Roma (Agenzia Fides) –In Camerun, dove la disoccupazione e le difficoltà di inserimento sociale rappresentano una delle principali sfide per le giovani generazioni, la Chiesa è chiamata a svolgere un ruolo fondamentale nell’accompagnamento e nella formazione dei ragazzi. In questo impegno si inserisce il Rajec (Réseau des Anciens Jécistes du Cameroun), la rete degli ex membri della Jeunesse Étudiante Chrétienne, che riunisce oltre 500 persone in 18 diocesi del Paese. Riconosciuto dalla Conferenza Episcopale del Camerun nel 2022, il movimento coniuga formazione professionale, promozione dell’imprenditorialità e testimonianza cristiana, cercando di rispondere alle nuove sfide poste dalla trasformazione della società e dalla diffusione dei social media e dell’intelligenza artificiale. Ne parliamo con Jean Claude Fort-Lamy, responsabile nazionale del Rajec, che si trovava a Roma per l'Assemblea del Forum internazionale di Azione cattolica (FIAC).
D. Che cos’è il Rajec e quali sono i suoi obiettivi principali?
R. Il Rajec è un movimento di Azione Cattolica che riunisce coloro che hanno militato nella Jeunesse Étudiante Chrétienne (JEC) del Camerun. La nostra rete ha più di trent’anni di storia ed è riconosciuta dalla Conferenza Episcopale del Camerun dal 2022. Il nostro obiettivo è rafforzare la fede dei membri e continuare a offrire il nostro contributo alla vita e alla missione della Chiesa. Facciamo parte di una rete che non è presente soltanto in Camerun, ma anche in altri Paesi africani e nel resto del mondo.
D. Qual è la consistenza della vostra rete sul territorio camerunese?
R. Attualmente contiamo più di 500 membri, distribuiti in 18 diocesi. Questa presenza capillare ci permette di essere vicini alle comunità locali e di affrontare le sfide che i giovani incontrano quotidianamente, cercando di offrire risposte concrete ai loro bisogni.
D. Quali sono oggi le principali difficoltà che i giovani del Camerun devono affrontare?
R. Uno dei problemi più gravi è sicuramente la disoccupazione, che comporta anche notevoli difficoltà nell’inserimento nella vita sociale ed economica. Per questo, attraverso la nostra rete di circoli sociali, cerchiamo di rispondere alle esigenze dei giovani, in particolare degli studenti, aiutandoli a sviluppare competenze che possano favorire il loro futuro.
D. In che modo cercate di sostenere concretamente i giovani nella ricerca di un lavoro e nella costruzione del loro futuro?
R. In collaborazione con la Conferenza Episcopale, organizziamo corsi di formazione professionale rivolti ai giovani. Un esempio è il laboratorio che abbiamo promosso a margine della nostra Assemblea generale, dedicato a quelle che in francese chiamiamo activités génératrices de revenus, cioè attività produttrici di reddito.
L’obiettivo è fornire ai partecipanti gli strumenti di base per avvicinarsi all’imprenditorialità, imparare a sviluppare iniziative economiche e acquisire maggiore autonomia. Vogliamo aiutarli a diventare protagonisti del proprio futuro, favorendo il loro inserimento nella vita economica e sociale.
D. La vostra missione, però, non si limita alla formazione professionale. Quale ruolo attribuite alla formazione cristiana?
R. La dimensione spirituale è fondamentale. Accanto alla formazione professionale, cerchiamo di educare i giovani a essere «il sale della terra e la luce del mondo» per i loro coetanei. Vogliamo che siano capaci di testimoniare e annunciare il Vangelo in ogni ambito della loro vita: nella famiglia, nella scuola, nel lavoro e nelle relazioni sociali.
Crediamo che la fede non debba rimanere confinata alla sfera privata, ma debba tradursi in comportamenti concreti, nella solidarietà, nella responsabilità e nell’impegno per il bene comune.
D. Quali nuove sfide pone ai giovani la diffusione dei social media e dell’intelligenza artificiale?
R. L’uso sempre più pervasivo dei social media e, oggi, dell’intelligenza artificiale rappresenta una sfida importante. Questi strumenti possono offrire opportunità, ma possono anche disorientare molti ragazzi, influenzando il loro modo di pensare, di relazionarsi e di interpretare la realtà.
Per questo è necessario adattare i nostri modelli formativi alle nuove situazioni. Non possiamo continuare a formare i giovani come se il mondo digitale non esistesse: dobbiamo aiutarli a sviluppare senso critico e responsabilità, affinché sappiano utilizzare queste tecnologie in modo consapevole e coerente con i valori cristiani.
D. Anche le istituzioni pubbliche stanno prendendo coscienza di questi problemi?
R. Sì, lo Stato ha cominciato a riconoscere la portata di queste sfide e la necessità di intervenire. Un esempio è rappresentato dalla normativa che punisce la diffusione di discorsi d’odio sulle reti sociali. Si tratta di un segnale importante, perché mostra come la tutela delle persone e la responsabilità nell’utilizzo degli strumenti digitali siano diventate questioni centrali.
Anche noi, come rete di Azione Cattolica, sentiamo la responsabilità di accompagnare i giovani in questo percorso, aiutandoli a vivere la propria fede e la propria cittadinanza in modo consapevole, anche nel mondo digitale. (L.M.) (Agenzia Fides 29/10/2026)