Padre Camerlengo: Il dono di Osório, ucciso dai malvagi, diventa seme

giovedì, 18 giugno 2026 missionari uccisi   vescovi   testimoni   istituti missionari   dicastero per l'evangelizzazione  

di padre Stefano Camerlengo*

Dianra (Agenzia Fides) - Personalmente, ho conosciuto Osório Citora Afonso al Seminario teologico dei Missionari della Consolata di Kinshasa, dove arrivava dal nostro Noviziato del Mozambico. La prima impressione fu quella di un giovane pieno di vita e di gioia, un giovane desideroso di fare il bene e di farlo bene. Aveva una grande capacità di costruire relazione, caratteristica che lo ha accompagnato per tutta la vita. Ovunque sia stato, ha costruito ponti, ha creato comunione, ha aperto cammini.
Ricordo quando fu costretto a restare per diversi anni in Italia per cure mediche, dopo un grave incidente stradale che aveva subito insieme ad altri missionari in Congo e che lo aveva paralizzato a letto costringendolo a cure intensive dolorosissime. Tutto vissuto con gioia e gratitudine per quanti si davano da fare per lui. Conoscendo ed apprezzando la sua indole buona e accogliente, mi dà ancora più dolore pensare al modo in cui è morto. Lui, l’uomo del dialogo, dell’incontro, della gioia di restare insieme, è stato ucciso a casa sua.
La sua triste e dolorosa morte è un seme, un amore che abbraccia tutti e tutto e abbatte ogni barriera. Un amore che ci incoraggia a dare la vita per la fedeltà al Vangelo e che oggi mi spinge a fare alcune riflessioni che vorrei condividere con chi mi leggerà.

La lotta contro il male

Quanto è successo a Monsignor Osorio non ha spiegazioni e giustificazioni; è la forza del male che si impone e fa le sue vittime. Di fronte ad esso, si rivelano l’impotenza dell’uomo e la condizione tragica del suo esistere. Tragico è il non poter fare il bene che vorremmo e il non riuscire ad impedire il male.
L’apostolo Paolo ha descritto con incisività la condizione tragica dell’essere umano sfidato dal male nel capitolo settimo della Lettera ai Romani: è la condizione dell’io, impotente di fronte al bene che non fa e al male che fa. Per Paolo, è questa impotenza che il Figlio di Dio ha fatto propria, per la forza di un amore senza misura, grazie al quale il tragico viene ad essere accolto negli abissi della divinità. È l’inquietante rivelazione secondo cui Dio “non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi” (Rm 8, 32), costruita sul modello del sacrificio che Abramo si dispone a fare del suo figlio amato, Isacco (Genesi, 22). Abissalmente proiettato in Dio, il tragico è abitato dal suo Spirito, i cui gemiti, descritti nella Lettera ai Romani, segnalano la distanza fra il male presente e il bene promesso, fra l’esperienza e l’attesa. Il tragico in Dio diventa così la vera rivelazione di ciò che siamo: solo grazie a questa rivelazione è possibile percepire in tutta la sua tragicità la contingenza del mondo. Proprio così, però, la redenzione è possibile: se Dio abita l’impotenza, questa è redenta. Solo l’infinita compassione riscatta la scena di questo mondo che passa, senza indebolirne la contingenza, esaltandola anzi nella sua dignità perché fatta propria dal Redentore.

Un’attenta lettura della Lettera ai Romani dimostra che il messaggio cristiano è tutt’altro che la distruzione del tragico attraverso un moralismo facile, bensì l’evoluzione del tragico nella condizione stessa di quanti sperimentano la debolezza e la sofferenza, pur essendo stati giustificati per la loro adesione a Cristo. Il tragico cristiano coinvolge non soltanto il Figlio, ma anche Dio che non lo ha risparmiato per noi, e lo Spirito che condivide il nostro gemito e quello di tutta la creazione. Solo un Dio che abita la tragicità porta in essa la buona novella della grazia: solo il Dio umano, che si carica del peso del male che devasta la terra, può liberarci e liberare il mondo. Il male è stato assunto in Dio, l’unico che così poteva vincerlo. Questo dice la Lettera ai Romani, di così bruciante attualità di fronte al nostro presente e alla sua condizione di naufragio, che non cerca facili salvatori, ma una prossimità altra e profonda capace di restituire il senso del cammino comune. È Paolo a dirci che, in Cristo, Dio si è fatto compagno del dolore umano e fondamento della speranza possibile: in questa “follia”, il suo messaggio.

Nel paradosso di questo “vangelo tragico” sta tutta la sua provocatoria attualità: è qui che la speranza cristiana si mostra per quello che è: non evasione consolatoria, ma anticipazione militante dell’avvenire entrato in questo mondo nel Figlio, che ha abitato il nostro dolore, il male che ci ferisce e la morte. Proprio l’esperienza e il riconoscimento di questo “male radicale” ci chiamano a un più bene grande, che non può esser frutto solo della carne e del sangue, ma viene da altrove. Dal male solo Dio ci può salvare: non un qualunque Dio, ma quello che ha abitato nella nostra condizione tragica e l’ha fatta sua, per vincerla al posto nostro e per noi. Il Dio della carità infinita: il Dio di Gesù Cristo. E il dono di Osorio diventa seme per vincere il male con il bene.

Osorio martire della giustizia

I tristissimi avvenimenti che hanno portato alla brutale uccisione del nostro Osorio fanno pensare ad una testimonianza piena ed autentica, ad un martirio della giustizia. Per un cristiano, Gesù Cristo è il testimone fedele ed autentico e i suoi discepoli sono i suoi testimoni. E i martiri sono, secondo l’etimologia del termine, dei testimoni, anzi i testimoni per eccellenza, tanto che in essi la testimonianza trova il suo compimento.
I martiri sono ammonitori scomodi, manifestano tratti di una durezza sconcertante, che nella società attuale provoca in molti uno strano malessere.
Osorio diceva che non si può tacere davanti alle ingiustizie, davanti al male. Per i primi cristiani, i martiri avevano una strettissima unione a Cristo; erano il compimento non solo del suo amore perfetto, ma anche della sua cruenta morte sulla croce.
Alcune considerazioni:
La confessione di fede e l’impegno per la realizzazione del regno di Dio non possono essere visti come due realtà disgiunte tra di loro. Per le prime comunità cristiane, la testimonianza non era un affare esclusivamente privato ma richiedeva una confessione pubblica, con evidenti ripercussioni anche di tipo politico sulla vita pubblica dei fedeli, in netto contrasto con la concezione totalitaria del culto romano dell’imperatore. Contro di lui, si reclamava infatti il diritto di Dio all’obbedienza degli uomini.
Tutto ciò si intrecciava e si combinava, a sua volta, con l’annuncio del regno di Dio e della sua giustizia (Matteo, 6, 33) e il Discorso della montagna, con i moniti a favore dell’impegno per la giustizia, che poteva condurre anche al martirio, alla persecuzione e alla morte, come Gesù stesso aveva annunciato e incarnato esemplarmente nella sua persona. L’impegno per la realizzazione del regno di Dio, dopo l’attestazione della fede nella creazione, deve essere visto come seconda motivazione fondamentale della concezione teologica del martirio. I perseguitati a causa della giustizia possono quindi legittimamente essere definiti martiri nel senso proprio e “qualificati testimoni di Cristo”.
Occorre tenere nella massima considerazione l’intreccio tra amore di Dio e amore del prossimo, come emerge da tutti i testi del Nuovo Testamento, che non ammette eccezioni: per Cristo non soffre solo chi tribola per la fede in Cristo, ma anche colui che per amore di Cristo soffre per qualsiasi opera della giustizia come il nostro caro Osorio.

Il dolore della mamma

Pensando alla tragica fine di Osorio, come non pensare alla sua mamma che, dopo l’immensa gioia di vederlo vescovo, lo trova ucciso da malvagi? Proprio come la madre di Gesù, il figlio inchiodato sulla croce… Come non immaginare - la tradizione popolare ce ne parla - il camminare della Vergine Maria accanto al Figlio verso il Calvario? La cosa strana è che di quel suo cammino, nei Vangeli, non si dice niente; non si riporta nemmeno un sospiro, un pianto, un grido. La troviamo, però, sotto la croce. Maria non apre bocca, non dice una parola. Possiamo immaginare le parole. Saranno state parole cariche di amore, come solo le mamme sanno pronunciare, come il Figlio le ha insegnato.
In questa situazione, si colloca il significato della morte nella vita del missionario: dove per morte s’intendono anche dolore e croce, tribolazione e prova, immolazione e sacrificio. Sì, si tratta d’una delle idee fondamentali e, direi, costitutive dell’apostolato in genere e di quello missionario in particolare. Il Missionario o regala e impegna tutta la sua vita mettendola a totale disposizione dei più bisognosi, o non è missionario.
L’apostolo è, per sua natura, una persona immolata e sacrificata nel modo più radicale e totalizzante. San Paolo, che si presenta come l’apostolo ideale, usa un frasario impressionante ed efficientissimo.
Secondo lui, l’apostolo è un uomo destinato alla morte, come una pecora da macello: perseguitato e abbandonato da tutti, deve affrontare fatiche e tribolazioni d’ogni genere. Paolo soffre per i suoi figli come una madre e, come una madre, li genera nel dolore, li protegge e li tiene caldi al seno; come una madre, è sempre in angoscia e si strugge; come una madre, ha l’onore e la gioia supremi di comunicare la vita con la sua morte.
Questa immagine splendida è usata anche da Gesù che si è compiaciuto di dire: “La madre, quando è arrivata la sua ora, soffre, ma quando ha dato alla luce il suo bambino, gode per la grande gioia che è arrivato al mondo un altro uomo!”.
L’immagine della madre che soffre ce ne richiama un’altra fondamentale e importante: quella di Abramo, nostro padre nella fede, che porta suo figlio Isacco, il suo “unico figlio che amava”, sul monte Moria per immolarlo, offrirlo a Dio. Anche la madre del missionario sacrifica, immola suo figlio a Cristo e ai suoi fratelli più bisognosi. Anche la madre imita e ripete il gesto eroico di Abramo, che, portando suo figlio sul monte, piange e soffre; tuttavia, ubbidisce coraggiosamente alla parola di Dio che mette alla prova la sua fede. Anche la madre, come Abramo, piange e soffre ancora i sacri dolori del parto generando il figlio all’apostolato missionario.
Si tratta di una seconda generazione e di un’altra fecondità, che necessariamente devono costare lacrime e sangue, secondo la sacra legge della generazione: “darai alla luce soffrendo!”. E, se grande è il dolore della madre che genera secondo la carne, tanto più grande dev’essere il dolore della madre che rigenera il figlio all’apostolato. Ma tanto più grande sarà anche la sua gioia. Dolore, gioia e apostolato sono un trinomio sacramentale indiscutibile.
È la legge pensata da Dio e sigillata dalla vita e dall’insegnamento di Gesù, che è morto in croce per noi e ci ha detto: “Se il grano di frumento, caduto in terra non muore, rimane solo”. Senza la morte del grano, la spiga e il buon pane che ci nutre sono impossibili. Rifiutare la sacra legge della morte e del dolore, del sacrificio e dell’immolazione, è scegliere il castigo tremendo dell’infecondità e della morte: in questo modo, la vita si spegne inesorabilmente.
Come la madre, anche il missionario deve farsi buon Pane spezzato e buon Vino versato, esattamente come Cristo nell’Eucaristia, che ripete il gesto supremo della sua morte per la nostra vita. Come la madre, anche l’apostolo deve vivere ciò che avviene sull’altare: farsi quotidianamente buon pane spezzato e buon vino versato. In questa quotidiana sacramentale immolazione, egli troverà tutta la sua gioia e il successo del suo apostolato missionario. Non possiamo non pensare alle celebri parole che la mamma di san Giovanni Bosco gli disse nel giorno della sua ordinazione sacerdotale: “Ricordati, figlio mio, che essere prete vuol dire soffrire”.
Concludendo questi pensieri sparsi, possiamo dire che il nostro Osorio ha lottato e ha donato la sua vita per questo. Affermando che la differenza la fa chi lotta, chi insegna a lottare, chi si offre e chi soffre. La differenza la fa chi insiste. La differenza la fa chi dal dolore non scappa e chi di sogni non ne ha più, ma continua a sognare. Chi non spera di vivere per sempre ma per sempre di vivere. Chi si salva da solo
perché gli altri hanno altro da fare. Chi non tace la felicità e per questo abbraccia più forte che può e, quando il freddo è finito, continua a tremare. La differenza la fa chi della solitudine ascolta il silenzio e chi del prendersi cura ne fa poesia. La differenza preferisce i fatti alle parole; per questo, sono in pochi a farla. Perché la differenza, come sempre, la fa chi rischia, chi resta, chi ama.
E lui, donando la vita per la causa della giustizia e di Cristo, ha amato restando un seme che produce frutti abbondanti! (Agenzia Fides 18/6/2026)

*Missionario della Consolata


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