Quattro secoli al servizio del Vangelo: il Palazzo di Propaganda Fide e il Collegio Urbano

mercoledì, 17 giugno 2026 dicastero per l'evangelizzazione   missione   evangelizzazione   storia   arte  

photo Raffaele Di Pietro

di Marie-Lucile Kubacki

Roma (Agenzia Fides) - «Il palazzo di Propaganda Fide non è soltanto un monumento di Roma, ma da quattro secoli rappresenta l’immagine concreta dell’impegno della Chiesa di Roma nell’opera della diffusione del Vangelo nel mondo intero.» La formula del cardinale Luis Antonio Gokim Tagle, Pro Prefetto del Dicastero per l’Evangelizzazione, riassume bene lo spirito della giornata di studi «La donazione del palazzo di Propaganda Fide: 1626 2026», che si è tenuta l’11 giugno presso il Pontificio Collegio Urbano «de Propaganda Fide», su iniziativa dell’Archivio storico di Propaganda Fide.

Dalla donazione di Vives al Dicastero di oggi

In apertura, il cardinale Tagle, Pro Prefetto del Dicastero per l’Evangelizzazione, Sezione per la prima evangelizzazione e le nuove Chiese particolari, ha ricondotto il quarto centenario della donazione del Palazzo Ferratini Propaganda Fide e il centenario del trasferimento del Collegio Urbano alla sede del Gianicolo in un’unica traiettoria, inaugurata dalla fondazione della Sacra Congregatio de Propaganda Fide da parte di Gregorio XV il 6 gennaio 1622. «Tale palazzo ha soprattutto una rilevanza storica e religiosa, in quanto è implicitamente legato alla Propaganda Fide, e quindi al mandato per l’evangelizzazione, il quale, pur con gli approfondimenti teologici e i cambiamenti di prospettiva pastorale occorsi dopo il Concilio Vaticano II e le riforme dei Patti, continua l’opera di quella originaria Congregazione fondata da Gregorio XV il 6 gennaio 1622», ha ricordato il cardinale.

«Lungo quattro secoli, i Pontefici hanno riformato la Curia Romana e, con essa, la Congregazione delle Missioni, in base alle nuove esigenze della Chiesa e del mondo. L’ultima di queste riforme è avvenuta con la costituzione apostolica Praedicate evangelium, emanata dal compianto papa Francesco, che ha stabilito il Dicastero per l’Evangelizzazione, il quale oggi opera per l’annuncio del Vangelo in tutto il mondo sotto la sapiente guida di papa Leone XIV. Una delle due sezioni del Dicastero, la Sezione per la prima evangelizzazione e le nuove Chiese particolari, continua a operare nel palazzo a vantaggio delle missioni.»
Lo stesso palazzo, un tempo conosciuto come Palazzo Ferratini, fu donato alla Sede Apostolica dal prelato spagnolo Juan Bautista Vives il 1° giugno 1626 mediante una donazione «modale», sottoposta a una condizione: l’erezione di un collegio missionario.

Secondo la volontà espressa da Vives e lo stesso atto di donazione, «il palazzo divenne la sede di un collegio missionario, fondato canonicamente da Urbano VIII il 1° agosto 1627 con la bolla Immortalis Dei Filius. Dagli studi finora compiuti, pare che l’attività del collegio sia iniziata nel 1633, l’anno che seguì la morte di Vives, avvenuta il 22 febbraio 1632. Tale istituzione prese il nome di Collegio Urbano di Propaganda Fide e fu chiamata, fin dalla sua origine, ad accogliere alunni di ogni gente e nazione, perché diventassero missionari, annunciatori del Vangelo e costruttori di Chiese locali. Nel 1633 il palazzo divenne anche la sede ufficiale e operativa della Sacra Congregazione de Propaganda Fide.»


Juan Bautista Vives, il donatore da riscoprire

Le due sessioni della Giornata di studi sono state coordinate rispettivamente dal professor Pierantonio Piatti, Segretario del Pontificio Comitato di Scienze Storiche, e dal gesuita portoghese Nuno da Silva Gonçalves, direttore de “La Civiltà Cattolica” e professore presso la Facoltà di Storia e Beni Culturali della Chiesa della Pontificia Università Gregoriana.

La figura di monsignor Vives è stata al centro di diversi interventi, che hanno permesso di delineare il volto di colui la cui donazione ha dato corpo a un intero edificio istituzionale.
Da parte sua, don Flavio Belluomini, Archivista dell’Archivio storico di Propaganda Fide, ha mostrato, sulla base dei documenti d’archivio, come il progetto di un collegio missionario maturi già nelle prime riunioni di Propaganda Fide, nel gennaio 1622, e come la casa di Vives, al prezzo di un lungo contenzioso sulla proprietà del Palazzo Ferratini, sia stata progressivamente pensata come domus del Papa per la propagazione della fede.

Monsignor José Jaime Brosel Gavila, rettore della chiesa nazionale spagnola di Santa Maria in Monserrato a Roma e dell’Istituto Spagnolo di Storia Ecclesiastica, ha completato questo quadro collocando Vives nelle reti politico ecclesiastiche dell’inizio del XVII secolo.
«Ci troviamo di fronte a una figura straordinaria, di straordinario rilievo e sorprendente complessità, la cui vicenda umana ed ecclesiale attende ancora una biografia critica all’altezza del ruolo da lui svolto nella storia dell’istituzione missionaria della Chiesa», ha osservato. «Vives fu agente del re Filippo III e dell’Inquisizione spagnola; fu ambasciatore del regno del Congo presso la Santa Sede, reggente a Roma degli arciduchi governatori dei Paesi Bassi e prelato della giovane Congregazione di Propaganda fin dalla sua fondazione.»
Come rettore della chiesa nazionale spagnola, mons. Brosel ha ricordato di essere «custode del suo sepolcro»: monsignor Vives, secondo la sua ultima volontà, fu infatti sepolto «senza iscrizione funeraria nel nostro presbiterio». Il luogo preciso della sua sepoltura rimane tuttora ignoto, «neppure le più recenti indagini effettuate con tecnologia radar hanno consentito finora di identificarlo».
Come rettore dell’Istituto Spagnolo di Storia Ecclesiastica, ha aggiunto di considerarsi «in qualche modo custode della sua memoria». Il 18 giugno scorso, sotto la presidenza del cardinale Tagle, è stato presentato presso la sede dell’Istituto un progetto di ricerca dedicato a monsignor Juan Bautista Vives, diretto dal reverendo professor Francisco Juan Martín Rojas; i primi risultati saranno presentati in un convegno previsto per dicembre.
Mons. Brosel ha ricordato che Vives «aveva provato a fondare un primo collegio vicino a piazza del Popolo per la conversione dei protestanti, un secondo già per i sacerdoti diocesani che volevano essere missionari, e questo del Palazzo Ferratini fu il terzo», e ha citato una lettera di fine 1625 a Urbano VIII, in cui Vives rileggeva l’acquisto del palazzo come atto a servizio della propagazione della fede. In essa, scriveva di avere comprato il Palazzo Ferratini «per servizio della propagazione della fede» e di sperare che il nuovo progetto fosse «di grande aumento all’assemblea di fede», prefigurando la nascita del futuro Collegio Urbano.
Per mons. Brosel, il modo migliore di onorare la memoria di Vives è «continuare a studiarlo con rigore scientifico, sottraendolo tanto all’oblio quanto alla leggenda, affinché la sua figura possa tornare a occupare il posto che le spetta nella storia dell’istituzione missionaria della Chiesa».


Il Collegio Urbano, una casa che si riforma senza rinnegarsi

Dal versante del Collegio Urbano, il rettore don Armando Nugnes ha riletto la donazione del 1626 come un gesto al tempo stesso giuridico e spirituale, motivato dalla passione missionaria di Vives e dei suoi alleati, in vista di un «collegio papale» interamente dedicato al clero missionario.
«Quell’atto donativo fu innanzitutto espressione concreta della passione missionaria di monsignor Vives e di altri che condivisero con lui l’ambizioso progetto», ha spiegato, sottolineando che il collegio «nasce come una sorta di collegio papale per le missioni» e che, solo dal 1641, sarebbe stato posto alle dipendenze del Dicastero fondato nel 1622.
Insistendo sul fatto che un seminario è sempre, per definizione, insieme comunità e casa, don Nugnes ha ricordato come «il seminario è casa, è famiglia, oltre che comunità», e come il nucleo originario di Palazzo Ferratini sia stato, nei secoli, radicalmente trasformato per corrispondere alle esigenze di una comunità in crescita, fino alla decisione, un secolo fa, di avviare il trasferimento del collegio sul colle del Gianicolo, con l’inaugurazione ufficiale nel 1931.
Don Nugnes ha visto nella coincidenza degli anniversari della donazione e del trasferimento un segno eloquente della continuità «giuridica, spirituale e sostanziale» del Collegio Urbano, capace di riformare le proprie strutture e i propri programmi formativi senza mai perdere la propria identità, al contrario di altre istituzioni romane come il Collegio Romano.
Ha ricordato come il Collegio Urbano sia stato tra le poche istituzioni formative da cui sono germinate altre realtà – l’Università Urbaniana e gli altri collegi di Propaganda – senza però «perdere la propria fisionomia e autonomia», caso singolare se paragonato appunto a quello del Collegio Romano. Nel suo piccolo, ha aggiunto, il collegio è stato e continua a essere «un’immagine viva di quella Chiesa sempre riformanda, non per assecondare le mode del tempo, ma per essere sempre più fedele al mandato missionario del suo Signore».
La comunità odierna, multiculturale e multirituale, è descritta dal rettore come il luogo in cui «si può toccare con mano che l’essenza della missione sta in un ricco scambio di doni: la missione non è mai unilaterale». Nella vita quotidiana del seminario, «lo stile della missione non può che essere il dialogo», come suggerito dal Concilio Vaticano II e come san Giovanni Paolo II ha affermato esplicitamente nella Redemptoris missio.
Alla luce di questa tradizione, anche le riforme che attendono il Collegio Urbano nel futuro «non possono esimersi dallo stile sinodale», poiché – come amava ripetere papa Francesco – «la sinodalità è il cammino che Dio si attende dalla Chiesa di questo tempo». Ogni revisione di strutture, forme giuridiche ed economiche, ha ribadito, dovrà mettere «al centro la comunità reale, con le sue ricchezze e le sue esigenze».


Crisi di spazio e trasferimento sulla «collina del silenzio»

Uno dei fili conduttori della giornata è stata la presa di coscienza, lenta ma inesorabile, che il palazzo borrominiano di piazza di Spagna, nel XX secolo, non poteva più reggere da solo il peso cumulato di un dicastero missionario e di un collegio in costante crescita.
Padre Belluomini ha già mostrato come la coabitazione integrale tra Congregazione e Collegio fosse costitutiva del progetto originario: le due istituzioni erano state concepite come «le due braccia del Papa», una per il governo centrale delle missioni, l’altra per la formazione del clero inviato ad gentes.
Riprendendo il dossier a partire dalla fine del XIX secolo, Luca Balducci, della Biblioteca dell’Università Urbaniana, ha ricostruito i ripetuti tentativi di ampliamento falliti – dalla passerella verso un immobile in via dei Due Macelli al progetto di un tunnel sotterraneo tra Palazzo Mignanelli e Propaganda, fino alla ricerca di ville alternative – e il giudizio netto di una relazione del 1924 che descriveva camerate improvvisate, spazi angusti per 126 seminaristi e un ambiente sonoro incessante, segnato dal rumore dei tram e del traffico.
In questo contesto, la scelta del Gianicolo – già celebrato da Marziale e da Giosuè Carducci come «colle del silenzio» dominante la città – non appare come un vezzo estetico, ma come la risposta alla necessità di un quadro più adatto allo studio, alla preghiera e alla vita comunitaria, pur mantenendo un dialogo visivo privilegiato con la cupola di San Pietro.
Balducci ha ripercorso in dettaglio le trattative per l’acquisto di una parte dell’ex ospedale di Santa Maria della Pietà, i complessi arbitrati con il North American College per la divisione dell’area di Villa Gabrielli, i vincoli archeologici e geotecnici che gravavano sul settore nord assegnato a Propaganda Fide e l’impegno finanziario dell’episcopato statunitense. In particolare, ha ricordato la figura del cardinale George B. Mundelein, arcivescovo di Chicago, che ottenne un consistente prestito bancario per finanziare la nuova sede e la Mundelein Memorial Library, lasciando un’impronta ancora oggi visibile nel complesso urbaniano.


Architettura: un linguaggio teologico messo a nudo

La sessione dedicata all’arte e all’architettura ha mostrato che la storia di Propaganda Fide si può leggere non solo nelle carte d’archivio, ma anche nella pietra e nella luce.
La professoressa Marisa Tabarrini (Sapienza Università di Roma) ha illustrato la stratificazione del complesso di piazza di Spagna: il nucleo Ferratini del XVI secolo, gli interventi di Gaspare De Vecchi e di Gian Lorenzo Bernini – con l’ala del collegio, la sala delle congregazioni e la prima cappella dei Re Magi – e infine la grande ricomposizione borrominiana che chiude l’isolato, inventa corridoi a doppio livello e mette in opera dispositivi di circolazione e di illuminazione di notevole raffinatezza.
Il professor Joseph Connors (University of Notre Dame), nel testo letto da Silvia Calogero, ha proposto una micro storia esemplare: il passaggio dalla «piccola cappella» dei Re Magi di Bernini (1634, presto saturata dai monumenti funebri dei grandi benefattori) alla «grande cappella» di Borromini (1660 1667), sullo sfondo di esigenze liturgiche, finanziarie e di circolazione interna.
Riprendendo i modelli di Giacomo della Porta alle Tre Fontane, la trasformazione della tipologia ovale e la volta a rete di nervature nella quale sembra che lo Spirito Santo discenda attraverso il tessuto della luce, Connors ha illustrato quello che definisce il «paradosso Borromini»: un’architettura fondata sui grandi trattati e sugli esempi antichi e moderni, e tuttavia radicalmente originale.
Mettendo a confronto la facciata di Propaganda Fide con quella progettata da Bernini per Sant’Andrea – il contemporaneo e rivale di Borromini – Connors osserva: «Bernini mette in mostra la sua rinascenza; saluta lo spettatore colto che pensa al palazzo dei Tribunali di Bramante e al Palazzo Senatorio del Campidoglio. Sostiene con forza l’idea di gerarchia, collocando ciò che è più importante su un corpo più elevato, controllando nel contempo il contesto con ali laterali basse e popolando lo spazio di statue come altrettanti attori su una scena. La facciata di Propaganda del Borromini è, al contrario, totalmente diversa. Egli non la colloca in alto, ma al livello del passante. Modella l’orizzonte non con la statua, ma con una cornice inflessa. Non si può arretrare per contemplarla, ma è lei che può piegarsi verso l’interno e attirare lo spettatore che avanza lungo la strada. Bernini popolò la sua architettura di personaggi come attori su un palcoscenico. Borromini, invece, volle un’architettura pura, ma la rese nondimeno drammatica.»


Un laboratorio missionario per il XXI secolo

Nel susseguirsi delle relazioni, il convegno ha delineato un’immagine coerente: quella di un insieme – palazzo, dicastero, collegio – concepito fin dall’inizio come una «domus del Papa per la propagazione della fede», che non ha mai cessato di tenere insieme il governo centrale delle missioni e la formazione decentrata di un clero autoctono.
L’annuncio di un percorso di ricerca pluriennale, scandito da una nuova giornata di studio in dicembre sugli inizi di Propaganda Fide e da un convegno internazionale nel 2027 per il quarto centenario del Collegio Urbano, mostra come il Dicastero per l’Evangelizzazione continui ad attingere alla fonte di questa storia ricca, assunta non come un patrimonio immobile, ma come un cantiere sempre aperto al servizio della missione della Chiesa. (Agenzia Fides 17/6/2026)


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