Dal “pozzo” al “sogno di Dio” : le immagini per raccontare la missione al Convegno internazionale della Pontificia Unione Missionaria

sabato, 31 ottobre 2026 missione   vangelo   pontificie opere missionarie   pontificia università urbaniana  

(Wikipedia)

Duccio da Buoninsegna, "Cristo e la Samaritana al pozzo" (Madrid, Museo Thyssen Bornemisza)

di Marie-Lucile Kubacki

Roma (Agenzia Fides) - La missione come un pozzo da cui far affiorare l’acqua, non come un recipiente da riempire. È una delle immagini più suggestive proposte negli interventi al Convegno internazionale della Pontificia Unione Missionaria ospitato dalla Pontificia Università Urbaniana e dal Pontificio Collegio Urbano dal 29 al 31 ottobre. Accanto a essa, una lunga serie di immagini suggestive hanno punteggiato gli interventi del Convegno, tutte volte a far percepire per accenni il dinamismo proprio dell’opera apostolica e i suoi tratti imparagonabili. Le radici e le ali, i semi, il fuoco e la goccia che scava la roccia suggeriscono un percorso: dalla sorgente dell’annuncio all’incontro con gli altri, dalla passione che si trasmette alla pazienza necessaria per custodirla nel tempo.

Durante il convegno sono emerse immagini concrete, dal sapore delle parabole, per raccontare una missione che prende forma nell’incontro con le persone e nelle situazioni della vita: una missione incarnata, non ridotta a slogan.

Il pozzo: liberare la sorgente

«La formazione missionaria è come un pozzo», afferma la missionaria comboniana suor Maria Rosa Venturelli. L’immagine rovescia l’idea della formazione come accumulo: «Non bisogna riempire il pozzo di tante cose, perché si ottura l’uscita dell’acqua». È un lavoro maieutico: si tratta di far emergere ciò che abita nel profondo della persona, quell’esperienza di Dio che può diventare acqua da condividere, per dissetare fratelli e sorelle, «anche popoli interi». Un lavoro che passa anche attraverso le fragilità, chiamate a venire alla luce «per averne cura e guarire le ferite».

Il pozzo può così diventare «sinonimo di incontro e relazione fra le persone e i popoli», osserva Venturelli, richiamando le scene bibliche di Mosè a Madian e di Gesù in Samaria. Anche nella vita consacrata occorre «attingere al pozzo della vita che è il Signore Gesù risorto e aiutare a scavare pozzi per dissetare l’umanità».

Davanti al pozzo, attingere acqua e condividerla appartengono allo stesso movimento. Ma anche chi ha scavato pozzi per gli altri può smarrire il contatto con la propria sorgente. Raccontando l’incontro con missionarie anziane che sentono di non fare più nulla, Venturelli domanda: «Abbiamo scavato il pozzo per i fratelli e le sorelle e il pozzo della mia vita consacrata l’ho otturato con la cenere del tempo?». L’interrogativo richiama una vocazione che non si può ridurre alle opere compiute: quando le forze diminuiscono, resta la possibilità di offrire agli altri una presenza e una testimonianza nutrite dalla vita interiore.

Le radici e le ali: partire senza perdere il fondamento

Il missionario saveriano Paolo Tovo sceglie una doppia immagine per descrivere il sacerdozio missionario: le «radici bibliche e magisteriali» e le «ali pastorale e spirituale». Le prime indicano il fondamento della vocazione; le seconde il suo dispiegarsi nella vita. In questa prospettiva, l’azione pastorale e l’esperienza spirituale sono le due ali di uno stesso movimento, mentre l’incontro missionario diventa esso stesso un luogo in cui la fede cresce.

Aprendosi all’altro, afferma Tovo, il presbitero incontra e contempla Cristo «che lo precede sempre». Cambia anche il suo modo di stare nella comunità. Tovo propone di passare dalla figura del «prêtre-pivot» a quella del «prêtre-passeur»: non il perno attorno al quale tutto deve ruotare, ma colui che accompagna, aiuta a compiere un passaggio e a proseguire il cammino. Un’immagine che trova corrispondenza nel contributo di Armando Nugnes, rettore del Pontificio Collegio Urbano: il presbitero è un discepolo-pastore che sa stare «davanti, in mezzo o dietro al gregge», ma «non al di fuori, non al di sopra».

Dai semi ai covoni: riconoscere una presenza che precede

Se il pozzo invita a cercare in profondità, i semi chiedono di guardare con occhi diversi la vita degli altri. Tovo riprende una riflessione del cardinale Jean-Marc Aveline sui «semi del Verbo»: non tanto valori astratti, quanto «le tracce della presenza attiva dello Spirito Santo in ogni essere umano». Sono tracce da riconoscere nelle esistenze e nelle storie concrete, quando le persone affrontano gli interrogativi e i passaggi della vita attingendo alle risorse spirituali di cui dispongono. L’immagine esclude che il missionario arrivi in una terra dalla quale Dio è assente. Chi gli sta davanti non è un destinatario passivo, ma un «interlocutore». Tovo descrive la missione come il cammino della Chiesa che, uscendo dalla sacrestia», va incontro all’umanità «portando Cristo, ma scoprendolo allo stesso tempo già presente nello Spirito». L’annuncio e la scoperta procedono insieme.

L’immagine dei semi trova un ulteriore sviluppo, sul piano dello scambio tra le Chiese, nella «Chiesa dei Covoni» riproposta dall’arcivescovo Fortunatus Nwachukwu, Segretario del Dicastero per l’Evangelizzazione: i covoni richiamano i frutti della semina missionaria, maturati nelle Chiese locali di tutto il mondo. Non più soltanto destinatarie dell’annuncio, queste comunità sono a loro volta chiamate a condividere i doni ricevuti, in uno scambio nel quale ogni Chiesa ha qualcosa da offrire e da accogliere.


Il fuoco: una passione che si propaga

Un’altra immagine attraversa la memoria dei protagonisti dell’opera missionaria: il fuoco. Nel contributo dedicato alla sintonia tra Paolo Manna e Giuseppe Allamano, Ashenafi Yonas Abebe ricorda che il primo biografo di Manna, padre Giuseppe Tragella, lo definì «un’anima di fuoco». La stessa immagine esprime ciò che accomunava i due: una visione condivisa e quel «fuoco per la missione» che animò le loro vite e le loro opere.

Non si tratta, però, di celebrare l’ardore di personalità eccezionali, quasi fossero supereroi. Quel fuoco nasce dalla fede che si fa amore e può propagarsi attraverso piccoli gesti e impegni quotidiani. Suor Monika Juszka lo suggerisce nella conclusione della sua rilettura della nascita dell’Unione: «se ciascuno di noi risveglierà lo spirito missionario anche in una sola persona, se la infiammerà all’azione», l’impulso potrà continuare a diffondersi. La passione missionaria vive anche di questa trasmissione personale, da una vita all’altra, come una fiamma che il soffio ravviva e propaga.

La goccia e il respiro: perseverare e aprirsi

Il fuoco dell’annuncio non rende meno necessaria la pazienza, emersa negli interventi come una delle qualità più preziose del missionario. «La goccia scava la roccia non con la forza, ma cadendo continuamente», dichiara Suor Monika Juszka. Significa «sensibilizzare, animare, risvegliare, ricordare, formare continuamente». E saper attendere, riconoscendo che i tempi di Dio non coincidono con quelli degli uomini.
L’intensità di un momento può essere il frutto di un impegno portato avanti a lungo, e non sempre i missionari vedono, nel corso della loro vita, i frutti della propria presenza. Anche padre Vito del Prete, del Pontificio Istituto Missioni Estere (PIME), insiste su ciò che richiede un’autentica azione formativa: «pazienza, tempi lunghi e azione sistematica». Alla pazienza si accompagna un orizzonte aperto: quello di chi sa che l’impegno umano non basta a se stesso, ma ha bisogno della grazia di Dio. Del Prete lo esprime attraverso la dinamica del respiro: «Una Chiesa locale chiusa in se stessa, preoccupata solamente della sua vita, intristisce, è sterile. Deve respirare con il respiro infinito di Dio». La missione è allora come un polmone che dà ossigeno alla comunità e la mantiene viva, non un peso da sostenere a forza di sforzi. Come l’acqua del pozzo, è un dono che non può essere trattenuto.

Il sogno di Dio : tutta la Chiesa per tutto il mondo

Alle immagini della missione si aggiunge quella del sogno di Dio per il mondo, richiamata da suor Mary Barron - Presidente nominata delle Pontificie Opere Missionarie - nel suo saluto al convegno.
Suor Barron vede nel cammino delle Pontificie Opere Missionarie, e in particolare dell’Unione Missionaria, un progressivo risveglio alla visione di Paolo Manna e del Concilio Vaticano II: «tutta la Chiesa per tutto il mondo». Un orizzonte che chiede il contributo di ciascuno: «Ora più che mai, il mondo ha bisogno di discepoli missionari di Cristo capaci di seminare pace e amore in modo molto semplice e concreto», afferma. Il sogno di Dio si intreccia così con la testimonianza quotidiana dei cristiani, con quei gesti attraverso i quali ciascuno può contribuire a cambiare il mondo. Per la nuova presidente delle POM, essere missionari insieme significa aiutarsi a risvegliare questo spirito gli uni negli altri, imparando reciprocamente e mettendo in comune i propri doni (Agenzia Fides 31/10/2026)


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