CONVEGNO “LA CHIESA DEI COVONI” - Ascoltare i Continenti: doni, urgenze, domande e nuovi cammini missionari

venerdì, 23 ottobre 2026 missione   dicastero per l'evangelizzazione   chiese locali  

di Marie-Lucile Kubacki

Roma (Agenzia Fides) – "Dai territori di missione alle Chiese missionarie": il titolo di una delle sessioni riassume bene la seconda giornata del primo Convegno internazionale della "Chiesa dei Covoni", dedicata all'"Ascolto dei Continenti".

I gruppi di lavoro di Europa, America del Nord, Africa, Asia e America Latina hanno delineato con voce concorde il passo che appare urgente per il presente e il futuro. Si tratta di superare quella che il programma definisce "una Chiesa divisa tra donatori permanenti e destinatari permanenti". È lo spirito indicato dall'Arcivescovo Fortunatus Nwachukwu, che aveva aperto i lavori ricordando che "ogni Chiesa locale ha doni da offrire e doni da ricevere".

Superare lo schema “donatori-beneficiari”

Suor Agnès Sory, a nome del gruppo africano, ha dato il tono: "Nessuna Chiesa locale è soltanto donatrice. Nessuna Chiesa locale è soltanto beneficiaria". I tre verbi "Dare – Ricevere – Inviare" "non descrivono tre tappe successive, ma tre dimensioni inseparabili della comunione missionaria". L'Africa, con i suoi Padri della Chiesa e le sue prime tradizioni monastiche, non ha cominciato a donare oggi: "Ciò che è nuovo è l'ampiezza e la visibilità del suo contributo".

Il gruppo ha citato le parole pronunciate da Papa Leone XIV a Parigi il 26 settembre: "Nessuno è così povero da non avere nulla da dare; nessuno è così ricco da non avere nulla da ricevere". La missione circola ormai "dal Sud al Nord, dal Sud al Sud, dal Nord al Sud, e anche all'interno di ogni Chiesa locale". Come aveva avvertito l'Arcivescovo Nwachukwu, "non si tratta semplicemente di un capovolgimento". L'obiettivo, ha spiegato suor Agnès, è "superare la logica dei ruoli fissi".
Collaboratori, non destinatari passivi

Il rapporto asiatico ricorda che il dialogo promosso dalla Federazioni delle Conferenze episcopali asiatiche (FABC) considera anche religioni e culture dell'Asia "non oggetti di evangelizzazione, ma collaboratori della missione". Nelle zone più remote del Sud-Est asiatico, gli incontri non sono quelli "di missionari stranieri che danno mentre le comunità locali si limitano a ricevere". Sono invece segnati da "reciprocità e arricchimento reciproco". Per il gruppo africano, "la disponibilità di risorse finanziarie non determina da sola il valore di un collaboratore o di un dono". In Camerun, una parrocchia che aveva ricevuto da un'altra alcuni secchi di vernice ha organizzato una colletta per pagare il viaggio di ritorno dei visitatori, perché nessuna relazione fosse "ridotta a quella tra donatore e beneficiario". Il contributo dell'Oceania chiede ai missionari di "costruire partenariati tra Chiese locali, favorendo lo scambio reciproco di doni anziché limitarsi a fornire personale". La Chiesa filippina, che per il suo quinto centenario aveva scelto il tema "Gifted to Give", ricorda che "un dono che indugia e si trattiene cessa di essere un dono".
Nei Paesi come il Giappone, dove le comunità cattoliche sono piccole e anziane, il rapporto asiatico invita a passare dall'assimilazione a un'identità interculturale in cui "tutti i membri sono al tempo stesso ospitanti e ospiti". I cattolici filippini, indiani, srilankesi, vietnamiti e coreani portano intanto nel Nord del mondo il loro "dinamismo, la loro ospitalità e le proprie tradizioni cattoliche locali". Allo stesso modo, il gruppo europeo, che vede i migranti "rivitalizzare le parrocchie", annovera tra i suoi segni di speranza "l'apprendimento reciproco tra le Chiese del Sud globale e l'Europa".
Il missionario non è un tappabuchi
La persona inviata "non è né una soluzione tecnica alla carenza di sacerdoti né la rappresentante di una presunta cultura superiore", insiste il rapporto africano. Padre Cosmas Ajawara è un sacerdote Fidei Donum nigeriano che ha prestato servizio per 23 anni in Canada. Vi ha portato un'esperienza di "Chiesa-Famiglia" e ha ricevuto una cultura della tutela dei minori e delle persone vulnerabili, della responsabilità finanziaria e dell'amministrazione trasparente, che sta ora trasmettendo alla sua diocesi d'origine.

Negli Stati Uniti un quarto del clero parrocchiale è nato all'estero. I vescovi consultati hanno espresso gratitudine per i sacerdoti e i religiosi provenienti da altri Paesi, pur riconoscendo che la fraternità tra clero locale e clero di provenienza straniera "richiede ancora maggiore attenzione". Il gruppo europeo ha rilevato a sua volta "incomprensioni tra clero locale e clero straniero, in particolare riguardo all'autorità e alla collaborazione con i laici".
Tra i preannunciati documentari previsti nel processo di formazione ispirato dalla formula della “Chiesa dei Covoni, quellostatunitense si intitolerà "Many Members, Many Gifts, One Body in Christ" ("Molte membra, molti doni, un solo corpo in Cristo"). Quello canadese sarà dedicato al dono del nuovo arrivato in una Chiesa di immigrati: nell'arcidiocesi di Toronto la Messa domenicale è celebrata in una trentina di lingue. Racconterà anche il Québec, un tempo grande terra di missionari, oggi Chiesa piccola ma viva. Suor Agnès ha chiesto: "Siamo disposti ad accogliere gli altri solo per ciò che possono fare per n
oi, o siamo pronti anche a lasciarci trasformare dai doni che portano?".
Una collaborazione fondata su una memoria veritiera

La collaborazione esige che si nominino le asimmetrie del passato. Il rapporto latinoamericano ricorda un'evangelizzazione "indissolubilmente legata ai progetti coloniali di entrambe le corone". Ricorda anche una crisi di credibilità, aperta dagli abusi, che "richiede un processo di accompagnamento riparativo delle vittime". Il documentario canadese si aprirà con il riferimento alle comunità autoctone (le Prime Nazioni”) e il cammino di riconciliazione con esse avviato. Per il gruppo europeo, "la tutela è una condizione dell'appartenenza, non un'aggiunta amministrativa". Il gruppo del'Africa ha proposto una "missione senza potere": i suoi missionari arrivano spesso "senza un sostegno politico, economico o culturale dominante". Ha messo inoltre in guardia da ogni romanticismo: "La sofferenza non è un dono. La violenza non è un dono. La povertà non è un dono".

Doni da non idealizzare

"Riconoscere i doni non significa idealizzarli", ha avvertito suor Agnès. La vitalità delle Chiese africane è reale, ma "i numeri, le vocazioni e il fervore delle celebrazioni non dicono tutto". Allo stesso modo, la Chiesa-Famiglia "non deve essere idealizzata fino a nascondere le divisioni, le esclusioni o le ferite" che attraversano le comunità. La missione dell'obolo della vedova, aggiunge il rapporto africano, "non deve né sacralizzare la povertà né giustificare l'impreparazione dei missionari", perché "attraversare una frontiera non basta a fare una missione".
L'équipe che ha presentato il Modulo 12, "Africa e Asia: centri emergenti di fede e solidarietà", ha individuato quattro segni di vitalità in queste Chiese: una Chiesa un tempo coloniale e ora "giunta alla maturità"; teologie più narrative che sistematiche; un forte senso di inclusività; una Chiesa giovane. Ha riconosciuto anche il patriarcato, la gerarchia e il clericalismo, le divergenze sulle questioni morali, l'arretramento democratico, la corruzione e l'ingiustizia sociale. Ha chiesto un "umile discernimento" che non respinga la saggezza indigena come primitiva e nemmeno la idealizzi in chiave romantica. Ha ricordato che "l'inculturazione non è mai una traduzione superficiale del vocabolario". Ha inoltre avvertito che "i progetti di pace finanziati dall'esterno, senza un'appropriazione locale, raramente sopravvivono al ciclo di finanziamento". Richiamandosi al gesuita camerunese Engelbert Mveng, ha descritto la povertà più profonda dell'Africa come "antropologica". Non si tratta solo di una povertà economica, ma della spoliazione dell'identità, della cultura, della voce e della dignità lasciata dalla schiavitù e dal colonialismo.

Se la sinodalità diventa una “moda”

Il teologo filippino Andrew Recepción, Presidente della International Association of Catholic Missiologists, esorta a impedire che le ricche intuizioni della sinodalità si irrigidiscano in slogan. La parola sinodalià "è diventata di moda", avverte, e rischia di trasformarsi in "un cliché ecclesiastico" o di chiudersi in "camere d'eco sinodali". Lì parlano tra loro "sempre le stesse persone", lontano dai poveri e dagli emarginati. Senza la missione, la sinodalità "si riduce a uno sforzo umano o semplicemente a un nuovo approccio pastorale", come la fiesta filippina, che riunisce "l'intero paese" attorno a "un'unica tavola", può "restare una festa senza invio".

Collaboratori all'interno di ogni Chiesa

Lo stesso passaggio riguarda la vita interna delle Chiese locali. Per il gruppo europeo, una Chiesa diventa casa quando "coloro che un tempo erano trattati come destinatari diventano partecipanti corresponsabili". Infatti "un'ospitalità senza possibilità di incidere resta incompiuta": "la semplice coesistenza non basta; la missione richiede incontro, culto condiviso e trasformazione reciproca". In Africa, catechisti, donne e giovani sostengono le comunità. La sfida è "passare dal considerare le persone come semplici beneficiarie al riconoscerle come protagoniste", perché "partecipare non significa semplicemente svolgere più compiti".
Agnes Brazal ha descritto le 17 stazioni missionarie aperte nei quartieri più poveri di Caloocan, nelle Filippine, per migranti che si dicono cattolici ma restano "unchurched", estranei alla vita parrocchiale. Ha illustrato anche le discriminazioni di casta in India, dove i dalit rappresentano circa il 7% dei vescovi e il 4% dei sacerdoti. Il teologo filippino Andrew Recepción mette in guardia dalle "camere d'eco sinodali", dove la conversazione finisce per svolgersi sempre tra "le stesse persone", mentre le voci subalterne "sono altrove". Per lui "la formazione sinodale è il passaggio dal kami al tayo", cioè dal "noi" esclusivo al "noi" inclusivo della lingua tagalog. Aggiunge che i milioni di filippini che lavorano all'estero sono missionari a pieno titolo: "Nessun ufficio missionario li ha inviati, eppure in virtù del battesimo sono discepoli missionari".
Il gruppo latinoamericano ha chiesto una maggiore partecipazione delle donne e dei laici "nelle strutture di governo e decisionali della Chiesa". Lo ha fatto attingendo all'esperienza di "una Chiesa vicina al popolo (pueblo)" e di una speranza "vissuta come virtù attiva". Prevede una conferenza regionale, forse nell'agosto 2027, anno del ventesimo anniversario della Conferenza di Aparecida. Padre Cosmas ha aggiunto che "l'unità della fede non esige l'uniformità delle sue espressioni", citando il monastero di Keur Moussa, in Senegal, e il rito congolese.
In Europa, dove il cristianesimo "è diventato una sottocultura tra le tante", il gruppo ha colto anche segni di speranza. In Francia, nel 2026, ci sono stati oltre 21.000 battesimi di adulti e adolescenti, e i giovani sono attratti "non da un cristianesimo annacquato, ma da una fede audace, gioiosa ed esigente". Non sono mancate preoccupazioni concrete: un partecipante, ad esempio, ha chiesto testi accessibili ai catechisti delle zone rurali.
Seguiranno consultazioni regionali, in Europa il 26 e 27 novembre e in tutta l'Africa. Suor Agnès ha concluso: "Non si diventa missionari quando non si ha più bisogno di ricevere. Si diventa missionari quando il dono ricevuto da Dio diventa, a sua volta, un dono condiviso".
(Agenzia Fides, 23/10/2026)



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