Fides News - Italianhttps://fides.org/Le notizie dell'Agenzia FidesitI contenuti del sito sono pubblicati con Licenza Creative Commons.ASIA/MONGOLIA - COP 17: Il dono della fede in Gesù e la cura del Creato nella testimonianza di una giovane mongolahttps://fides.org/it/news/78095-ASIA_MONGOLIA_COP_17_Il_dono_della_fede_in_Gesu_e_la_cura_del_Creato_nella_testimonianza_di_una_giovane_mongolahttps://fides.org/it/news/78095-ASIA_MONGOLIA_COP_17_Il_dono_della_fede_in_Gesu_e_la_cura_del_Creato_nella_testimonianza_di_una_giovane_mongoladi Enkhjin Chuluunzag*<br /><br />Ulaanbaatar - A 26 anni, Enkhjin Chuluunzagd possiede due master in studi ambientali e una laurea in amministrazione, conseguiti rispettivamente a Roma, negli Stati Uniti e in Mongolia. La giovane, che ha fatto parte della delegazione della Santa Sede alla COP17 dell’ United Nations Convention to Combat Desertification , ospitata a Ulaanbaatar dal 17 al 28 agosto, racconta all’Agenzia Fides il suo percorso di fede e lo sviluppo della sua sensibilità per le questioni legate alla salvaguardia del Creato<br /><br />§§§<br /><br />In qualità di giovane cattolica mongola con una crescente passione per la sostenibilità e le questioni ambientali, ho avuto il grande onore di partecipare alla COP17 dell’UNCCD in Mongolia come membro della delegazione della Santa Sede. Essere lì mi ha permesso di vedere come tre aspetti della mia vita si intrecciano in modo molto significativo: la mia fede, la mia identità di mongola e la mia preoccupazione per l’ambiente.<br /><br />Sono cresciuta in Mongolia con una conoscenza molto limitata del cristianesimo. La Mongolia è un Paese in cui il buddismo vanta una storia importante e profondamente radicata. Crescendo in questo contesto, non avevo praticamente alcuna comprensione personale di Cristo, della Chiesa cattolica o di cosa significasse avere fede. Anche la comunità cattolica in Mongolia è molto piccola, quindi la Chiesa non era qualcosa con cui entravo spesso in contatto durante la mia infanzia. Eppure, col passare del tempo, ho iniziato a notare i missionari che operavano tra le persone svantaggiate in Mongolia. Si prendevano cura delle persone con tanta umiltà e amore, senza cercare riconoscimento né nulla in cambio. Mi chiedevo: «Perché questi stranieri hanno così a cuore persone che non sono né la loro famiglia, né la loro comunità, né tantomeno del loro stesso Paese?» Questo ha suscitato il mio primo interesse per la Chiesa.<br /><br />In seguito, la visita di Papa Francesco in Mongolia ha approfondito quella curiosità. Vedere il Papa venire in Mongolia mi ha fatto capire che la Chiesa presta attenzione anche alle comunità più piccole, che il resto del mondo può facilmente trascurare. La sua disponibilità ad avvicinarsi, ad ascoltare, ad accompagnare e ad amare le comunità più piccole e vulnerabili ha accresciuto la mia considerazione per la Chiesa. A poco a poco, quella curiosità si è trasformata nel desiderio di sapere di più: di comprendere la Chiesa, di seguire Cristo e di camminare nella fede. Quel percorso alla fine mi ha portato dove mi trovo oggi.<br /><br />La Mongolia è un Paese dai paesaggi straordinari e con un popolo che ha sviluppato un rapporto profondo con la natura. Cresciamo consapevoli dell’importanza dei pascoli, dell’acqua, del bestiame e del susseguirsi delle stagioni. Da generazioni, il popolo mongolo ha imparato a cogliere i ritmi della natura, ad adattarsi alle condizioni meteorologiche estreme e a vivere in armonia con essa. Oggi, però, quei ritmi stanno diventando sempre più difficili da decifrare e seguire.<br /><br />Il degrado del suolo, la siccità e la desertificazione stanno compromettendo gli ecosistemi e i mezzi di sussistenza da cui dipendono molte persone. Questi problemi sono sempre più evidenti nella vita delle comunità e nelle condizioni del territorio stesso. In molte regioni, il pascolo eccessivo, l’erosione del suolo e i cambiamenti nei modelli climatici stanno esercitando una forte pressione sui mezzi di sussistenza legati alla pastorizia, rendendo più difficile per le famiglie di pastori mantenere il loro stile di vita tradizionale. <br /><br />Questi problemi ambientali ci ricordano che la cura del Creato non può essere separata dalla cura degli esseri umani.<br />Questo è uno dei motivi per cui la COP17 è così significativa per la Mongolia. La cooperazione e l’azione internazionali ci offrono non solo l’opportunità di affrontare insieme queste urgenze, ma anche un senso di speranza. <br /><br />Nel corso della Convenzione, un messaggio è stato ripetuto più volte: gli obiettivi che perseguiamo sono tutti, in ultima analisi, legati al benessere dell’umanità e alla protezione della nostra casa comune. Queste due cose non possono essere discusse separatamente. Quando parliamo di territorio, parliamo anche delle persone che vi abitano. Quando parliamo di siccità e desertificazione, parliamo di comunità che lottano per l’acqua. Quando parliamo di degrado del territorio, parliamo di accesso al cibo e di povertà.<br />Per questo motivo, l’azione ambientale deve sempre porre al centro la persona umana, riconoscendo al contempo che il benessere umano stesso dipende da un rapporto sano con il Creato.<br /><br />Anche la Chiesa cattolica si occupa da tempo della desertificazione e delle sue gravi conseguenze per le persone e le comunità che ne sono colpite. Attraverso la sua opera umanitaria e di sviluppo, la Chiesa ha sostenuto gli intenti volti ad affrontare queste sfide, tra cui l’agricoltura sostenibile e il miglioramento dell’accesso all’acqua. Questo impegno si è espresso anche attraverso iniziative come la Fondazione Giovanni Paolo II per il Sahel, istituita nel 1984 per sostenere le comunità che affrontano sfide ambientali e di sviluppo nella regione del Sahel.<br /><br />La preoccupazione per la desertificazione trova riscontro anche nella Laudato si’. Papa Francesco sottolinea che gli esseri umani sono profondamente legati al mondo che ci circonda, al punto che il degrado della terra può essere vissuto quasi come una malattia fisica. Egli evidenzia inoltre i progressi limitati compiuti nella tutela della biodiversità e nella lotta alla desertificazione, ricordandoci che queste sfide richiedono interventi maggiori e più costanti.<br /><br />Pertanto, il contributo della Chiesa arricchisce la tutela ambientale unendo la cura del Creato a una profonda sollecitudine per le comunità più vulnerabili del mondo. La riflessione ecclesiale sulla cura del mondo naturale ci ricorda che il Creato è un dono di Dio e che ricevere un dono significa anche assumersene la responsabilità. Questa visione mette in luce la responsabilità, la solidarietà e la dignità umana, invitandoci al contempo a riflettere sul tipo di rapporto che scegliamo di intrattenere sia con il mondo naturale che tra di noi. Per me, è qui che la fede e la responsabilità ambientale si incontrano. <br /><br />Possiamo provenire da tradizioni, culture e modi di comprendere il mondo diversi, ma condividiamo la stessa terra, in definitiva la stessa casa, e quindi affrontiamo molte delle stesse urgenze.<br /><br />Il tema «Ristabilire la terra, ristabilire la speranza» coglie ciò che desidero per la Mongolia: che le nostre scelte di oggi offrano alle generazioni future una terra più sana e un motivo più forte di speranza. <br /><br />Spero inoltre che la Chiesa continui a contribuire a questo percorso prendendosi cura del Creato, stando al fianco dei più vulnerabili e costruendo ponti tra culture e religioni. <br /><br />In definitiva, spero che gli impegni assunti qui si traducano in azioni concrete e che, insieme, possiamo veder rifiorire non solo la nostra terra, ma anche la nostra speranza per il futuro.<br /><br /><br />* membro della delegazione della Santa Sede alla COP17 dell’ United Nations Convention to Combat Desertification – UNCCD <br />Thu, 27 Aug 2026 11:43:39 +0200AFRICA/RWANDA - "Lasciatevi alle spalle l’ibyuma” l’appello del Vescovo di Byumba ai giovani del Ruandahttps://fides.org/it/news/78094-AFRICA_RWANDA_Lasciatevi_alle_spalle_l_ibyuma_l_appello_del_Vescovo_di_Byumba_ai_giovani_del_Ruandahttps://fides.org/it/news/78094-AFRICA_RWANDA_Lasciatevi_alle_spalle_l_ibyuma_l_appello_del_Vescovo_di_Byumba_ai_giovani_del_RuandaKigali – “Giovani, nel nome di Gesù, lasciatevi alle spalle l’ibyuma. Combattiamola. Combattiamola insieme”. È l’accorato appello rivolto ai giovani ruandesi da Mons. Papias Musengamana, Vescovo di Byumba e responsabile della pastorale giovanile della Conferenza Episcopale del Ruanda.<br /><br />In Kinyarwanda, “ibyuma” significa “acciaio”, ma nel linguaggio giovanile il termine è ormai utilizzato per indicare prodotti alcolici illeciti fatti in casa e, per estensione, le sostanze stupefacenti.<br /><br />Nell’omelia della Messa conclusiva del Forum Nazionale dei Giovani, svoltosi a Byumba dal 19 al 23 agosto, Mons. Musengamana ha messo in guardia i ragazzi dai messaggi ingannevoli veicolati dai social media e dai cartelloni pubblicitari.<br /><br />«Ci sono cartelloni pubblicitari con scritto: “È un mio diritto”. Ogni ragazzo aggiunge quello che vuole, dicendo: “È un mio diritto. Usare droghe è un mio diritto, commettere immoralità sessuale è un mio diritto, comportarmi come voglio è un mio diritto”».<br /><br />Il Vescovo ha quindi rivolto un appello alle autorità affinché prestino maggiore attenzione ai messaggi rivolti ai giovani attraverso i media e la pubblicità. L’abuso di alcol e droghe e l’immoralità sessuale, secondo Mons. Musengamana, sono anche il frutto delle fragilità e dei fallimenti delle famiglie.<br /><br />“Non dobbiamo guardare al problema solo dal punto di vista di chi consuma droghe, ma anche di chi le produce, dei genitori che hanno trascurato i propri doveri e, come Chiesa, dobbiamo vedere cosa possiamo fare per aiutarli”, ha affermato il Vescovo.<br /><br />Come riporta ACI Africa, Mons. Musengamana si era recato in precedenza nel centro di riabilitazione per giovani di Nyagatare. Descrivendo la sua visita, il Vescovo si è interrogato sulle difficoltà affrontate dai ragazzi accolti nelle strutture.<br /><br />“Quando consideriamo le sfide che i giovani si trovano ad affrontare, a cominciare da quelli che abbiamo incontrato, parliamo di essere testimoni di speranza; come si può avere speranza a 14 anni, nel pieno della propria vita, per poi trascorrere 15 anni in un centro di riabilitazione?”.<br /><br />Un ulteriore dramma riguarda i figli delle ragazze tossicodipendenti accolte nei centri. “Il valore di un neonato supera di gran lunga gli errori commessi da sua madre; è meglio evitare che passi 15 anni in un centro di riabilitazione accanto a una madre che ha commesso degli errori. Su questo punto, chiedo con forza che ci si adoperi per difendere questi bambini e capire cosa si dovrebbe fare”, ha sostenuto il Vescovo di Byumba.<br /><br />I numeri restituiscono la dimensione del problema. Secondo Fred Mufurukye, direttore del National Rehabilitation Service , nel giugno 2025 i quattro centri di riabilitazione del Ruanda ospitavano 6.215 persone dipendenti da diverse tipologie di droghe, oltre a 2.721 persone con una dipendenza dall’alcol tale da non consentire loro di svolgere altre attività.<br /><br />Mufurukye ha inoltre riferito che 521 studenti sono stati espulsi da scuola per ubriachezza, mentre 776 hanno abbandonato gli studi a causa dell’uso di droghe. Altre 861 persone hanno perso il lavoro a causa dell’abuso di alcol e 846 non sono più in grado di lavorare a causa della tossicodipendenza.<br /><br />Le conseguenze si ripercuotono anche sulle famiglie: 243 coppie si sono separate a causa della droga, mentre 159 famiglie si sono disgregate a causa dell’abuso di alcol.<br /><br />Il Ruanda svolge un ruolo marginale nei mercati globali della droga, ma sta emergendo come punto di transito terrestre per l’eroina proveniente dal Kenya e dalla Tanzania e, soprattutto, per la cannabis. Contrabbandata dalla Repubblica Democratica del Congo, dall’Uganda o dalla Tanzania, quest’ultima è la sostanza psicotropa maggiormente utilizzata dai giovani ruandesi.<br /><br />È anche alla luce di questi dati che risuona l’appello di Mons. Musengamana: «Combattiamola. Combattiamola insieme». Una sfida che, nelle parole del Vescovo, non riguarda soltanto chi fa uso di droghe, ma interpella le famiglie, le istituzioni e la Chiesa, chiamate insieme a restituire ai giovani una prospettiva di speranza. <br />Thu, 27 Aug 2026 11:34:19 +0200ASIA/NEPAL - Devastanti inondazioni, padre Bogati: “Il peggior disastro nella storia del Paese”https://fides.org/it/news/78093-ASIA_NEPAL_Devastanti_inondazioni_padre_Bogati_Il_peggior_disastro_nella_storia_del_Paesehttps://fides.org/it/news/78093-ASIA_NEPAL_Devastanti_inondazioni_padre_Bogati_Il_peggior_disastro_nella_storia_del_PaeseKathmandu - “È il peggior disastro nella storia del Paese. È stato terribile. Un’alluvione proveniente da monte, e diretta con violenza verso valle, ha travolto ogni cosa: persone, case, ponti, strutture. Villaggi, mercati e strade sono stati spazzati via. È una grave ferita per la nazione”: è quanto dice all’Agenzia Fides padre Silas Bogati, Amministratore apostolico del Vicariato del Nepal, all’indomani delle inondazioni che hanno interessato il confine tra Nepal e Tibet ieri, 26 agosto.<br />Le devastanti masse d’acqua sono state provocate da un "collasso glaciale", con il crollo di ghiaccio e rocce nell’Himalaya. Il materiale ha bloccato temporaneamente il fiume Bhote Koshi, formando una diga naturale che ha poi ceduto, provocando una violenta ondata di fango, acqua e detriti verso valle, che ha attraversato i distretti nepalesi di Rasuwa e Nuwakot e raggiunto anche aree più a valle, come Chitwan. Sul versante cinese, l’ondata ha colpito la contea di Gyirong, in Tibet, compresa la zona della frontiera di Gyirong Port. Come hanno chiarito gli esperti, il segnale sismico avvertito inizialmente non era riconducibile a un terremoto, ma era stato generato dal crollo glaciale e dalla conseguente colata di detriti.<br />“Siamo attoniti. Preghiamo per tutti i dispersi e i deceduti. Il mio cuore è vicino a coloro che soffrono a causa di questa catastrofe. Abbiamo circa 25 famiglie cattoliche nella zona del disastro; sembra siano al sicuro, ma siamo molto preoccupati per loro. Le affidiamo a Dio, preghiamo per la loro incolumità e faremo di tutto per aiutarle”, aggiunge il responsabile della piccola comunità cattolica locale. Inoltre, racconta, “un sacerdote del Vicariato, padre James Britto, era andato a celebrare la Messa dall’altra parte del fiume ed è rimasto bloccato: il ponte è stato travolto”.<br />Secondo i dati ufficiali, il primo bilancio è di 165 morti confermati in Nepal e 3 in Tibet, ma le autorità nepalesi si aspettano un ulteriore aumento con il proseguire delle ricerche. I dispersi sono quasi 1.500 tra Nepal e Tibet, di cui quasi 800 stranieri. L'Amministratore apostolico rileva: “Ci sono nepalesi, ma anche stranieri e turisti che si trovavano in questi luoghi per un’escursione: si tratta di un percorso di pellegrinaggio verso il Mansarovar, un luogo sacro induista che è anche un sentiero per escursionisti e trekker”.<br />“Il governo - informa il sacerdote - ha messo in moto la macchina dei soccorsi, ha dichiarato l’emergenza, offre cure gratuite e ha iniziato a trasferire le persone rimaste bloccate verso luoghi sicuri. È la seconda volta che si verifica un disastro di questo tipo in quella zona, ma questa volta è di proporzioni enormi”, osserva.<br />P. Bogati riferisce inoltre che “anche la Caritas, la nostra piccola organizzazione, si metterà in gioco e lancerà un appello ai partner in tutto il mondo; faremo la nostra parte”, assicura. Catholic Relief Services , organizzazione cattolica statunitense, si è già attivata per fornire aiuti, tra cui beni di prima necessità e servizi igienici. Altre organizzazioni di aiuto legate a Chiese protestanti hanno avviato un primo intervento di assistenza umanitaria, con la distribuzione di pacchi alimentari, kit di primo soccorso e tende nelle zone colpite.<br />La comunità cattolica in Nepal conta quasi 9.400 fedeli e, con 13 parrocchie, quattro delle quali nella capitale Kathmandu e nove nel resto del Nepal, è impegnata nella missione educativa, sociale e pastorale in tutto il Paese.<br /> <br />Thu, 27 Aug 2026 10:11:19 +0200AFRICA/ZAMBIA - Si aggrava la crisi post-elettoralehttps://fides.org/it/news/78092-AFRICA_ZAMBIA_Si_aggrava_la_crisi_post_elettoralehttps://fides.org/it/news/78092-AFRICA_ZAMBIA_Si_aggrava_la_crisi_post_elettoraleLusaka – Si complica la crisi post-elettorale in Zambia, dopo la scadenza del termine per presentare ricorso contro la vittoria del presidente Hakainde Hichilema alle elezioni del 13 agosto , senza che l’opposizione sia riuscita a depositare fisicamente il ricorso presso la Corte Suprema. Le varie sedi dell’Alta Corte, infatti, sono state chiuse in base a una direttiva governativa . Gli edifici sono stati transennati e circondati dalla polizia, mentre una circolare amministrativa della magistratura ha intimato al personale di non presentarsi al lavoro. <br />La chiusura delle sedi giudiziarie ha coinciso con l’ultimo giorno del termine costituzionale di sette giorni previsto per la presentazione di un ricorso relativo alle elezioni presidenziali successive alle elezioni generali del 13 agosto.<br /><br />Gli avvocati dell’opposizione hanno tentato, all’ultimo momento, di trasmettere via e-mail al presidente della Corte Suprema i documenti relativi al ricorso. Il presidente ha confermato di aver ricevuto l’e-mail e la relativa documentazione. Pur definendo altamente irregolare la modalità di trasmissione, ha esercitato i propri poteri amministrativi deferendo i documenti alla Corte Costituzionale, affinché valutasse se la petizione potesse essere considerata regolarmente presentata.<br /><br />L’ufficio del presidente Hichilema, tuttavia, ha diffuso un comunicato nel quale si afferma che gli organi giudiziari non hanno ricevuto alcun ricorso e che, pertanto, la cerimonia di insediamento del presidente si terrà regolarmente il 1° settembre.<br /><br />Di fronte a questa situazione, il direttore esecutivo di Caritas Zambia, padre Gabriel Mapulanga, ha chiesto riforme costituzionali volte a rafforzare la separazione dei poteri tra esecutivo, legislativo e giudiziario. Padre Mapulanga ha definito la chiusura delle sedi dell’Alta Corte un episodio deplorevole, sottolineando che un provvedimento di questo genere non dovrebbe essere adottato in una democrazia senza una chiara comunicazione pubblica.<br /><br />Se le chiusure fossero state effettivamente motivate da problemi di sicurezza, come sostenuto dalla polizia, le autorità avrebbero dovuto informare tempestivamente il pubblico e le parti interessate, indicando modalità o date alternative per la presentazione dei documenti. Il direttore esecutivo di Caritas Zambia ha inoltre esortato le organizzazioni della società civile a impegnarsi con determinazione per promuovere riforme in grado di garantire meglio l’indipendenza dei tre poteri dello Stato. <br />Wed, 26 Aug 2026 12:21:57 +0200AFRICA/GHANA - Il Presidente dei Vescovi ripropone l'insegnamento della Chiesa cattolica sul culto delle reliquie: “Non è adorazione, ma venerazione”https://fides.org/it/news/78089-AFRICA_GHANA_Il_Presidente_dei_Vescovi_ripropone_l_insegnamento_della_Chiesa_cattolica_sul_culto_delle_reliquie_Non_e_adorazione_ma_venerazionehttps://fides.org/it/news/78089-AFRICA_GHANA_Il_Presidente_dei_Vescovi_ripropone_l_insegnamento_della_Chiesa_cattolica_sul_culto_delle_reliquie_Non_e_adorazione_ma_venerazioneAccra – “Incoronare la reliquia di Sant'Agata significa proclamare che una donna rimasta fedele a Cristo fino alla morte ora partecipa alla sua vittoria. È un atto di venerazione, non di adorazione”. Lo afferma Matthew Kwasi Gyamfi, Vescovo di Sunyani e Presidente della Conferenza Episcopale del Ghana, nella lettera pastorale con la quale chiarisce il significato della cerimonia di incoronazione della reliquia del teschio di Sant'Agata a Catania, in Sicilia.<br /><br />Il 17 agosto 2026 a Catania ha segnato l’apice dell’Anno Agatino, con le celebrazioni straordinarie per il IX centenario della traslazione delle reliquie di Sant’Agata . <br />Il Cardinale Legato pontificio Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano, insieme al clero locale, tra cui l'Arcivescovo Luigi Renna, ha esposto pubblicamente, incoronato e baciato il teschio della santa: una reliquia di prima classe, tradizionalmente conservata in un reliquiario a forma di busto in argento dorato del XIV secolo, recentemente sottoposto a restauro.<br /><br />Il video della cerimonia ha avuto ampia diffusione sui social media e su altre piattaforme in Ghana e tra la diaspora. Molti ghaniani non cattolici, soprattutto pentecostali e protestanti, si sono sentiti a disagio e hanno formulato accuse di idolatria, stregoneria o paganesimo. Reazioni rafforzate dal contesto culturale locale, nel quale teschi e ossa umane compaiono talvolta in pratiche rituali legate al juju o in episodi di cronaca nera. Da qui commenti del tipo: “Se questo fosse successo con un prete nero o nella religione tradizionale ghaniana, sarebbe stata chiamata stregoneria”.<br /><br />Il Vescovo Gyamfi coglie questi sentimenti quando afferma che “questo video ha turbato molti fedeli. Per la maggior parte, il disagio non è derivato solo dalla vista di un teschio umano maneggiato ed esposto; ha richiamato alla mente la negromanzia e l'occultismo, il tentativo di comunicare con i morti o di ricercare un potere soprannaturale nascosto attraverso rituali, al di fuori del culto di Dio”. Si tratta di pratiche, sottolinea il Vescovo, condannate dalla Chiesa cattolica sulla base delle Sacre Scritture.<br /><br />Per questo, il Presidente della Conferenza Episcopale del Ghana richiama la dottrina della Chiesa sul vero significato della venerazione delle reliquie dei santi. “Una reliquia non è una curiosità, ma un legame tangibile con una vita di santità”, afferma. “Sant'Agata, vergine e martire del III secolo, onorata nel Canone Romano della Messa, è venerata attraverso il suo cranio, una reliquia di prima classe, perché la Chiesa considera sacro il corpo umano, creato da Dio e destinato alla risurrezione”.<br /><br />“Il Concilio di Trento ha insegnato che i corpi dei martiri, un tempo templi dello Spirito Santo, devono essere onorati dai fedeli. Questo onore non si ferma all'osso stesso, ma si estende alla santa e, in ultima analisi, a Dio, fonte della sua santità”, sottolinea Mons. Gyamfi.<br /><br />“Quando i fedeli si inginocchiano davanti a una reliquia, la baciano o partecipano a una processione con essa, non stanno adorando l'oggetto in sé, bensì onorano il santo di cui custodisce le spoglie, proprio come si bacia la fotografia di una persona cara scomparsa, non perché la carta rappresenti la persona stessa, ma perché esprime affetto verso colui che essa rappresenta”, continua il Vescovo.<br /><br />Il Vescovo Gyamfi sottolinea inoltre che “nulla in questo atto mira a evocare uno spirito o a estrarre conoscenze nascoste, come fanno la negromanzia e l'occultismo. La preghiera rivolta a un santo è una richiesta di intercessione presso Dio, non diversa, nella sua natura, dal chiedere a un altro cristiano di pregare per noi”.<br /><br />“Invochiamo su di voi l'intercessione di Sant'Agata e vi impartiamo la nostra benedizione episcopale”, conclude il Presidente della Conferenza Episcopale del Ghana. <br />Wed, 26 Aug 2026 10:59:00 +0200ASIA/MYANMAR - La speranza fiorisce nel tempo della prova: nella Chiesa birmana nuovi sacerdoti, diaconi, religiose e un Vescovohttps://fides.org/it/news/78088-ASIA_MYANMAR_La_speranza_fiorisce_nel_tempo_della_prova_nella_Chiesa_birmana_nuovi_sacerdoti_diaconi_religiose_e_un_Vescovohttps://fides.org/it/news/78088-ASIA_MYANMAR_La_speranza_fiorisce_nel_tempo_della_prova_nella_Chiesa_birmana_nuovi_sacerdoti_diaconi_religiose_e_un_VescovoYangon - La tribolazione e la precarietà non spengono la speranza nella comunità cattolica birmana. Mentre il Paese attraversa una stagione segnata dal conflitto, dagli sfollamenti, dalla povertà e dall'incertezza, nella Chiesa cattolica continuano a crescere nuove vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata. Nelle diocesi e nelle comunità religiose, nel mese di agosto, si sono susseguite celebrazioni che hanno il sapore di una promessa: tre nuovi sacerdoti, quattro nuovi diaconi, due giovani donne consacrate nella vita religiosa e un nuovo Vescovo coadiutore. «Sono segni concreti di una Chiesa che, anche nella precarietà e nella sofferenza, guarda al futuro confidando nel Signore, e continua ad annunciare e testimoniare la speranza», rimarca all'Agenzia Fides Bernardino Ne Ne, nuovo Vescovo coadiutore di Taungoo, in passato Direttore nazionale delle Pontificie Opere Missionarie in Myanmar.<br /><br />Il 14 agosto, nel Noviziato salesiano di Nazareth a Pyin Oo Lwin, nell'arcidiocesi di Mandalay, due diaconi sono diventati sacerdoti. Padre John Phyo Thura Aung SDB e padre Freymoe Win SDB hanno ricevuto l'ordinazione presbiterale dalle mani del cardinale Charles Maung Bo, Arcivescovo di Yangon, in una giornata di gioia, gratitudine e speranza per il futuro della Chiesa in Myanmar.Nell'omelia, il cardinale Bo ha ricordato ai due nuovi sacerdoti che il sacerdozio è una chiamata ricevuta da Dio, citando il passo evangelico in cui Cristo dice: «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi». Il cardinale ha dato ai giovani sacerdoti una consegna che, in un Paese attraversato da divisioni e ferite, assume un significato particolare: essere «ponti, non muri», soprattutto accanto ai giovani.<br /><br />Il giorno successivo, 15 agosto, la Chiesa di Yangon, arcidiocesi metropolitana, ha accolto un altro sacerdote: padre Stephen Aung Zay Zey Ya Moe, OSM, ordinato nella chiesa di San Francesco Saverio a Thanlyin dal Vescovo ausiliare Raymond Wai Lin Htun. La sua storia attraversa il Myanmar, l'India e Roma: ingresso tra i Servi di Maria nel 2012, formazione in India, studi teologici e di mariologia a Roma, la professione perpetua e infine il sacerdozio. «Il sacerdote non appartiene a se stesso, ma alla Chiesa universale. È chiamato a essere segno di unità e di speranza», ha rimarcato il Vescovo, ricordando la missione di «andare incontro alle persone, consolare chi soffre, incoraggiare gli scoraggiati e promuovere pace e unità».<br /><br />La speranza prende forma anche nella diocesi di Hakha, nell'estremo Nord-ovest del paese, dove, il 4 agosto, festa di san Giovanni Maria Vianney, patrono dei sacerdoti diocesani, quattro candidati sono stati ordinati diaconi nella cattedrale di San Giuseppe: due diocesani, due Missionari della Piccola Via di Santa Teresa, famiglia religiosa che si ispira a Santa Teresa di Lisieux. Nella celebrazione, alla presenza di oltre 500 fedeli, il Vescovo Lucius Hre Kung ha ricordato che la santità non si misura con l'eccellenza accademica, ma con l'amore per Dio, l'umiltà e lo zelo per la salvezza delle anime: «Potremmo non eccellere negli studi – ha detto – ma ciò di cui abbiamo bisogno è possedere le virtù di San Giovanni Maria Vianney: amore per i fedeli e zelo per la loro salvezza». Per i nuovi diaconi, questo significa entrare in una comunità fatta di persone che attendono conforto spirituale, aiuto, vicinanza concreta. Per i missionari della Piccola Via di Santa Teresa, inoltre, l'ordinazione è un passo ulteriore di una presenza missionaria che continua a crescere nella diocesi: è infatti la seconda volta che membri della comunità vengono ordinati diaconi a Hakha.<br /><br />La vitalità della Chiesa birmana si intravede anche nella vita consacrata femminile: l'apporto pastorale e caritativo delle congregazioni religiose femminili risulta oggi decisivo in tutte le comunità diocesane. L'11 agosto, nella chiesa dei Santi Pietro e Paolo a Nanthagone, a Insein, nell'arcidiocesi di Yangon, due giovani donne hanno emesso i primi voti come Suore di San Vincenzo de' Paoli: suor Maria Lydwine Hkawn Bu, della diocesi di Myitkyina, e suor Maria Ephrem Eugenie, della diocesi di Loikaw. Davanti alla comunità hanno pronunciato i voti di castità, povertà e obbedienza, scegliendo di seguire Cristo attraverso la vita consacrata e il servizio. Il Vescovo Raymond Wai Lin Htun ha ricordato loro che la vita religiosa è «una testimonianza visibile del Regno di Dio» e che, in un tempo in cui anche i rapporti familiari e sociali possono essere segnati da divisioni e difficoltà, «la vita comunitaria è chiamata a diventare luogo di amore, perdono e condivisione». La loro missione è legata al carisma di san Vincenzo de' Paoli, ed è dunque al servizio dei poveri, dei malati, dei deboli e degli anziani. In un Myanmar segnato oggi da difficoltà economiche e sociali, la consacrazione di queste due giovani donne esprime la disponibilità concreta a stare accanto alle persone più vulnerabili.<br /><br />Vi è stata, inoltre, un'altra celebrazione molto significativa per la Chiesa locale: il 6 agosto, festa della Trasfigurazione del Signore, nella cattedrale del Sacro Cuore di Taungoo, città nel centro del Paese, don Bernardino Ne Ne è stato consacrato come vescovo coadiutore della diocesi di Taungoo. La celebrazione è stata presieduta dal cardinale Charles Bo, con l'Arcivescovo Basilio Athai e il Vescovo Celso Ba Shwe come co-consacranti. <br />L'episodio evangelico della Trasfigurazione ha offerto la chiave per leggere questo momento della Chiesa in Myanmar: il Cardinale Bo ha ricordato che la luce della Trasfigurazione fu donata ai discepoli prima della Passione, per prepararli ad affrontare la sofferenza. Oggi, ha osservato, «il popolo del Myanmar attraversa una vera e propria valle di lacrime», tra povertà, sfollamenti, conflitto e incertezza. Ma «la luce di Cristo continua a brillare nelle tenebre», ha aggiunto. Al nuovo Vescovo è stato chiesto di rendere visibile quella luce attraverso la vicinanza alle persone, nella missione di consolare i feriti, riconciliare comunità divise, incoraggiare chi vive nella paura, stare accanto ai poveri e ai migranti. «Il Vescovo testimonia e porta la luce di Cristo, non la propria», ha ricordato il Cardinale Bo. Anche Andrea Ferrante, rappresentante pontificio in Myanmar, ha invitato il nuovo Pastore «a rendere visibile l'amore di Dio e a portare la sua pace con coraggio, gioia e umiltà».<br />Il motto episcopale scelto dal Vescovo Bernardino, "Magnificat anima mea", si inserisce in questa stessa prospettiva: «Sono venuto in questa diocesi per camminare con il popolo di Dio sulle orme di Cristo», ha detto, chiedendo preghiere, incoraggiamento, pazienza e comprensione, e invitando i fedeli a «camminare insieme con fede, speranza e carità».<br /> Wed, 26 Aug 2026 08:57:54 +0200ASIA/CINA - Nei loro ritiri spirituali, sacerdoti e suore cinesi offrono preghiera e digiuno per i malati e studiano l’Enciclica “Magnifica humanitas”https://fides.org/it/news/78090-ASIA_CINA_Nei_loro_ritiri_spirituali_sacerdoti_e_suore_cinesi_offrono_preghiera_e_digiuno_per_i_malati_e_studiano_l_Enciclica_Magnifica_humanitashttps://fides.org/it/news/78090-ASIA_CINA_Nei_loro_ritiri_spirituali_sacerdoti_e_suore_cinesi_offrono_preghiera_e_digiuno_per_i_malati_e_studiano_l_Enciclica_Magnifica_humanitasPechino – “Ritirarsi nel deserto per incontrare il Signore”, è il tema del ritiro spirituale annuale del clero e dei religiosi della Diocesi di Xi’an, svolto dal 16 al 21 agosto presso il Centro di formazione di Yuantou a Lintong. <br />Il ritiro spirituale è stato guidato da don John Baptist Zhang, fondatore dell’opera caritativa e di comunicazione ecclesiale cinese Xinde, e ha aiutato i sacerdoti e il personale ecclesiastico a mettere temporaneamente da parte le attività pastorali quotidiane, per dedicarsi maggiormente alla vita spirituale. <br /><br />Nel silenzio e nella preghiera, i partecipanti sono stati guidati a riflettere sul proprio rapporto personale con Dio, a fare esperienza della Sua presenza, ad ascoltare la Sua voce e ad approfondire ulteriormente la propria comunione con Lui. Inoltre, hanno riflettuto sul proprio percorso di rinnovata “conversione”, e sulla chiamata a rinnovare le promesse fatte al momento dell’ordinazione sacerdotale davanti al vescovo e alla comunità ecclesiale. Il Vescovo Antonio Dang Mingyan ha partecipato il ritiro. <br />È stata particolarmente commovente la giornata di digiuno e preghiera di venerdì 21 agosto. Ad eccezione di alcuni confratelli malati, quasi tutti i sacerdoti e religiosi partecipanti al ritiro hanno aderito unanimemente all’iniziativa del Vescovo Antonio Dang per una speciale intenzione. Con la rinuncia, il digiuno e una fervente preghiera di intercessione, in modo particolare per il vescovo Paolo, hanno espresso la loro fraternità e comunione nel Signore, offrendo una testimonianza di fede come membra dello stesso Corpo in Cristo. Inoltre, i sacerdoti che spesso sono impegnati nel proprio ministero e attività pastorali, hanno riscoperto di non essere soli; la fraternità in Cristo è sempre con loro. <br />Anche nella provincia dello Zhejiang, la Diocesi di Taizhou ha organizzato il ritiro spirituale annuale dei sacerdoti per approfondire la spiritualità rafforzando la consapevolezza della loro vocazione. Dal 26 al 31 luglio, in sei giorni, don Fang Buke del Seminario di Sheshan di Shanghai ha condiviso le sue riflessioni volte a “Conoscere più profondamente il vero Gesù Cristo”. Nell’ultima giornata ha presentato l’enciclica Magnifica humanitas, recentemente promulgata da Papa Leone XIV. <br />Non solo i sacerdoti, anche molte suore nel mese di agosto hanno vissuto tempi di distacco dalle occupazioni della loro vita ordinaria. La Congregazione delle Ancelle del Sacro Cuore di Maria della Diocesi di Baotou ha organizzato una tre giorni di formazione sulla maturità umana e spirituale dal 21 al 23 agosto, riattingendo alle sorgenti che alimentano la propria fede.<br />Dopo tre giorni di ritiro sul tema della vocazione dal 19 al 22 agosto, la Congregazione della Presentazione di Maria della provincia di Anhui ha preso parte al rinnovo dei voti delle consorelle. Tutte hanno potuto raccogliersi interiormente e purificare il cuore, riassaporando la chiamata di Dio. <br />Wed, 26 Aug 2026 11:49:12 +0200AMERICA/HAITI - Massacro a Kenscoff: almeno 47 vittimehttps://fides.org/it/news/78087-AMERICA_HAITI_Massacro_a_Kenscoff_almeno_47_vittimehttps://fides.org/it/news/78087-AMERICA_HAITI_Massacro_a_Kenscoff_almeno_47_vittimePort-au-Prince - Sono almeno 47 le vittime del massacro commesso nella notte tra il 23 e il 24 agosto a Kenscoff, località collinare che sovrasta Port-au-Prince, la capitale di Haiti. Nell’assalto, compiuto da una delle bande criminali che imperversano nel Paese, sono rimaste ferite almeno 22 persone. I banditi hanno inoltre incendiato decine di abitazioni.<br /><br />Tra gli edifici distrutti dalle fiamme c’è anche un luogo di culto della Chiesa dell’Arca della Nuova Alleanza, situato nel centro della città, nei pressi del cimitero comunale. Sono state date alle fiamme anche alcune abitazioni vicine al municipio e alla stazione di polizia. Nell’attacco sono stati uccisi anche alcuni animali, tra cui dei cavalli.<br /><br />Secondo alcune testimonianze, prima di ritirarsi i banditi avrebbero preso alcuni ostaggi. Diverse famiglie hanno abbandonato Kenscoff per sfuggire alla violenza.<br /><br />La Chiesa dell’Arca della Nuova Alleanza, conosciuta anche come Arca dell’Alleanza, è una Chiesa cristiana evangelica fondata nel 1974 e guidata dal vescovo Renelus Maxime. Conta circa 535 membri e rappresenta la comunità principale di una rete di circa 14 comunità presenti nelle aree rurali di Haiti. L’organizzazione collabora inoltre con realtà umanitarie, tra cui Chances For Children, in programmi di alimentazione, cliniche mediche mobili, formazione pastorale e ristrutturazione delle infrastrutture.<br /><br />Dall’inizio del 2025, Kenscoff è stata teatro di ripetuti attacchi da parte delle bande criminali, in particolare della coalizione Viv Ansanm. La Chiesa dell’Arca della Nuova Alleanza aveva offerto rifugio agli sfollati della zona, prima di essere anch’essa distrutta nell’attacco del 24 agosto, l’ultimo di una serie di violenze che ha colpito diversi comuni dell’area di Port-au-Prince.<br /><br />La crescente insicurezza che affligge Haiti, dove circa un milione e mezzo di persone sono sfollate interne, mette inoltre a rischio la tenuta del primo turno delle elezioni presidenziali e legislative e del referendum costituzionale, previsti per il 13 dicembre. <br />Tue, 25 Aug 2026 15:47:26 +0200Giovanni Paolo I, l’attualità del suo magistero missionario nei sei “vogliamo” del pontificatohttps://fides.org/it/news/78086-Giovanni_Paolo_I_l_attualita_del_suo_magistero_missionario_nei_sei_vogliamo_del_pontificatohttps://fides.org/it/news/78086-Giovanni_Paolo_I_l_attualita_del_suo_magistero_missionario_nei_sei_vogliamo_del_pontificatodi Marie-Lucile Kubacki<br /><br />Città del Vaticano – Il 26 agosto 1978, Albino Luciani veniva eletto Papa, assumendo il nome di Giovanni Paolo I. Il suo pontificato sarebbe durato soltanto 34 giorni, ma già nel Radio Messaggio "Urbi et Orbi" del 27 agosto, un discorso programmatico rilasciato il giorno successivo all'elezione, il nuovo Pontefice delinea con chiarezza le linee programmatiche del suo pontificato. Una priorità è l'evangelizzazione nella missione ecclesiale : "Vogliamo ricordare alla Chiesa intera che il suo primo dovere resta quello dell'evangelizzazione", afferma il Papa, richiamando esplicitamente l'esortazione apostolica Evangelii nuntiandi di Paolo VI. La Chiesa, aggiunge, "animata dalla fede, nutrita dalla Parola di Dio, e sorretta dal celeste alimento dell'Eucaristia", deve "studiare ogni via, cercare ogni mezzo, 'opportune importune', per seminare il Verbo, per proclamare il messaggio, per annunciare la salvezza." <br /><br />Nel Radiomessaggio, Giovanni Paolo I annunciò la volontà di proseguire l’eredità del Concilio Vaticano II e dei suoi predecessori, scandendo il proprio programma in sei “vogliamo”: attuare il Concilio; custodire la “grande disciplina” della Chiesa; porre l’evangelizzazione al primo posto; proseguire l’impegno ecumenico; coltivare un dialogo sereno e costruttivo; favorire quanto può “tutelare e incrementare la pace nel mondo turbato”. Nel Radiomessaggio il Papa insieme agli altri vogliamo indicava una Chiesa chiamata a «perseguire senza intermissione l’eredità del Concilio Vaticano II». <br /><br />Una riflessione molto radicata nella Tradizione della Chiesa, e per questo molto attuale. « Aveva infatti assimilato già nella sua formazione sacerdotale quella visione, cara ai Padri del primo millennio della Chiesa come mysterium lunae: una Chiesa cioè che non brilla di luce propria, ma di luce riflessa; che non è proprietà degli uomini di Chiesa, ma Christi lumini. «Fulget Ecclesia non suo sed Christi lumine» che, al pari di Paolo VI, aveva ripreso da Sant’Ambrogio. Immagine della natura ecclesiale e dell’agire ad essa conveniente che aveva irrigato diffusamente i documenti del Concilio Vaticano II e che era divenuta decisiva e feconda nell’agire pastorale di Albino Luciani, già molto tempo prima di essere elevato al Soglio di Pietro », scrive Stefania Falasca, studiosa di Giovanni Paolo I, postulatrice de la causa e vicepresidente della Fondazione Vaticana Giovanni Paolo, in un articolo pubblicato su L’Osservatore Romano del 25 agosto.<br /><br />La centralità dell’attenzione alla missione aveva segnato già il suo ministero di vescovo di Vittorio Veneto e di Patriarca di Venezia, come è stato evidenziato anche in un saggio del professor Roberto Morozzo della Rocca pubblicato nel 2009 e intitolato "L'orizzonte missionario di Albino Luciani". <br /><br />Per il Papa, l'annuncio non è affidato soltanto a specialisti o a strutture ecclesiali. Giovanni Paolo I parla infatti di "tutti i figli della Chiesa", chiamati a essere "instancabili missionari del Vangelo", affinché sorga "una nuova fioritura di santità e di rinnovamento" in un mondo "assetato di amore e di verità." Ai fedeli il Papa chiede di non uniformarsi "ai gusti e ai costumi del mondo" e neppure "ai titillamenti del facile applauso", ma di essere pronti a rendere ragione della speranza che è in loro. La Chiesa, prosegue, è chiamata a offrire al mondo quel "supplemento d'anima" di cui esso ha bisogno, in un tempo nel quale il progresso tecnico rischia di ridurre "la terra a un deserto, la persona a un automa, la convivenza fraterna a una collettivizzazione pianificata." Rivolgendosi ai missionari, saluta "tutta la Chiesa missionaria" e gli uomini e le donne che operano "sugli avamposti della evangelizzazione."<br /><br />Un mese dopo, il 28 settembre 1978, nel discorso a un gruppo di vescovi delle Filippine in visita ad limina, precisa ancora il suo pensiero. "Tra i diritti dei fedeli, uno dei più importanti è il diritto di ricevere la Parola di Dio in tutta la sua integrità e purezza, con tutte le sue esigenze e la sua forza", dice. Ai battezzati deve essere offerta la Parola di Dio "in tutta la sua integrità e purezza". Il Papa sottolinea che "una grande sfida dei nostri giorni è la piena evangelizzazione di tutti coloro che sono stati battezzati". L'evangelizzazione, dice ancora il Pontefice, comporta un insegnamento esplicito riguardo al nome di Gesù, alla sua identità, al suo insegnamento, al suo Regno e alle sue promesse", tra queste, "la sua promessa principale è la vita eterna." Riconosce, "la grande vocazione delle Filippine" ad essere "la luce di Cristo nell'Estremo Oriente", chiamate a proclamare "la sua verità, il suo amore, la sua giustizia e la salvezza con la parola e con l'esempio" ai popoli dell'Asia. <br /> <br />Già dopo il viaggio in Burundi del 1966, Luciani aveva mostrato uno sguardo concreto sull'incontro tra Vangelo e culture. Riconosceva il valore decisivo del clero locale, chiamato a guidare Chiese radicate nella lingua, nella storia e nella mentalità dei propri popoli, e chiedeva ai missionari di operare con umiltà al suo servizio. Ma respingeva le contrapposizioni ideologiche tra missionari "stranieri" e Chiese autoctone: "C'è lavoro per tutti", scriveva, richiamando il criterio paolino: "Dummodo Christus annuntietur", purché Cristo sia annunciato<br /> <br />Davanti ai vescovi filippini, definisce ancora Radio Veritas "uno strumento privilegiato" per proclamare, insieme a tutta la Chiesa, "che Gesù Cristo è il Figlio di Dio e il Salvatore del mondo. Papa Giovanni Paolo I è infatti molto attento allo sviluppo dei mezzi di comunicazione. Nel Discorso ai rappresentanti della stampa internazionale del 1° settembre 1978 promette una collaborazione "franca, onesta ed efficace" con gli strumenti della comunicazione sociale, senza tacere i rischi di "massificazione e di livellamento" per l'interiorità della persona e la sua capacità di giudizio. Ai giornalisti chiede in anzitutto di presentare la Chiesa "con amore della verità e con rispetto della dignità umana", poi di "commentare, talvolta, il Nostro umile ministero", "con amore della verità e con rispetto della dignità umana, perché tale è lo scopo di ogni comunicazione sociale", ma mette la Chiesa per prima. <br /> <br />Il 4 settembre 1978, rivolgendosi alle Missioni Speciali presenti in occasione dell'inizio del suo pontificato, spiega: "Ci impegneremo a svolgere questo servizio utilizzando un linguaggio semplice, chiaro e sicuro". La Chiesa, ricorda ai vescovi filippini, è irrevocabilmente impegnata ad alleviare la povertà e i bisogni materiali; ma la sua carità pastorale rimarrebbe incompleta se non indicasse anche i "bisogni superiori" dell'umanità. <br /><br />Nel testo della biografia "Io sono la polvere. Biografia ex documentis", il percorso di Giovanni Paolo I mostra inoltre come egli avesse già affrontato, da Patriarca di Venezia, il rapporto tra evangelizzazione e promozione umana, difendendo il primato dell'annuncio cristiano senza separarlo dalla responsabilità verso i bisogni concreti degli uomini. <br /><br />Sull’Osservatore Romano, Stefania Falasca ricorda che Giovanni Paolo I ribadiva come il Papa e la Santa Sede non disponessero di “soluzioni miracolistiche per i grandi problemi mondiali”, ma potessero “tuttavia dare qualcosa di molto prezioso: uno spirito che aiuti a sciogliere questi problemi e li collochi nella dimensione essenziale, quella dell’apertura ai valori della carità universale”. Per Luciani, il sostegno alla costruzione di una pace possibile, inseparabile dalla missione propria della Chiesa, fu il filo conduttore dell’intero, breve pontificato.<br /><br />La rilettura dei sei “vogliamo” e della loro attualità sarà al centro del convegno internazionale di studi “Giovanni Paolo I: Iustitia et Pax. Tutelare e incrementare la pace in questo mondo turbato”, in programma il 13 ottobre 2026 alla Pontificia Università Gregoriana. <br /><br />La Fondazione, istituita per custodire e valorizzare il patrimonio documentario di Luciani, si propone oggi come punto di riferimento internazionale per gli studi e la ricerca condotti alla luce delle fonti sul suo magistero e sul suo percorso ecclesiale. Le fonti archivistiche oggi acquisite e disponibili, frutto della ricerca "omnino plena" sostenuta per oltre un decennio dalla Causa di canonizzazione di Albino Luciani-Giovanni Paolo I e raccolta dal 2020 dalla Fondazione Vaticana Giovanni Paolo I, «hanno aperto una nuova pagina nella storiografia», scrive Stefania Falasca su L’Osservatore Romano. Esse permettono, aggiunge, di illuminare «la genesi di un progetto di governo pontificio» e di restituire con maggiore precisione insegnamenti e memoria di Giovanni Paolo I. « Attraverso le Giornate di Studio promosse dalla Fondazione in collaborazione con Pontificia Università Gregoriana dedicate alle fonti del Magistero di Giovanni Paolo I, la Fondazione ha proseguito l’attività scientifica di studi concentrandosi proprio sui sei 'volumus' del programma di pontificato di papa Luciani, a ognuno dei quali intende dedicare, negli anni, un convegno di studi», spiega la vicepresidente della Fondazione.<br /><br />Promosso dalla Fondazione Vaticana Giovanni Paolo I, con la collaborazione dalla Pontificia Università Gregoriana e dal Pontificio comitato delle scienze storiche, il convegno del prossimo 13 ottobre vedrà la partecipazione del cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin, Presidente della Fondazione. «Sondare il pontificato di papa Luciani come un passaggio decisivo per l’esercizio del ministero petrino - afferma Falasca - con riflessi enormi sulla vita della Chiesa, aiuta non solo a ricostruire pienamente il profilo di Giovanni Paolo I, ma a comprendere le istanze con le quali la Chiesa era ed è chiamata a misurarsi». <br />Tue, 25 Aug 2026 14:56:14 +0200AFRICA/SUDAN - La guerra in Sudan si allarga ai Paesi vicini: tensione con Ciad ed Etiopiahttps://fides.org/it/news/78085-AFRICA_SUDAN_La_guerra_in_Sudan_si_allarga_ai_Paesi_vicini_tensione_con_Ciad_ed_Etiopiahttps://fides.org/it/news/78085-AFRICA_SUDAN_La_guerra_in_Sudan_si_allarga_ai_Paesi_vicini_tensione_con_Ciad_ed_EtiopiaKhartoum – La guerra in Sudan coinvolge sempre più i Paesi vicini. Le Forze armate sudanesi , guidate dal generale Abdel Fattah al-Burhan, hanno intensificato le operazioni per interrompere le linee di rifornimento delle Forze di Supporto Rapido , guidate da Mohammed Hamdan Dagalo, detto “Hemedti”, che attraversano alcuni Paesi confinanti.<br /><br />L’episodio più grave risale al 21 agosto, quando le SAF, con l’ausilio di aerei e droni, hanno inseguito e bombardato un convoglio di veicoli delle RSF penetrato per circa 100 chilometri all’interno del territorio ciadiano.<br /><br />Gli attacchi aerei dell’aeronautica sudanese hanno preso di mira un convoglio delle RSF a sud del triangolo di confine tra Sudan, Libia e Ciad. Secondo l’esercito sudanese, il convoglio era composto da circa 200 veicoli da combattimento provenienti dai campi di Kufra, in Libia. Khartoum sostiene che esista una catena di approvvigionamento che parte dagli Emirati Arabi Uniti, passa per Bengasi e Tobruk e attraversa il confine tra Libia e Ciad fino a raggiungere il Darfur, nell’ovest del Sudan.<br /><br />In risposta, il governo di N’Djamena ha posto le proprie truppe in stato di massima allerta e ha lanciato un avvertimento alle parti belligeranti sudanesi affinché non estendano il conflitto oltre la frontiera.<br /><br />N’Djamena ha inoltre ribadito di riservarsi il diritto di difendere la propria integrità territoriale. Oltre alla rotta che, passando dalla Libia, attraversa il Ciad e raggiunge il Sudan occidentale, le autorità sudanesi affermano che ne esisterebbe un’altra che passa direttamente attraverso il territorio ciadiano. Secondo Khartoum, aerei degli Emirati Arabi Uniti farebbero scalo in almeno due aeroporti ciadiani, Amdjarass e N’Djamena, per consegnare rifornimenti destinati alle RSF, che verrebbero poi trasportati via terra nelle aree controllate dai miliziani.<br /><br />Il conflitto sudanese coinvolge ormai anche l’Etiopia, altro Paese accusato da Khartoum di sostenere le RSF o, quantomeno, di consentire l’utilizzo del proprio territorio per il rifornimento di armi. Il 23 agosto, un drone che si presume fosse stato lanciato dall’Etiopia è stato abbattuto dalle SAF nello Stato del Nilo Blu, nei pressi di Dindiro.<br /><br />Dalle immagini del relitto sembra che il drone fosse armato con una munizione miniaturizzata a guida laser di fabbricazione turca e che anche il velivolo fosse di produzione turca. Già il 23 maggio, le SAF avevano riferito di aver abbattuto un drone fabbricato in Turchia nei pressi di Ed Damazin, sostenendo che provenisse dall’Etiopia, accusata di ospitare una base dalla quale verrebbero lanciati questi mezzi .<br /><br />I droni turchi sono, del resto, ampiamente utilizzati dalle stesse SAF. Il drone caduto nel Nilo Blu sarebbe stato infatti colpito dalle forze sudanesi con un mezzo simile, anch’esso di fabbricazione turca.<br /><br />Per limitare l’estensione del conflitto, gli Stati Uniti hanno chiesto al Consiglio di sicurezza dell’Onu di estendere all’intero Sudan l’embargo sulle armi attualmente in vigore per la regione del Darfur. “Questo Consiglio dovrebbe adottare misure per limitare l’alimentazione del conflitto, soprattutto perché il supporto esterno rischia anche di trascinare gli attori regionali e i Paesi vicini ancora più a fondo nel conflitto in Sudan”, ha dichiarato l’inviato statunitense Massad Boulos nel corso della riunione del gruppo ONU incaricato di seguire la guerra sudanese.<br /><br />Boulos ha inoltre chiesto che l’embargo sulle armi includa anche i droni e che venga aumentato il numero degli esperti del gruppo incaricato di monitorare l’applicazione delle sanzioni. <br />Tue, 25 Aug 2026 11:33:43 +0200“Ricerche sulla storia del cattolicesimo in Cina”, una nuova “road map” per ripercorrere seicento anni di cattolicesimo in terra cinesehttps://fides.org/it/news/78084-Ricerche_sulla_storia_del_cattolicesimo_in_Cina_una_nuova_road_map_per_ripercorrere_seicento_anni_di_cattolicesimo_in_terra_cinesehttps://fides.org/it/news/78084-Ricerche_sulla_storia_del_cattolicesimo_in_Cina_una_nuova_road_map_per_ripercorrere_seicento_anni_di_cattolicesimo_in_terra_cinesePechino – Mentre proseguono le ordinazioni di Vescovi cattolici cinesi nominati nel quadro dell’Accordo provvisorio in vigore tra Santa Sede e Repubblica Popolare Cinese, un’opera di ampio respiro accende i riflettori proprio sulla storia e le vicende delle diocesi cattoliche in terra cinese, ripercorrendo seicento anni di itinerario del cattolicesimo in Cina, dalla dinastia Yuan fino alla metà del XX secolo. <br /><br />La nuova pubblicazione è intitolata Ricerche sulla storia del cattolicesimo in Cina. Si tratta di un’opera sistematica, frutto d della pluriennale ricerca sulla storia del cattolicesimo in Cina condotta dal professor Liu Zhiqing e dalla professoressa associata Shang Haili, dell’Università Normale di Anyang. L’opera, pubblicata dalla casa editrice “Cultura religiosa in Cina” , integra la storia delle istituzioni, la storia regionale e le biografie dei protagonisti del cammino del cattolicesimo in terra cinese, sulla base di un’ampia analisi di documenti cinesi e stranieri, annali locali, archivi e fonti ecclesiastiche originali. <br /><br />Nella prefazione, il professor Liu Zhiqing ricorda con particolare partecipazione il suo incontro e il rapporto di amicizia con Luca Tommaso Zhang Huaixin, vescovo di Weihui , grande uomo di fede e di saggezza avvenuto nel 1990, nonché l’incoraggiamento e il sostegno che lo stesso Vescovo Zhang gli ha offerto nel corso di oltre vent’anni di ricerca sulla storia del cattolicesimo in Cina. <br /><br />La nuova pubblicazione raccoglie 28 saggi, divisi in tre sezioni: Prima parte, Seconda parte e Appendice. <br />Il volume ricostruisce sistematicamente il percorso storico di diffusione del cattolicesimo in Cina negli ultimi 600 anni, concentrandosi in particolare su temi centrali quali l’evoluzione delle diocesi, lo sviluppo delle diocesi affidate al clero cinese, il processo d’inculturazione, coniugando profondità accademica e attenzione alle questioni del presente. <br /><br />La prima parte propone una panoramica generale sul percorso del cattolicesimo in Cina analizzando la formazione della gerarchia ecclesiastica, lo sviluppo delle diocesi e dei vicariati apostolici, le controversie sul “patronato” esercitato dalle potenze straniere e la restaurazione della gerarchia cattolica del 1946. Particolare attenzione è dedicata alla nascita delle diocesi affidate al clero cinese, alla nomina dei vescovi cinesi e al progressivo processo d’inculturazione del cattolicesimo. <br /><br />La Seconda parte comprende 21 studi dedicati alle principali circoscrizioni ecclesiastiche cinesi, da Macao alle diverse province del Paese. <br /><br />L’Appendice raccoglie una tabella generale delle diocesi cattoliche in Cina, un elenco delle congregazioni religiose straniere impegnate nelle missioni e una cronologia dell’evoluzione delle diocesi.<br />Inoltre, gli autori hanno diretto tre progetti finanziati dal Fondo nazionale cinese per le scienze sociali. L’opera rappresenta pertanto una fonte di riferimento di grande importanza per gli studi di scienze delle religioni, di storia e storia degli scambi culturali tra Cina e Occidente.<br /> <br />Tue, 25 Aug 2026 11:13:23 +0200ASIA/INDONESIA - A Flores, il Vescovo di Ruteng: "La resilienza non è fatta di cemento, ma di capitale sociale e di presenza"https://fides.org/it/news/78083-ASIA_INDONESIA_A_Flores_il_Vescovo_di_Ruteng_La_resilienza_non_e_fatta_di_cemento_ma_di_capitale_sociale_e_di_presenzahttps://fides.org/it/news/78083-ASIA_INDONESIA_A_Flores_il_Vescovo_di_Ruteng_La_resilienza_non_e_fatta_di_cemento_ma_di_capitale_sociale_e_di_presenzaRuteng - "Un terremoto può far crollare tantissime cose in pochi secondi. Case, luoghi di culto, scuole – persino il nostro senso di sicurezza improvvisamente diventa fragile. Eppure, in mezzo alla devastazione causata dal terremoto che ha colpito Flores il 15 agosto, ho assistito alla nascita di una solidarietà sorprendente: le persone hanno iniziato ad aiutarsi a vicenda con generosità e senza risparmiarsi. Molte persone hanno iniziato a inviare cibo, distribuire medicine e offrire il loro tempo come volontari. Agenzie governative, operatori sanitari, organizzazioni umanitarie e le comunità cattoliche locali si sono mobilitate attraverso le rispettive reti. In mezzo alle infrastrutture fisiche danneggiate, un altro tipo di infrastruttura era già all'opera: una rete di gentilezza": è la riflessione che condivide con l'Agenzia Fides Siprianus Hormat, Vescovo di Ruteng, sull'isola indonesiana di Flores. La diocesi di Ruteng è tra le più colpite dal sisma e registra gravi danni. Su tutto il territorio dell’isola sono attivi i centri operativi della Caritas, che coordina gli aiuti umanitari nelle quattro diocesi dell'isola: l’arcidiocesi di Ende e le diocesi di Maumere, Ruteng e Labuan Bajo.<br /><br />Il bilancio dei morti, su tutto il territorio di Flores, ha ufficialmente raggiunto 100 vittime, tra le quali 48 sono donne e bambini. I feriti sono oltre 1.600, molti con gravi traumi causati dal crollo delle strutture, mentre il numero degli sfollati, persone costrette ad abbandonare le proprie case, ha superato quota 180mila, sistemati in tendopoli improvvisate, stadi e piazze cittadine. Le scosse hanno danneggiato circa 74mila abitazioni, di cui 23mila sono completamente crollate o inagibili. A questo si aggiunge la distruzione di infrastrutture: oltre 319 scuole e 124 centri sanitari sono fuori uso. Lo sciame sismico, che ha registrato oltre 2mila scosse di assestamento, alimenta la paura tra la popolazione, mentre le agenzie umanitarie segnalano la carenza di beni di prima necessità . Un problema tuttora preoccupante riguarda le comunità isolate in montagna, dato che le squadre dei soccorritori e della protezione civile sono fortemente rallentate da frane e interruzioni stradali. Diverse comunità indigene nelle aree montuose dei distretti di Manggarai, East Manggarai e Sikka non sono ancora state raggiunte stabilmente dagli aiuti e rimangono prive di elettricità, di servizi primari e di aiuti umanitari.<br /><br />Il Vescovo prosegue: "Di solito pensiamo alla resilienza in termini di edifici antisismici, strade, elettricità e ospedali. Eppure le comunità possiedono anche un'infrastruttura che non è fatta di cemento: fiducia, abitudini di mutuo aiuto e la capacità di collegare i bisogni alle risorse. Questa forza la si definisce 'capitale sociale'. Il suo significato è semplice: uomini e donne si assicurano che i loro vicini abbiano cibo; le persone prestano i loro veicoli e i volontari raggiungono luoghi difficilmente accessibili. Studi compiuti in passato rivelano che la differenza nella velocità di ripresa tra le comunità colpite da disastri non sta tanto nell'entità dei danni o nella quantità di aiuti ricevuti, ma dipende dalla solidità delle reti sociali esistenti prima del disastro. La resilienza, in altre parole, si costruisce prima. La carità non è solo un bel sostantivo ma è un verbo: sollevare, sostenere, guarire, ascoltare, connettere e accompagnare".<br /><br />Il presule ricorda che "le buone intenzioni da sole non bastano: la gentilezza richiede anche organizzazione. Gli aiuti devono raggiungere chi ne ha bisogno, i bisogni devono essere chiaramente identificati e le risorse devono essere destinate a chi è in stato di necessità". In questo scenario Siprianus Hormat si è messo in gioco e ha instancabilmente girato per il territorio della diocesi visitando tendopoli, comunità periferiche e ospedali: "Questa esperienza – nota – ha ridefinito il mio modo di intendere il ministero episcopale. Un Vescovo, da responsabile di una comunità, deve prendere decisioni e collegare i bisogni alle risorse. Non è un eroe solitario, e c'è qualcosa che non può delegare: la presenza. Sono andato a incontrare le persone colpite dal terremoto. Ci sono momenti in cui la presenza non può essere sostituita da una telefonata; momenti in cui le persone che soffrono non hanno bisogno di un discorso, ma semplicemente della disponibilità di un Pastore a essere presente", rileva.<br /><br />"Dopo diverse visite, ho ricevuto messaggi da persone che esprimevano la loro gratitudine per la mia presenza. Non avevo fatto nulla di straordinario. Ero semplicemente stato lì, per dare un parola di conforto e consolazione. per dire e mostrare che Dio non ci abbandona. Viviamo in un'epoca in cui la presenza può essere facilmente sostituita da un messaggio di empatia. Eppure la sofferenza umana non può essere pienamente compresa attraverso uno schermo. La presenza non consiste principalmente nell'essere visti da chi soffre, ma nell'essere disposti a vedere chi soffre". <br /><br />Tutto, poi, va ricondotto alla fede: "Ci affidiamo al Signore. Il mistero della sofferenza - nota - è semplicemente troppo profondo per essere ridotto a facili spiegazioni. Non ho una risposta al perché una persona sopravviva mentre un'altra non sia uscita dalle macerie. La domanda che mi porto è 'a cosa serve questa vita che mi è stata data?'. Esserci è una responsabilità. E questa responsabilità riguarda tutti: ognuno di noi ha qualcosa da offrire – le nostre capacità, il nostro tempo, la nostra autorità, o semplicemente due mani pronte a lavorare e unirsi a pregare. Tutto ciò acquista significato sociale quando diventa un mezzo per sostenere la vita del prossimo".<br /><br />"Come ci insegna la dottrina sociale della Chiesa, la solidarietà non è un vago senso di compassione, ma un impegno fermo e perseverante per il bene comune, perché siamo tutti responsabili gli uni degli altri", ricorda. E osserva: "Quando sono stato ordinato Vescovo, ho scelto il motto Omnia in Caritate: fare tutto nella carità. Ho incontrato questo spirito anche oltre i confini della Chiesa: tra volontari, operatori sanitari, funzionari governativi, membri delle Forze armate".<br /><br />Guardando avanti, il Vescovo conclude: "Dopo l'emergenza, il tempo per la ripresa sarà molto più a lungo del tempo in cui un disastro rimane al centro dell'attenzione mediatica. Le case vanno ricostruite, i traumi affrontati e guariti, i mezzi di sussistenza ripristinati. Qui il capitale sociale affronta la sua prossima prova: la rete di solidarietà non può basarsi solo sulla spontaneità, ma va guidata attraverso una buona governance. Flores ha bisogno di case più solide, scuole più sicure e una migliore gestione dei disastri. E di persone che non sopportino di vedere gli altri soffrire da soli".<br /> <br />Tue, 25 Aug 2026 10:48:44 +0200AFRICA/KENYA -Scoperto un falso sacerdotehttps://fides.org/it/news/78082-AFRICA_KENYA_Scoperto_un_falso_sacerdotehttps://fides.org/it/news/78082-AFRICA_KENYA_Scoperto_un_falso_sacerdoteNairobi – La diocesi di Lodwar, nella Rift Valley, a ovest del Lago Turkana, ha messo in guardia i fedeli sulla presenza di un falso sacerdote che per lungo tempo ha simulato la celebrazione di messe e l'amministrazione di sacramenti.<br />Presentatosi come padre Jones Bogonko Onchonga, M.C., l’uomo è in realtà un laico che vive a Kisii, sposato e padre di due figli. Il comunicato della diocesi è corredato da due foto del falso sacerdote, in una delle quali appare in abiti talari.<br />Il comunicato del 16 agosto firmato da John Mbinda, e da padre Joseph Ebenyo, rispettivamente Vescovo e Cancelliere della diocesi di Lodwar, specifica che Onchonga “ha finto di amministrare i sacramenti , ha svolto celebrazioni non autorizzate , ha usurpato la carica ecclesiastica e ha falsificato documenti ecclesiastici ”.<br />Onchonga dopo essere stato interrogato dalla polizia, ha confessato di essersi spacciato per un sacerdote per quasi due anni. È arrivato a Lodwar nel 2025 con documenti che lo identificavano come sacerdote dei Missionari della Carità . Secondo la polizia, Onchonga non ha mai frequentato un seminario cattolico e non ha mai ricevuto alcuna formazione in filosofia o teologia. Ha imparato da solo la liturgia e la procedura per la celebrazione delle funzioni religiose attraverso dei libri. È stato infatti trovato in possesso di 17 testi di dottrina ecclesiastica che utilizzava per studiare vari argomenti, tra cui la storia della Chiesa e le procedure per la celebrazione del culto e l'amministrazione dei sacramenti. Ora è accusato di usurpazione di identità, ai sensi dell'articolo 382 del Codice Penale, e se riconosciuto colpevole rischia una condanna fino a tre anni di reclusione. <br />Mon, 24 Aug 2026 12:45:10 +0200Cardinale Vesco: in Algeria anche Sant’Agostino è «fratello universale»https://fides.org/it/news/78081-Cardinale_Vesco_in_Algeria_anche_Sant_Agostino_e_fratello_universalehttps://fides.org/it/news/78081-Cardinale_Vesco_in_Algeria_anche_Sant_Agostino_e_fratello_universale <br /><br />Rimini – Al Meeting di Rimini, grande appuntamento culturale ed ecclesiale che si svolge ogni anno nella città dela riviera romagnola, un incontro dedicato a sant’Agostino ha riunito la studiosa Catherine Conybeare, il priore generale degli Agostiniani padre Joseph L. Farrell e il cardinale Jean-Paul Vesco, arcivescovo metropolita di Algeri. Intitolato “Sulle orme di Agostino: verità, inquietudine e desiderio”, l’incontro si è svolto il 21 agosto. <br /><br />A pochi mesi dal viaggio apostolico di Leone XIV in Algeria, la riflessione assumeva un rilievo particolare. Il Papa, che si definisce «figlio di sant’Agostino», si era recato ad Annaba, l’antica Ippona, dove Agostino fu vescovo e dove morì nel 430. Nella basilica di Sant’Agostino aveva celebrato la Messa, richiamando il valore di quel pellegrinaggio alle radici della propria famiglia spirituale e al servizio della pace e della riconciliazione, puntando la riflessione sulla testimonianza delle piccole comunità cristiane. <br /><br />«Posso dire di esserne il nipote»<br /><br />Il cardinale Vesco ha anzitutto delineato il proprio legame spirituale con il vescovo di Ippona. Domenicano, ha ricordato che san Domenico era canonico secondo la regola di sant’Agostino, divenuta poi anche la regola dell’Ordine dei Predicatori. «Se il Santo Padre si è detto “figlio di Agostino”, posso dire di esserne il nipote», ha osservato con un sorriso. Senza presentarsi come specialista di Agostino, l’arcivescovo di Algeri ha spiegato quanto la figura del santo lo abbia toccato dopo il suo arrivo in Algeria, quasi venticinque anni fa. Passeggiare tra le rovine di Ippona, ha confidato, rende Agostino più familiare e abbatte i secoli che separano da lui. Da questa vicinanza nasce la convinzione che Agostino sia realmente «un uomo del nostro tempo».<br /><br />Il primo tratto nel quale il cardinale Vesco ha riconosciuto se stesso è quello del giovane Agostino delle Confessioni : « Un giovane brillante in cerca di successo sociale, in cerca di successo e basta », ma « che vede tutti i suoi sogni svanire, svuotarsi di senso, diventare inutili perché, in fondo, la sua sete era un'altra » et « la sua ricerca, era una sete di verità.» Infatti, quando si è sentito chiamato a qualcos’altro, Jean-Paul Vesco era un brillante avvocato. «Il giovane avvocato che sono stato - ha confidato Vesco - anche lui in cerca d’ideali e di successo, lui pure ha conosciuto la vanità della sua ricerca di riuscita professionale e sociale, e si riconosce facilmente nel giovane Agostino che nessun successo umano poteva più soddisfare. »<br /><br />Agostino scopre infine che tale verità è una persona, Cristo, incontrato in una relazione personale. Vesco ha richiamato il celebre passo delle Confessioni : «Tardi ti amai, bellezza così antica e così nuova, tardi ti amai», insieme alla confessione di chi cercava Dio fuori di sé, mentre Dio era già nel suo intimo. L’ex avvocato Jean-Paul Vesco ha detto di riconoscersi in quel percorso. Anche oggi, ha affermato, i giovani cercano senso, verità e vocazione, soprattutto in un mondo segnato da trasformazioni profonde. Per questo Agostino, pur venendo da un tempo remoto, continua a parlare agli uomini e alle donne di oggi.<br /><br />Teologo e pastore<br /><br />Il secondo aspetto proposto dal cardinale è quello di Agostino pastore. Grande teologo, ma allo stesso tempo vescovo pienamente immerso nella vita concreta della sua Chiesa, Agostino seppe unire due dimensioni difficili da conciliare: la riflessione teologica, che richiede studio e distanza, e l’azione pastorale, che espone quotidianamente alle domande, alle ferite e alle necessità delle persone. Il pensiero di Agostino, ha ricordato Vesco, si è formato anche nella controversia con le grandi eresie del suo tempo. Tuttavia, le sue riflessioni sulla grazia, sul perdono e sul libero arbitrio non furono mai esercizi astratti: nacquero dalla risposta a situazioni umane ed ecclesiali concrete.<br /><br />In questo senso, il cardinale ha suggerito che Agostino possa essere considerato uno dei padri della teologia pastorale. Le sue numerose missioni, i viaggi e gli interventi richiesti dalle “ecclesiasticae necessitates” mostrano un vescovo costantemente chiamato fuori dalla propria quiete. Citando gli studi che documentano le frequenti assenze di Agostino dalla piccola diocesi di Ippona, Vesco ha ironizzato: «Questo mi consola un po’: troppo spesso sono un “vescovo d’aeroporto”».<br /><br />La memoria di Agostino in Algeria<br /><br />Il cardinale si è infine soffermato sul vecchio Agostino, malato, alla fine della vita, mentre Ippona stava per cadere nelle mani dei Vandali. Camminando tra le rovine della cosiddetta «basilica della pace», dove il santo potrebbe aver celebrato l’Eucaristia e insegnato, Vesco ha invitato a immaginare l’anziano vescovo davanti alla scomparsa del proprio mondo e di un’intera civiltà. «Cosa avrà pensato in quel momento di fronte a quello che sembrava essere l'annientamento di tutta la sua vita?» si è chiesto Vesco «Quindici secoli dopo – ha proseguito - com’è bello constatare che il suo pensiero continua a nutrire la teologia, e generazioni e generazioni di uomini e donne ! Mai avrebbe potuto immaginare che addirittura un Papa sarebbe venuto a rendergli omaggio proprio in quella basilica!». Questa permanenza, ha osservato l’arcivescovo di Algeri, manifesta l’universalità di Agostino: un uomo pienamente radicato nella sua terra, nella sua cultura e nel suo tempo, ma capace di superare i confini delle epoche e delle appartenenze.<br /><br />Tale universalità è particolarmente evidente in Algeria. Vesco ha ricordato il primo Colloquio internazionale su sant’Agostino, svoltosi nel 2001 ad Annaba sotto la presidenza di Abdelaziz Bouteflika. Per molti algerini, Agostino, pur essendo cristiano, resta una figura di orgoglio nazionale e un patrimonio culturale del Paese. Anche l’elezione di Leone XIV, che si è presentato come «figlio di sant’Agostino», aveva suscitato in Algeria un’immediata eco di vicinanza e di familiarità. «Quando papa Leone, poco dopo la sua elezione, si è dichiarato «figlio di sant'Agostino», l’eco in Algeria è stato immediato, ha ricordato il Cardinale. Si è subito sparsa la voce che il nuovo Papa avesse origini familiari in Algeria, forse persino parenti a Annaba! Quest’appropriazione familiare al di là dell’appartenenza religiosa la dice lunga. Papa Leone è stato atteso e accolto in Algeria come un fratello, come uno di loro».<br /><br />«Non siamo proprietari di Agostino»<br /><br />Riconoscere l’universalità di Agostino significa, per il cardinale Vesco, non «rinchiuderlo» nella sua appartenenza al pensiero cristiano, pur riconoscendo che la sua riflessione teologica è inseparabile dalla fede in Cristo. Diversi autori musulmani algerini hanno studiato e scritto sul vescovo di Ippona; questa ricezione da un punto di vista diverso costituisce, secondo l’arcivescovo, un esercizio salutare. «Non siamo proprietari di Agostino e del suo pensiero», ha affermato. L’universalità del santo non nasce dunque da un pensiero astratto o «chimicamente puro», liberato dalla concretezza della storia. Al contrario, nasce da un’esistenza pienamente incarnata, vissuta in una terra e in un’epoca segnate da profondi mutamenti politici, culturali e religiosi.<br /><br />«Oggi, più di ieri - ha concluso Vesco - abbiamo bisogno di poterci riconoscere fratelli nonostante le differenze di fede e di religione». Agostino «è riconosciuto come un credente degno di fiducia, anche da chi non può condividere la sua fede. Per questo Agostino è pienamente un uomo del nostro tempo». Qui risiede, per Vesco, l’attualità di Agostino. In un mondo attraversato da differenze religiose e culturali, il santo di Ippona invita i credenti a rimanere radicati nella propria fede senza trasformarla in possesso o chiusura. Il compito è essere credenti autentici, « nutriti da una tradizione religiosa che ci costruisce, ma riconosciuti come uomini e donne degni di fiducia anche da chi non condivide la nostra fede». «Cittadini della città degli uomini e, nello stesso tempo, cittadini della città di Dio». <br />Mon, 24 Aug 2026 12:32:23 +0200AFRICA/ZAMBIA -Tensioni post-elettorali: chiuse le Alte Corti mentre l’opposizione prepara il ricorsohttps://fides.org/it/news/78080-AFRICA_ZAMBIA_Tensioni_post_elettorali_chiuse_le_Alte_Corti_mentre_l_opposizione_prepara_il_ricorsohttps://fides.org/it/news/78080-AFRICA_ZAMBIA_Tensioni_post_elettorali_chiuse_le_Alte_Corti_mentre_l_opposizione_prepara_il_ricorsoLusaka – Ancora tensioni post-elettorali in Zambia, dove oggi, 24 agosto, i tribunali superiori, compresi quelli di Lusaka, Ndola e di altre città, sono stati chiusi, impedendo al leader dell’opposizione Brian Mundubile di presentare una petizione contro la vittoria del presidente Hakainde Hichilema alle elezioni tenutesi il 13 agosto . Secondo i risultati ufficiali pubblicati dalla Commissione Elettorale Indipendente, Hichilema ha vinto con 2.965.326 voti, pari al 60,49% dei 4.902.050 voti validi espressi. Il principale concorrente, Brian Mundubile, ha ottenuto circa 1.856.217 voti, pari al 37,87% del totale .<br /><br />I social media legati all’opposizione affermano che le diverse sedi dell’Alta Corte siano state chiuse in base a una direttiva governativa che avrebbe disposto la chiusura di «tutte le Alte Corti fino a nuovo avviso», specificamente per impedire a Mundubile di presentare il ricorso. Finora, tuttavia, queste affermazioni non sono state pienamente corroborate da dichiarazioni ufficiali della magistratura.<br /><br />Alcuni media locali riferiscono che l’ingresso dell’Alta Corte di Lusaka è stato transennato con nastro giallo, come se si trattasse di una scena del crimine, e che lo stesso sarebbe avvenuto presso l’Alta Corte di Ndola.<br /><br />Ai sensi dell’articolo 103 della Costituzione zambiana, un ricorso contro i risultati delle elezioni presidenziali deve essere generalmente presentato entro sette giorni dalla proclamazione dei risultati, termine che scade intorno al 24-25 agosto. La Corte costituzionale ha quindi un periodo limitato, in genere 14 giorni, per pronunciarsi.<br /><br />Mundubile ha pubblicamente respinto i risultati, denunciando irregolarità nello spoglio, nella trasmissione e nella proclamazione dei risultati, e ha annunciato che avrebbe presentato ricorso. Il suo team ha incaricato degli avvocati e preparato la documentazione necessaria. Mundubile e il suo candidato alla vicepresidenza, Makebi Zulu, si sono autoimposti un esilio presso la sede di un’agenzia delle Nazioni Unite a Lusaka, temendo di essere arrestati con l’accusa di aver preso parte a un presunto complotto insurrezionale .<br /><br />Nel frattempo, il Council of Churches in Zambia e l’Independent Churches of Zambia hanno chiesto di fare chiarezza, attraverso un’inchiesta indipendente, sulla morte dell’ex ministro dei Trasporti e parlamentare del partito Lunte, Mutotwe Kafwaya .<br /><br />Kafwaya, ex ministro del governo del Fronte Patriottico e in seguito legato a figure dell’opposizione, è stato ferito mortalmente il 14 agosto durante un raid congiunto delle forze di sicurezza in un’abitazione a Kabulonga, Lusaka, collegata a Mundubile.<br /><br />Per giorni la sorte di Kafwaya è rimasta incerta, fino a quando, la sera del 19 agosto, la polizia ha reso nota la sua morte. Sulla vicenda sono emerse versioni contrastanti. La polizia afferma che il politico è stato ucciso nel corso di una sparatoria tra le forze dell’ordine e un gruppo armato che era asserragliato all’interno dell’abitazione. Mundubile e i suoi sostenitori hanno respinto le affermazioni riguardanti la presenza di una milizia armata pronta a un’insurrezione, dichiarando che Kafwaya è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco all’interno di una camera da letto, alla presenza di testimoni, e chiedendo un’indagine indipendente. <br />Mon, 24 Aug 2026 11:24:56 +0200ASIA/FILIPPINE - Dopo la sparatoria all'ateneo di Zamboanga, appello delle comunità ecclesiali ad ascoltare il disagio dei giovanihttps://fides.org/it/news/78075-ASIA_FILIPPINE_Dopo_la_sparatoria_all_ateneo_di_Zamboanga_appello_delle_comunita_ecclesiali_ad_ascoltare_il_disagio_dei_giovanihttps://fides.org/it/news/78075-ASIA_FILIPPINE_Dopo_la_sparatoria_all_ateneo_di_Zamboanga_appello_delle_comunita_ecclesiali_ad_ascoltare_il_disagio_dei_giovaniManila – «Il Paese non può permettersi di lasciare che un altro episodio di violenza scolastica passi inosservato senza affrontare le sfide che i suoi giovani si trovano ad affrontare»: lo ha affermato l'Arcivescovo di Manila, il Cardinale José Advincula, esortando famiglie, scuole, Chiese e comunità ad «ascoltare i giovani che potrebbero lottare in silenzio contro la solitudine, l'ansia, il bullismo, la pressione scolastica o i problemi familiari».<br />Le parole del Cardinale si riferiscono alla sparatoria verificatasi il 18 agosto all'Ateneo de Zamboanga University, istituto educativo gestito dai gesuiti nella città di Zamboanga, sull'isola di Mindanao, nel sud delle Filippine. Intorno alle 7.50 del mattino, nell'edificio della Junior High School del campus di Tumaga, uno studente ha aperto il fuoco contro altri studenti, uccidendo un compagno di scuola di 15 anni, Patrick Dylan Wee. L'autore della sparatoria, uno studente identificato come Mohammad Mael Jalani, si è poi suicidato. Le vittime sono dunque due, compreso l'autore dell'attacco; altre persone sono rimaste ferite o hanno avuto bisogno di assistenza dopo essere fuggite dall'edificio in preda al panico. <br /><br />L'attacco ha provocato paura e forte sgomento nella comunità scolastica. Nei giorni successivi, gli studenti hanno raccontato le difficoltà nel tornare a scuola dopo quanto accaduto, mentre le autorità hanno avviato le indagini sulle modalità con cui le armi sono state introdotte nel campus e sulle possibili cause dell'attacco. La sparatoria di Zamboanga si inserisce in una crescente preoccupazione per la sicurezza nelle scuole filippine. È il secondo episodio di questo tipo con vittime mortali nel Paese in meno di due mesi, dopo l'attacco del 22 giugno alla San Jose National High School di Tacloban City, dove tre studenti furono uccisi e altri rimasero feriti.<br /><br />«Non dobbiamo permettere che questa tragedia passi inosservata senza ascoltare attentamente ciò che ci dice sulle difficoltà dei nostri giovani», ha affermato il Cardinale Advincula, auspicando la creazione di spazi sicuri in cui i giovani possano parlare senza timore di essere giudicati, chiedere aiuto senza vergogna e sapere di essere apprezzati. «La risposta – ha detto – deve andare oltre le misure di sicurezza» e deve comprendere sistemi di assistenza e accompagnamento più solidi. «Dobbiamo ascoltarli, non solo quando parlano a voce alta, ma soprattutto quando soffrono in silenzio», ha affermato.<br /><br />La risposta pastorale, dunque, si concentra non solo sull'emergenza immediata, ma anche sulle condizioni di solitudine, ansia e pressione che possono segnare la vita degli adolescenti. «Questa tragedia deve rafforzare la responsabilità condivisa di rendere le scuole luoghi sicuri di apprendimento, socializzazione, cura, vigilanza e pace», ha scritto la Catholic Educational Association of the Philippines , associazione che rappresenta le scuole, i collegi e le università cattoliche delle Filippine. La CEAP ha invitato a mostrare «sensibilità, compassione e moderazione», perché «dietro ogni report, fotografia o post sui social ci sono studenti, famiglie, insegnanti e una comunità in profondo lutto e shock».<br /><br />P. Guillrey Anthony Andal, SJ, presidente dell'Ateneo de Zamboanga University, ha espresso «profondo dolore» per l'intera comunità. Ha assicurato la piena collaborazione con le autorità investigative e sottolineato che la priorità è il benessere degli studenti, del personale e delle famiglie. Il presidente ha invitato alla pazienza, evitando speculazioni che possano causare ulteriore sofferenza. L'Ateneo ha vissuto il 19 agosto come giorno di lutto e preghiera in tutti i campus, offrendo supporto pastorale e psicologico. <br />In un comunicato ufficiale, l'Arcidiocesi di Zamboanga ha chiesto un'indagine approfondita, affermando che «le famiglie delle vittime meritano verità e giustizia». «Preghiamo affinché le autorità siano guidate da saggezza, equità, coraggio e un sincero impegno per la giustizia», si legge nel testo. «In questo momento di dolore, scegliamo la preghiera al posto della paura, la compassione al posto della condanna, la verità al posto della speculazione e la giustizia al posto della vendetta», afferma il comunicato.<br /><br />Nelle settimane precedenti la sparatoria, il Ministero dell'Istruzione aveva già chiesto alle scuole di tutte le Filippine di prepararsi a esercitazioni nazionali sulla gestione di eventuali attacchi o incidenti, in risposta alle crescenti preoccupazioni per la sicurezza negli istituti scolastici. Alle scuole è stato richiesto di sviluppare, rivedere o aggiornare i piani di emergenza locali e di condividere quelli approvati con le amministrazioni locali, la Polizia Nazionale delle Filippine e le associazioni genitori-insegnanti.<br />Negli ultimi due mesi sono stati registrati circa 50 incidenti scolastici riguardanti giovani coinvolti in episodi di violenza, tra cui minacce di porre una bomba, sparatorie, aggressioni con coltelli. Di fronte a questo scenario, i responsabili delle comunità ecclesiali invocano la necessità di costruire una rete di ascolto attorno agli adolescenti: famiglia, scuola e comunità sono chiamate a riconoscere tempestivamente solitudine, ansia, bullismo e altre forme di sofferenza.<br /> <br />Mon, 24 Aug 2026 12:33:36 +0200Prende forma il progetto istituire un campus dedicato al primo Ambasciatore slovacco presso la Santa Sedehttps://fides.org/it/news/78079-Prende_forma_il_progetto_istituire_un_campus_dedicato_al_primo_Ambasciatore_slovacco_presso_la_Santa_Sedehttps://fides.org/it/news/78079-Prende_forma_il_progetto_istituire_un_campus_dedicato_al_primo_Ambasciatore_slovacco_presso_la_Santa_Sededi Bohumil Petrík<br /><br />Bratislava – “La Sapienza non è mai fuori moda. Lo scopo del Collegio di Anton Neuwirth è contribuire al bene nella società seguendo la sapienza dei valori cristiani. Quello che era saggio mille anni fa, è saggio anche oggi, come accade con il perdono, la pazienza e l’amore”.<br />Così si è espresso il Vescovo della Diocesi di Žilina Tomáš Gális nella omelia pronunciata durante la messa di commemorazione di Anton Neuwirth, il primo Ambasciatore della Repubblica Slovacca del dopoguerra presso la Santa Sede, inoccasione dei 105 anni della sua nascita.<br /><br />La messa nella chiesa di Bojnice, nel cui cimitero riposano le spoglie mortali di Neuwirth, era parte del pellegrinaggio organizzato per la 18esima volta dal Collegio che porta proprio il nome dell’Ambasciatore. Al pellegrinaggio e alla messa hanno preso parte collaboratori, amici ed alcuni alunni dell'istituto.<br /><br />Il Collegio di ispirazione cattolica. nato nel 2009 nel villaggio di Ivanka pri Dunaji, presso Bratislava, offre un programma di uno o due anni soprattutto per gli studenti universitari. Vi si insegna morale cattolica, filosofia ed arte a partire dai testi dei grandi autori e si ospitano lezioni su temi di attualità affidate a accademici e studiosi slovacchi e provenienti da altre nazioni. i<br /><br />Nel 2020 Il Collegio di Anton Neuwirth ha aperto la scuola primaria, la Citadela. A settembre apre a Bratislava anche il Liceo intitolato a Anton Neuwirth, con lo stesso orientamento pedagogico.<br />Recentemente, il Collegio ha avviato un progetto più ambizioso: stanno iniziando i lavori per costruire un “campus“ in continuità con gli insegnamenti accademici già impartiti agli studenti universitari residenti. Presso il campus dovrebbero essere ricollocate anche la scuola primaria e secondaria. Finora, la maggior parte delle lezioni è ospitata oggi presso la residenza signorile di Ivanka, che appartiene ai gesuiti. I programmi del Collegio sono finanziati maggiormente tramite donazioni individuali e contributi degli studenti.<br />Nell'autunno del 2025, la pietra angolare del futuro campus era benedetta dal Papa Leone XIV durate l'udienza generale in Vaticano.<br />“Questo pellegrinaggio è anche un invito rivolto a tutta la comunità ecclesiale affinché tutti siano invitati a seguire l'esempio di Neuwirth il quale invitava a guarire il male col bene,“ ha detto dopo la messa del 20 agosto il fondatore ed rettore del Collegio Martin Luterán.<br />Insieme all’Ambasciatore, i pellegrini hanno commemorato anche sua figlia Anna Záborská, morta proprio il 20 agosto 2025. Era medico come suo padre ed aveva trascorso molti anni come membro del Parlamento slovacco a Bratislava e di quello europeo a Bruxelles. <br /><br />Una terza persona commemorata durante il pellegrinaggio è stata Michal Považan, storico ed insegnante al Collegio, deceduto due anni fa.<br />Anton Neuwirth era medico, e durante il regime della Cecoslovacchia era accusato di essere un “agente del Vaticano”. Dopo il crollo del regime ha intrapreso la carriera politica. E diplomatica, diventando il primo ambasciatore della nuova Repubblica Slovacca presso la Santa Sede. Ha scritto il libro intitolato “Curare il male con l'amore". Alcune persone intorno al Collegio vorrebbero verificare se esistono le condizioni per aavviare il processo per la sua canonizzazione. Sun, 23 Aug 2026 16:49:11 +0200Un “patto sicurezza” contro i narcos autorizza azioni militari statunitensi in terra colombianahttps://fides.org/it/news/78076-Un_patto_sicurezza_contro_i_narcos_autorizza_azioni_militari_statunitensi_in_terra_colombianahttps://fides.org/it/news/78076-Un_patto_sicurezza_contro_i_narcos_autorizza_azioni_militari_statunitensi_in_terra_colombianadi Cosimo Graziani<br /><br />Bogotà - Nonostante sia entrata in carica da pochi giorni, la nuova amministrazione presidenziale della Colombia guidata da Abelardo de la Espriella ha già dato una decisiva virata alla politica estera del Paese. Il suo ministro degli Esteri Edoardo Mora ha firmato il 12 agosto un accordo con gli Stati Uniti che permette al Paese nordamericano di realizzare azioni militari in Colombia. La firma dell’accordo viene motivata con la volontà dei due Paesi di combattere il narcotraffico, lotta al centro delle dichiarazioni programmatiche delle due amministrazioni. A rappresentare gli Stati Uniti alla firma del “Patto” c’era il segretario della Difesa Pete Hegseth, che ha anche dichiarato che la Colombia si unirà allo “Scudo delle Americhe”, un’iniziativa di cui fanno parte altri diciassette paesi, ufficialmente per combattere il terrorismo e il narcotraffico in Nord e Sudamerica. “È l’inizio di una nuova tappa nella cooperazione in materia di difesa tra Stati Uniti e Colombia” ha commentato Hegseth.<br /><br />Come detto, la mossa del governo colombiano è in linea con le promesse elettorali di de la Espriella, cha aveva dichiarato di voler combattere il narcotraffico nel Paese senza “cercare un compromesso”, come a suo dire aveva fatto il suo predecessore Gustavo Petro. <br />La decisione del nuovo governo è entrata subito nel dibattito interno tra i partiti politici. Gli esponenti vicini all’ex presidente hanno accusato de la Espriella di voler ridurre la sovranità del Paese a vantaggio degli Stati Uniti. La questione quindi si preannuncia come controversa, e si preannunciano ricorsi anche di portata istituzionale: secondo le opposizioni, che citano la Costituzione, non spetta all’amministrazione presidenziale la prerogativa di concedere il transito di truppe straniere sul territorio colombiano, ma al Senato.<br /><br />La relazione tra i due Paesi viene riformulata a partire dalla urgenza di affrontare un problema omune: quello della cocaina. La Colombia ne è il principale produttore al mondo, mentre gli Stati Uniti il primo consumatore. Il presidente USA Donald Trump ha messo nel mirino i cartelli della droga e gruppi criminali fin dalle prime settimane della sua seconda amministrazione. L’azione contro i narcotrafficanti – o “narcoterrorismo” nella formula più utilizzata – è stato alla base dell’azione USA per la deposizione Nicolas Maduro in Venezuela.<br />Se nel caso di Maduro il narcoterrorismo era usato come argomento per deporre un regime ostile agli Stati Uniti, nel caso della Colombia l’azione contro il narcotraffico potrebbe avere delle basi un po’ più solide. Secondo fonti della Nazioni Unite la produzione di cocaina negli ultimi anni è aumentata in maniera esponenziale, lasciando intatto il primato produttivo della Colombia a livello mondiale. Sotto la presidenza di Gustavo Petro c’è stata un’incessante lotta contro il traffico di cocaina, ma l’aumento della produzione e del numero di gruppi armati che la usavano per finanziarsi ha reso vano ogni azione che le forze dell’ordine compivano.<br />L’intreccio tra gruppi armati e traffico di droga è una questione reale in Colombia, quindi gli Stati Uniti, forti del sostegno locale di de la Espriella, sanno di avere ancora più spazio di manovra per le future azioni militari nel Paese. Non è quindi da escludere che queste possano essere compiute anche in un lasso di tempo molto breve. Sun, 23 Aug 2026 13:32:58 +0200Leone XIV al Meeting di Rimini: Gesù custodisce il suo tesoro in vasi di cretahttps://fides.org/it/news/78078-Leone_XIV_al_Meeting_di_Rimini_Gesu_custodisce_il_suo_tesoro_in_vasi_di_cretahttps://fides.org/it/news/78078-Leone_XIV_al_Meeting_di_Rimini_Gesu_custodisce_il_suo_tesoro_in_vasi_di_cretaRimini – «La Chiesa non fa proselitismo. Essa si sviluppa piuttosto per attrazione». Papa Leone XIV ha richiamato questa espressione di Benedetto XVI, riproposta incessantemente anche da Papa Francesco, per suggerire come la missione apostolica consegnata da Cristo alla sua Chiesa sia tutta affidata all'attrattiva di Cristo stesso, al suo attirare anche oggi e per tutta la storia la libertà e i cuori di uomini e donne in ogni tempo. <br /><br />Lo ha fatto nel discorso pronunciato oggi alla Fiera di Rimini, in occasione della sua partecipazione alla 47a edizione del Meeting per l’amicizia fra i popoli, la tradizionale manifestazione di fine agosto animata nella città romagnola dagli aderenti al movimento di Comunione e Liberazione. Don Luigi Giussani, il sacerdote lombardo iniziatore di quel movimento, già nel 1999 aveva pubblicato un volume intitolato proprio “L’attrattiva Gesù”. <br /><br /><br />Il “realismo della misericordia” nel tempo del riarmo<br /><br /><br />Il Pontefice ha fatto riferimento al titolo dell’edizione 2026, tratto dall’ultimo verso della Divina Commedia di Dante, «L’amor che move il sole e l’altre stelle». Quell’amore, ha ricordato Leone XIV, «non ha perso vigore, né intensità», pur operando spesso nel silenzio, lontano dal fracasso provocato dalle violenze e dai conflitti che dilaniano il mondo.<br /><br />Il Meeting, ha ricordato il Papa, non è stato promosso per diventare «una sorta di enclave»: è invece «un crocevia per la Chiesa e per la società, un incontro che moltiplica gli incontri e ispira nuovi cammini». <br /><br />In un mondo segnato da conflitti, fratture e paure, Leone XIV ha rilevato la portata profetica iscritta quasi mezzo secolo fa nel suo nome: *Meeting per l’amicizia fra i popoli*. Riprendendo san Giovanni Paolo II, ha richiamato il valore di parole come «Incontro», «Incontro di amicizia» e «Amicizia tra i popoli», che acquistano un significato particolare nelle ore drammatiche della storia.<br /><br />La pace, ha affermato, «è custodita e diffusa da persone che amano incontrarsi e non temono di confrontarsi». Il Papa ha quindi indicato nell’«amicizia sociale», proposta da Papa Francesco nell’enciclica *Fratelli tutti*, il «volto pubblico, dinamico e concreto della fraternità».<br /><br />Scegliendo parole facilmente riferibili alle guerre che tormentano il tempo presente, il Vescovo di Roma ha ricordato che «il male non si combatte col male». «Al falso realismo, che riarma le menti, le parole e le nazioni» ha aggiunto «la cultura cattolica ha oggi da opporre il realismo della misericordia», per il quale anche gli avversari «sono fratelli e sorelle da guardare negli occhi e incontrare nella verità», ha affermato. «Il peccato esiste, certo, ma più forte è l’amore redentore di Cristo, che ci impegna a purificare pensieri, interessi, abitudini, frequentazioni, progetti, investimenti – ogni aspetto della vita – da tutto ciò che la cultura della potenza ha inquinato».<br /><br />Il Pontefice ha esortato dunque a liberare «la convivenza dal sospetto, la cultura dalla prepotenza, l’educazione dall’ideologia, il lavoro dall’idolatria del profitto, la tecnologia e la finanza dai business della morte» e a «disarmare» lo sviluppo tecnologico quando diventa pervasivo e distruttivo. <br /><br /><br />Un tesoro in vasi di creta <br /><br /><br />Nel suo discorso, il Pontefice ha citato in più passaggi don Giussani, ricordando la passione con cui per tutta il sacerdote ambrosiano si commosse per l’incontro dei giovani con Cristo. «Il Movimento, i gruppi, le comunità» ha esortato il Successore di Pietro rivolgendosi in particolare ai tanti giovani presenti in platea e tra i volontari che animano il Meeting «siano un trampolino da cui tuffarvi nell’intera realtà».A loro il Pontefice ha anche ricordato che «nell’amore non c’è mai costrizione, indottrinamento; mai seduzione, inganno, arruolamento. C’è amore solo nella libertà, nel confronto vivo, nel dono generoso di sé». <br /><br />In questa cornice, il Papa ha presentato la missione come testimonianza e attrazione, ripetendo che «la verità si incontra solo nella libertà». Leone XIV ha riproposto la formula già cara ai suoi predecessori: «La Chiesa non fa proselitismo. Essa si sviluppa piuttosto per attrazione». Una dinamica che non ignora ma abbraccia anche la fragilità dei testimoni di Cristo: «Dobbiamo ammettere» ha detto il Pontefice «che portiamo questo tesoro “in vasi di creta”». Ma «è il Signore che ci rialza sempre, come singoli e come comunità». <br /><br />La visita del Pontefice alla mostra su sant’Agostino esposta nei padiglioni della Fiera che ospitano il Meeting ha fatto da significativo prologo al discorso pronunciato davanti alla moltitudine. Nel suo intervento, il Papa ha ripetuto che la grazia - secondo quanto suggeriva già il grande Vescovo d’Ippona - attira e muove la libertà senza manipolarla. La proposta cristiana, nelle parole del Papa, non costruisce un recinto identitario, ma genera incontro e speranza nel cuore della storia. <br /><br /><br />Nella parte conclusiva del suo discorso, il Pontefice ha chiesto di custodire l’unità della «compagnia» nella quale Cristo raggiunge e attrae a sé i suoi discepoli.<br /><br />Leone XIV ha quindi legato unità, sinodalità e missione. «Abbiamo riscoperto la dimensione sinodale e missionaria del nostro essere Chiesa, che ci chiama anzitutto a imparare ad ascoltarci a vicenda», ha affermato, invitando ad ascoltare la Parola di Dio, gli altri membri della Chiesa e quanti cercano la verità pur non appartenendo alla comunità ecclesiale. «Sinodalità non è il nome di un processo, ma la natura di un popolo che nell’amicizia e nell’incontro con l’altro avverte di appartenere a Dio solo». Sat, 22 Aug 2026 23:31:36 +0200ASIA/TURKMENISTAN - Rinuncia e nomina del Superiore della Missione sui iuris del Turkmenistanhttps://fides.org/it/news/78077-ASIA_TURKMENISTAN_Rinuncia_e_nomina_del_Superiore_della_Missione_sui_iuris_del_Turkmenistanhttps://fides.org/it/news/78077-ASIA_TURKMENISTAN_Rinuncia_e_nomina_del_Superiore_della_Missione_sui_iuris_del_TurkmenistanCittà del Vaticano - Il Santo Padre Leone XIV ha accettato la rinuncia al governo pastorale della Missione sui iuris del Turkmenistan, presentata dal Rev.do P. Andrzej Madej, O.M.I.<br /><br />Il Santo Padre Leone XIV ha nominato Superiore della Missione sui iuris del Turkmenistan il Rev.do P. Paweł Janusz Kubiak, O.M.I., finora Superiore della casa ed Economo della Missione sui iuris del Turkmenistan.<br /><br />Il Rev.do P. Paweł Janusz Kubiak, O.M.I., è nato l’8 febbraio 1974 a Turek . Ha iniziato la sua formazione come oblato il 7 settembre 1994 ed ha completato il noviziato a Święty Krzyż l’8 settembre 1995. Ha emesso la professione perpetua l’8 settembre 1999 ed è stato, poi, ordinato sacerdote il 23 giugno 2001 a Obra .<br /><br />Ha ricevuto la sua prima obbedienza presso la Delegazione della Provincia Polacca in Ucraina e Russia, e qui è rimasto fino alla sua partenza per il Turkmenistan nel 2023. Dal 1° settembre 2023 è Superiore della casa ed Economo della Missione sui iuris del Turkmenistan. Sat, 22 Aug 2026 13:36:13 +0200