Il tema del dialogo e della collaborazione è centrale per la Chiesa cattolica in Mongolia», ha ricordato il cardinale Marengo. «Siamo convinti che da incontri di questo tipo, e sulla base del lavoro ordinario di dialogo, di incontri e di collaborazione che portiamo avanti sul posto, si possa dare un messaggio positivo all'intera società: quando le tradizioni religiose si impegnano reciprocamente in questo tipo di dialogo, si realizza quel contributo che ogni tradizione religiosa offre alla società. Le tradizioni religiose, dunque, come partner per la costruzione di un presente e di un futuro fondati sulla pace, sul rispetto reciproco e sul lavoro per il bene comune». <br /><br />Nel Paese la Chiesa cattolica, presente dal 1992, ha fatto del dialogo con il buddismo una dimensione costitutiva della propria missione. Come il suo predecessore Wenceslao Padilla, il cardinale Marengo partecipa regolarmente a incontri buddisti nazionali e internazionali ed è membro di un gruppo dei principali rappresentanti religiosi del Paese che si riunisce con frequenza. A Karakorum, antica capitale dell'impero mongolo, la Chiesa ha aperto un centro per il dialogo. <br /><br />Il buddismo è la religione più diffusa in Mongolia. La Costituzione del 1992 sancisce la separazione tra Stato e religioni, ma la legge del 1993 sui rapporti tra lo Stato e le istituzioni religiose stabilisce che lo Stato «rispetta la posizione dominante del buddismo» in considerazione dell'unità del popolo e delle tradizioni della sua civiltà, precisando che ciò non impedisce ai cittadini di seguire altre religioni. Il buddismo si è diffuso nel Paese in tre grandi ondate, secondo la periodizzazione tradizionale degli storici mongoli. La prima, nei primi secoli, giunse tramite l'Asia centrale dove il buddismo era arrivato dall'India lungo le vie commerciali : la sua presenza nel Paese è attestata fin da circa il V secolo. La seconda risale all'epoca dell'impero mongolo, quando Kubilai Khan si volse al buddismo tibetano. La terza, nel XVI secolo, fu suggellata nel 1578 dall'alleanza tra il principe Altan Khan e l'abate tibetano Sonam Gyatso, al quale i mongoli conferirono il titolo di Dalai Lama. <br /><br />In un'intervista pubblicata dal sito mongolo Zindaa.mn, l'abate ha sottolineato il ruolo di Zanabazar , il primo Bogd Jebtsundamba : «Una caratteristica unica del buddismo mongolo è la sua terza e più recente ondata di diffusione, profondamente legata al nostro primo Bogd Jebtsundamba, Öndör Gegeen Zanabazar, discendente diretto della Stirpe d'Oro di Gengis Khan. Sotto la sua guida è stata plasmata la struttura fondamentale del buddismo mongolo. Öndör Gegeen Zanabazar ha integrato con sapienza le dieci scienze tradizionali del buddismo, in particolare le arti e i mestieri e la conoscenza interiore, e ha contribuito in modo decisivo alla loro fioritura in Mongolia. Il nostro sistema di educazione monastica, compresa la traduzione dei testi sacri, lo stile peculiare delle vesti monastiche da lui stabilito e il loro ricco significato simbolico, come pure la nostra architettura templare e il nostro stile di canto, ci distinguono dalle altre tradizioni». Javzandorj ha aggiunto che il buddismo in Mongolia «si è sviluppato in modo singolare armonizzandosi con lo stile di vita e la cultura plasmati dalle quattro stagioni e dai vasti paesaggi del Paese», e che la Mongolia è tra le poche nazioni ad aver tradotto integralmente nella propria lingua il Kangyur, le parole del Buddha, e il Tengyur, i commentari dei maestri indiani.<br /><br />Il cardinale Marengo e l'abate Javzandorj parteciperanno domani, martedì 27 ottobre, all'incontro conclusivo di Assisi, promosso dalla Comunità di Sant'Egidio nel quarantesimo anniversario della Giornata di preghiera per la pace convocata da san Giovanni Paolo II nel 1986. Il Papa non sarà presente di persona, ma invierà un messaggio ai partecipanti. <br />Mon, 26 Oct 2026 13:19:03 +0100