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di Cosimo Graziani
Freetown (Agenzia Fides) - I problemi securitari che affliggono l’Africa hanno connessioni con dinamiche del crimine globale scarsamente percepite dagli stessi analisti di geopolitica. . Uno di queste è la connessione tra il continente africano e i flussi di droga provenienti dal Sudamerica. Problemi come la porosità dei confini, la presenza di gruppi criminali, la mancanza di organi amministrativi per la lotta al narcotraffico e, non da ultimo, la povertà rendono l’Africa da circa quindici anni un “mercato” inesplorato e redditizio per i cartelli internazionali della droga.
Negli ultimi anni le connessioni tra gruppi criminali locali africani e cartelli si sono fatte più profonde: i cartelli sudamericani sfruttano le connessioni locali – che in alcuni casi sono fatte direttamente con membri dei governi e delle amministrazioni – per far arrivare la droga, cocaina nella maggior parte dei casi, nei porti africani come tappa intermedia nel percorso verso l’Europa.
Le connessioni in loco non servono solo a far da base al “prodotto”, servono anche a capire come aggirare controlli, facendo arrivare la droga nei porti senza trovare blocchi. Per fare tutto ciò i cartelli latinoamericani si servono dei gruppi criminali locali, con veri e propri “reclutamenti” di breve durata. L’aspetto in cui la collaborazione è più evidente è l’arrivo della droga in Africa: per la cocaina, per esempio, negli anni scorsi i carichi partivano dai porti del Brasile per arrivare nei porti dell’Africa occidentale. Con l’aumento dei controlli e dei sequestri, passati da una alle trenta tonnellate negli ultimi otto anni, la cocaina arriva in Africa partendo dai porti meno importanti del Brasile, oppure dalla Guyana e dal Suriname, su piccole navi o con droni sottomarini. I carichi vengono poi lasciati al largo delle coste africane, dove i gruppi criminali locali li raccolgono sempre su piccole imbarcazioni per poi portarli sulla terra ferma.
Anche per quanto riguarda il contrabbando di metanfetamine l’Africa sta diventando sempre più un hub importante. Da più di dieci anni vengono scoperti regolarmente laboratori per la sintesi die queste sostanze stupefacenti. Questi laboratori sono stati scoperti in Sudafrica, Kenya, Mozambico e Nigeria, e vengono creati in loco perché i gruppi criminali garantiscono ai cartelli latinoamericani la logistica per arrivare ai mercati europei, la protezione e le infrastrutture necessarie per costruirli. Quel che fanno i cartelli e mandare sul posto dei membri addetti a gestire questi laboratori, che non solo si occupano della produzione, ma anche dell’approvvigionamento delle sostanze chimiche e della “formazione” dei membri dei gruppi locali, dando un vero e proprio impulso alla produzione locale.
Non deve stupire che i laboratori di metanfetamine smantellati in questi anni, in cui sono stati arrestati parecchi narcos messicani, siano stati trovati sia in Africa occidentale che in Africa orientale. La produzione africana oramai fornisce diverse regioni a livello mondiale, compresi mercati del Sudest asiatico.
Tra i gruppi criminali internazionali più attivi nel continente ci sono i cartelli messicani di Sinaloa e Jalisco, i Primero Comando da Capital, gruppo criminale brasiliano specializzato nel trasporto della droga, e i colombiani del Clan del Golfo anche loro attivi nel trasporto verso l’Africa. Ma il mercato della droga funziona solo se ci sono altrettanti gruppi criminali che distribuiscono la droga nei mercati occidentali. Tra questi vanno menzionati la ‘Ndrangheta, la Mocro Mafia attiva tra Paesi Bassi e Belgio, i gruppi criminali dei Balcani. Tutti questi hanno stabilito contatti in Africa per facilitare l’arrivo delle sostanze stupefacenti.
Come già menzionato l’azione dei gruppi criminali internazionali penetra in maniera subdola in tessuti sociali e politici di per sé già molto fragili, arrivando a toccare livelli molto alti della politica africana. Così si è scoperto che da quasi due decenni il cartello di Sinaloa ha contatti ben stabiliti con i livelli più alti dell’esercito della Guinea Bissau, o che il trafficante olandese Jos Leijdekkers, condannato a ventiquattro anni in Olanda per traffico internazionale, si trova in Sierra Leone.
L’aumento dell’importanza dell’Africa come hub per la droga va di pari passo con l’aumento del consumo locale. Un elemento che negli anni è aumentato seguendo precise caratteristiche. In Africa sono la povertà, i traumi dei conflitti passati e l’assenza di un futuro a spingere la popolazione, soprattutto giovani, al consumo di droga. Le sostanze diffuse però non sono quelle che arrivano in Europa, perché sono più pericolose e dalla provenienza incerta. Le principali sono il Kush, diffuso in Sierra Leone e Liberia – due paesi che hanno proclamato lo stato di emergenza sanitaria per la loro diffusione – e il pufa, diffuso in Marocco. I kush è un mix di sostanze la cui composizione non è chiara e varia a seconda del laboratorio che lo produce, anche se sono sempre presenti ingredienti come fentanyl e cannabis sintetica. Il pufa invece è una droga sintetica ricavata dagli scarti della cocaina e delle metanfetamine. Il kush si è diffuso in Liberia anche in connessione con i conflitti civili che hanno colpito in paese negli anni, mentre il pufa si è diffuso in Marocco nel periodo in cui la popolazione era maggiormente colpita dagli effetti della pandemia.
Agenzia Fides 2/11/2026)