ASIA - "Compassione corale" per fermare le tragedie dei migranti nel "Mediterraneo dell'Asia"

venerdì, 31 luglio 2026

Giacarta (Agenzia Fides) - La migrazione forzata e la tratta di esseri umani, due fenomeni tra loro collegati, sono tra le crisi più profonde che toccano il continente asiatico. Di fronte alle costanti tragedie marittime nel Golfo del Bengala, le comunità cattoliche dell'Asia meridionale e del Sudest asiatico – in particolare in Bangladesh, India, Myanmar, Malaysia e Indonesia – sono chiamate a una "compassione corale", per creare una rete di accoglienza e corridoi umanitari che sottraggano i migranti ai trafficanti di esseri umani. Padre Ignazio Ismartono, gesuita indonesiano attivo a Giacarta nel contrasto alla tratta con l'organizzazione "Sahabat Insan" (che significa "Amici dell'umanità"), ha condiviso queste riflessioni in un colloquio con l'Agenzia Fides. Il religioso rilancia l'appello alla compassione espresso dai Vescovi alla recente Assemblea della Federazione delle Conferenze Episcopali dell'Asia (FABC), richiamando i drammi che si consumano in quello che è stato definito il "Mediterraneo dell'Asia". Si tratta dello spazio marittimo che si estende dal nord del Golfo del Bengala fino alla provincia indonesiana di Aceh, nell'estremità settentrionale dell'isola di Sumatra.

L'emergenza dei Rohingya

L'ultimo episodio che ha suscitato indignazione e preoccupazione riguarda il popolo dei Rohingya, impegnato su una rotta marittima considerata una delle più letali al mondo. Due imbarcazioni con a bordo oltre 500 persone si sono capovolte al largo delle coste del Myanmar nelle scorse settimane. "Secondo informazioni preliminari - recita un comunicato congiunto dell'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) e dell'UNHCR, l'Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati - le due imbarcazioni sono partite dallo Stato di Rakhine (in Myanmar) alla fine di giugno trasportando principalmente Rohingya. Tra loro vi erano persone provenienti dai campi profughi di Cox's Bazar, in Bangladesh. Una delle imbarcazioni, che si ritiene trasportasse circa 250 persone, è affondata poco dopo la partenza. La seconda, con a bordo circa 280 persone, si è capovolta l'8 luglio al largo della costa di Ayeyarwady, in Myanmar".
Per Ismartono, "si tratta di uno dei più gravi disastri marittimi che abbiano colpito i rifugiati negli ultimi anni. Le agenzie internazionali hanno esortato i governi della regione a rafforzare le operazioni di ricerca e soccorso e a rispettare gli obblighi internazionali di protezione nei confronti di quanti fuggono da violenze e persecuzioni. Hanno inoltre chiesto una maggiore cooperazione internazionale per affrontare le cause profonde degli sfollamenti forzati e creare percorsi sicuri per i rifugiati".
Il gesuita nota: "Come hanno sottolineato i Vescovi dell'Asia, la tragedia richiama gli appelli di Papa Leone XIII a difendere la dignità di ogni persona umana, specialmente dei migranti e dei rifugiati costretti ad abbandonare le proprie case in cerca di sicurezza".

Un'azione ecclesiale transnazionale

Il religioso condivide la proposta di mons. Socrates Mesiona, Vescovo di Puerto Princesa e presidente della Commissione per la pastorale dei migranti della Conferenza Episcopale delle Filippine, il quale ha sottolineato "l'urgenza di un'azione ecclesiale a livello transnazionale". La migrazione forzata nell'Asia meridionale, ha affermato il Vescovo, "non può più essere trattata dai governi come un semplice fardello sociale o un problema legale". A questo quadro, Ismartono aggiunge che le comunità cattoliche delle nazioni asiatiche del Sud-est "si sentono interpellate nella missione di tutelare la dignità di ogni persona. Sono chiamate a mettersi a disposizione laddove lo Stato fallisce, promuovendo forme adeguate di intervento pastorale e di accoglienza".
Secondo i dati delle Nazioni Unite, solo nel 2026 oltre 5.400 Rohingya hanno tentato pericolosi viaggi via mare. Le agenzie umanitarie descrivono il Golfo del Bengala e il Mare delle Andamane come una delle rotte migratorie più pericolose al mondo. Nel 2025 oltre 6.500 Rohingya sono fuggiti via mare e quasi 900 risultano morti o dispersi.
I Rohingya, minoranza prevalentemente musulmana del Myanmar, subiscono da decenni discriminazioni, sfollamenti forzati, violenze e il mancato riconoscimento della cittadinanza, che li rende apolidi. Molti rimangono confinati nello Stato di Rakhine, mentre circa 1,2 milioni di persone continuano a vivere nei campi profughi del Bangladesh.
In questo contesto, le limitate opportunità di istruzione, lavoro e reinsediamento spingono molti ad affrontare pericolose traversate marittime. Da un lato, la violenza e il conflitto nello Stato di Rakhine, in Myanmar; e, dall'altro, la riduzione degli aiuti umanitari e il deterioramento delle condizioni di vita nei campi profughi del Bangladesh continuano a spingere migliaia di famiglie nelle mani dei trafficanti di esseri umani, che organizzano viaggi via mare destinati a trasformarsi in tragedie.

L'impegno sul campo di "Sahabat Insan"

P. Ismartono osserva il fenomeno dalla prospettiva privilegiata e operativa di "Sahabat Insan", realtà ufficialmente riconosciuta sia dallo Stato indonesiano sia dalla Chiesa cattolica. È un impegno, spiega "profondamente radicato nella spiritualità ignaziana e nei principi della dottrina sociale della Chiesa, che si basa sulla tutela della dignità umana". Le persone assistite - ricorda "non sono considerate semplici numeri o casi statistici, ma esseri umani dotati di un'intrinseca e inviolabile dignità, persone in cui si manifesta il volto di Cristo".
"Sahabat Insan" opera secondo i principi di compassione e prossimità, aprendosi alla cooperazione con reti di altre confessioni per combattere la piaga globale del traffico di esseri umani, fortemente radicata nel Golfo del Bengala. "Il Sudest asiatico, con le sue diverse nazioni - spiega il gesuita - è fortemente colpito dal reclutamento illegale di manodopera e dalla tratta". Per questo l'organizzazione fornisce protezione e assistenza diretta alle vittime, predisponendo un sistema di accoglienza e supporto psicologico, legale e sanitario per i lavoratori migranti indonesiani e dei paesi vicini che sono caduti nelle reti dei trafficanti. Inoltre provvede a programmi di reinserimento sociale per aiutare i sopravvissuti a reintegrarsi in modo sicuro nel tessuto sociale ed economico locale.
"Molto importante - nota - sono la prevenzione e la sensibilizzazione: per questo promuoviamo campagne educative e seminari per informare la popolazione e i potenziali migranti sui pericoli dei trafficanti, che spesso sfruttano la povertà e la mancanza di istruzione falsificando documenti con la complicità di funzionari corrotti".
Nell'opera di contrasto a un fenomeno che coinvolge vari soggetti – governi, forze di sicurezza e società civile – è cruciale la cooperazione con altre organizzazioni, come la rete di suore cattoliche Talitha Kum o il Jesuit Refugee Service, per monitorare i flussi migratori e facilitare i rimpatri sicuri. "Poiché la tratta è un crimine transnazionale e senza confini - osserva - la risposta ecclesiale e della società civile deve essere altrettanto coordinata e globale. Per questo siamo pienamente integrati nella Jesuit Conference of Asia Pacific (JCAP)", nota.
Forti di questa collaborazione, l'azione oltrepassa i confini della Chiesa cattolica per incidere sulle istituzioni e i governi dell'area ASEAN (Associazione delle Nazioni del Sudest asiatico): "Ai parlamentari delle nazioni ASEAN - rileva - chiediamo di includere il tema della prevenzione della tratta direttamente nei programmi scolastici nazionali, cooperando con Ong laiche e tutta la società civile".
(PA) (Agenzia Fides 31/7/2026)



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