Il tesoro nascosto della Papua Nuova Guinea: la sapienza dei missionari anziani

mercoledì, 8 luglio 2026 missione   missionari   pontificie opere missionarie   inculturazione  

photo:Christian Sieland

di Marie-Lucile Kubacki

Port Moresby (Agenzia Fides) Padre Christian Sieland, direttore delle Pontificie Opere Missionarie in Papua Nuova Guinea, è figlio di un missionario laico tedesco che ha vissuto la sua vocazione apostolica per oltre due decenni accanto a sacerdoti e religiosi. Riconoscendo nella gratitudine il grande valore alla sua prima esperienza come giovane volontario in Papua Nuova Guinea e del contatto diretto con i missionari provenienti da diverse nazioni, oggi padre Christian partecipa all’avventura di una Chiesa locale in transizione da una «dipendenza missionaria» a una piena assunzione di responsabilità, promuovendo una rinnovata inculturazione del Vangelo.
In questo contesto, il suo recente viaggio compiuto per visitare i missionari anziani che hanno operato nella sua terra e oggi vivono nelle residenze di riposo in alcuni Paesi europei diventa insieme un gesto di gratitudine e una lezione vivente: onorando coloro che per primi hanno testimoniato la fede, egli invita le nuove generazioni a ricordare le proprie sorgenti, a custodire il proprio patrimonio culturale e a lasciar mettere radici sempre più profonde al Vangelo nel terreno della vita del suo popolo.

Negli ultimi tempi Lei ha trascorso un periodo visitando missionari anziani che hanno servito per molti anni in Papua Nuova Guinea. Che cosa l’ha colpita di più nel modo in cui oggi guardano alla loro missione?

-Sì, dopo l’Assemblea Generale delle POM ho viaggiato nei Paesi Bassi e in Germania per visitare alcuni dei nostri missionari olandesi e tedeschi in pensione nelle loro case di riposo. Sono stato a Teteringen, nei Paesi Bassi, per i missionari olandesi, e a Steyl, sempre nei Paesi Bassi, per i missionari tedeschi. Questi missionari appartengono alla Società del Verbo Divino (SVD) e alle Suore Missionarie Serve dello Spirito Santo (SSpS). Entrambe le congregazioni sono state fondate da sant’Arnold Janssen ed inviate nel mondo. I loro pionieri sono arrivati in Nuova Guinea nel 1896, iniziando la loro opera missionaria lungo le zone costiere, prima di spingersi verso l’interno negli altipiani centrali. La maggior parte dei missionari che ho visitato oggi ha tra la fine degli ottant’anni e i novant’anni. Il mio Vescovo emerito, Henk Te Maarssen, SVD, si trovava a Teteringen quando l’ho visitato; a settembre compirà 93 anni. Ha trascorso quasi 60 anni in Papua Nuova Guinea — più di 50 come sacerdote e 8 come vescovo.
In generale, questi missionari avrebbero desiderato rimanere nei Paesi di missione e essere sepolti nella terra che hanno servito. Tuttavia, a causa del deterioramento della salute e della disponibilità di servizi medici specializzati nei loro Paesi d’origine, hanno dovuto rientrare. Eppure, sebbene siano fisicamente presenti in Europa, il loro cuore e i loro pensieri rimangono completamente in Papua Nuova Guinea. Ascoltando le loro storie, è chiaro che non hanno alcun rimpianto per aver scelto la vita missionaria; se potessero, farebbero esattamente la stessa scelta, ancora e ancora. Ciò di cui spesso non si rendono pienamente conto è che, evangelizzando il nostro popolo, hanno posto anche le basi per la nazione moderna di Papua Nuova Guinea, che oggi è formata per il 90% da cristiani. Ciò che mi ha colpito di più in loro è la profonda umiltà. In molti casi hanno svolto un lavoro missionario pionieristico — predicando, battezzando e costruendo una vasta rete di infrastrutture, tra cui parrocchie, scuole e ospedali al servizio della nostra gente. Eppure non si vantano mai dei loro risultati; hanno fatto tutto unicamente per la gloria di Dio.

Quando questi missionari anziani parlano delle persone e delle comunità che hanno accompagnato, quali parole o immagini ricorrono più spesso e che cosa rivelano, secondo lei, del loro modo di intendere la missione?
- La prima cosa che si nota, ascoltandoli, è che si identificano al 100% con il popolo e le comunità della Papua Nuova Guinea, che hanno servito in alcuni casi per oltre mezzo secolo. Nelle loro riflessioni e nei ricordi condivisi c’è pochissima negatività. Le loro parole esprimono invece un profondo rispetto e, direi, persino una vera venerazione per le persone, le loro tradizioni e la loro cultura. Le esperienze missionarie li hanno radicati completamente nella realtà, nella semplicità e nell’umiltà. Molti di loro sono arrivati negli anni Cinquanta e Sessanta. All’epoca dovettero imparare da zero le lingue vernacolari locali, acquisendo così una comprensione molto profonda delle varie culture e tradizioni del nostro Paese. Ho la sensazione che questo spirito missionario delle origini si sia talvolta affievolito fra molti dei nuovi missionari che arrivano oggi, anche perché gran parte del lavoro di base è già stato svolto. I missionari di oggi continuano a costruire sulle fondamenta poste da questi primi pionieri, ma lo slancio e l’energia “grezzi” di quei primi esploratori erano qualcosa di assolutamente unico.
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Dalla loro esperienza sul campo — spesso in aree molto remote e difficili — quali lezioni sulla pazienza, sulla perseveranza e sull’umiltà l’hanno colpita in modo particolare?

- Quando parlo dei missionari stranieri che vengono in Papua Nuova Guinea e vi restano dai pochi anni ai cinque decenni, dico spesso che sono stati “contagiati dal virus della Nuova Guinea”. Questo contatto profondo con il Paese cambia una persona per sempre. In quanto pionieri, sono entrati nelle zone più remote dove non esistevano strade, scuole o centri sanitari. Vivevano a stretto contatto con la gente, dormivano nei villaggi e mangiavano il cibo che veniva loro offerto. In questo modo hanno imparato che la definizione occidentale di “povertà”, così come la si trova nei dizionari, non ha un vero significato in un Paese come la Papua Nuova Guinea. Pur non avendo denaro — e non avendone bisogno per la sopravvivenza quotidiana — la popolazione in realtà aveva tutto. Dio ha benedetto questo popolo con una terra che provvede a tutte le sue necessità. Ancora oggi, il 90% della terra appartiene tradizionalmente alle persone e alle loro tribù; la terra è il bene più grande che un abitante della Papua Nuova Guinea possieda. Lavorando accanto alla gente, i missionari si sono naturalmente adattati a uno stile di vita semplice e umile. Questo stile di vita era intrinsecamente legato ai sistemi sociali tradizionali della Papua Nuova Guinea, che già contenevano molti dei valori evangelici che i missionari venivano ad annunciare. Dio aveva preparato per secoli il nostro popolo a questo incontro con la Parola. Ecco perché il Vangelo è stato accolto così facilmente e rapidamente: la gente riconosceva i propri valori riflessi nel messaggio cristiano, ma ora poteva comprenderli e apprezzarli alla luce della fede.
A cosa si riferisce in particolare?

- Pazienza, perseveranza e umiltà sono davvero le tre virtù forgiate da decenni di evangelizzazione. Lasciare il cosiddetto “mondo civilizzato” per entrare in una società tribale con una struttura sociale complessa richiede queste tre qualità; senza di esse non si può mai raggiungere davvero il cuore delle persone. Con la pazienza e l’umiltà nasce una profonda apertura che permette al missionario di apprezzare veramente ciò che ha davanti. Non si tratta di una “cultura primitiva dell’età della pietra”, come molti occidentali dei primi tempi la descrivevano con disprezzo, ma di una società altamente sofisticata composta da mille tribù e culture diverse. I missionari lo avevano compreso. Nel mio cammino accanto al nostro popolo, la lezione più importante che mi hanno insegnato è che la vera felicità si trova nella semplicità. Da quella semplicità si imparano naturalmente l’umiltà e la pazienza — le chiavi ultime per aprire il cuore umano.

Questi missionari sono giunti in un contesto culturale molto diverso dal loro. Come hanno imparato a rispettare e valorizzare le tradizioni locali e quali aspetti del loro approccio all’inculturazione vorrebbe trasmettere alle nuove generazioni di missionari e sacerdoti?

- La prima condizione indispensabile è la mentalità aperta. Non si può essere missionari efficaci se non si apprezza la bellezza nascosta e la complessità di altre culture. Nessuna cultura è superiore a un’altra; ogni cultura ha piuttosto la funzione di arricchire le altre. Non si può arrivare in una terra straniera e condannare tradizioni, usi e costumi locali, né prima né durante l’annuncio del Vangelo. I nostri primi missionari meritano un grande riconoscimento per il loro approccio aperto. Hanno dedicato tempo allo studio delle culture e delle lingue locali, compilando persino dizionari e grammatiche per idiomi che fino ad allora erano solo orali. Hanno messo in luce i valori belli già presenti nella cultura e, al tempo stesso, hanno avuto il coraggio di dire con dolcezza quando alcune pratiche tribali non erano compatibili con il Vangelo. Questo processo di inculturazione si è sviluppato nel corso di molti decenni. Ritengo che abbia dato i frutti più maturi con la nascita dei catechisti formati sul posto. Questi catechisti erano ben istruiti, solidamente preparati in teologia e conoscevano a fondo le proprie tradizioni. Perciò erano in grado di annunciare efficacemente il Vangelo al loro stesso popolo, nelle loro lingue. Spesso venivano inviati in avanscoperta dai missionari stranieri in territori ancora inesplorati per svolgere il lavoro di base, e sono stati loro i migliori «traduttori e interpreti culturali» per la Chiesa. (Agenzia Fides 8/7/2026)


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