ASIA/KAZAKHSTAN - L'Adorazione eucaristica: la preghiera che sostiene la Chiesa nella terra della Grande Steppa

martedì, 27 ottobre 2026

Fides

La Adorazione perpetua nella Cattedrale di Astana

di Paolo Affatato

Astana (Agenzia Fides) – Da quasi venticinque anni, ad Astana, la preghiera davanti al Santissimo Sacramento non si interrompe. Giorno e notte, a ogni ora, c’è qualcuno che resta in adorazione. La storia comincia nel 2002, quando circa 300 cattolici della capitale del Kazakhstan decisero di avviare una pratica di Adorazione eucaristica permanente, che da allora non ha conosciuto interruzioni. Per l’Arcivescovo Tomash Peta, Pastore dell’Arcidiocesi di Maria Santissima ad Astana, questa presenza silenziosa è il fondamento della comunità, la sorgente da cui la Chiesa attinge la forza per vivere e testimoniare la fede in un Paese in cui i cattolici sono un piccolo gregge (circa 120mila fedeli in tutto, l’1% della popolazione nazionale).

«In venticinque anni non è mai trascorsa un’ora senza che qualcuno fosse davanti al Santissimo Sacramento», racconta all’Agenzia Fides il 75enne presule polacco che, nello scorso agosto, ha presentato la rinuncia alla Santa Sede e che, in attesa delle disposizioni del Papa, tuttora guida la comunità di Astana. L’intuizione non nacque da un progetto elaborato dalla diocesi, ma dall’incontro con una donna spagnola di nome Maria Teresa, appartenente all’Opus Dei, arrivata in Kazakhstan per l’adozione di un bambino, in vista della visita di Giovanni Paolo II che venne nel paese nel 2001. Fu lei a suggerire questa forma di preghiera: «Non siamo stati noi ad avere l’idea e a promuovere l’iniziativa, ma questa donna», ricorda mons. Peta, riconoscendo in quell’inizio «un dono inatteso, come un germoglio che poi è sbocciato».

È da questa presenza discreta, nascosta e perseverante che l'Arcivescovo Peta invita a guardare alla storia della Chiesa cattolica nel Kazakhstan contemporaneo. La storia si è intrecciata profondamente con quella della nazione, divenuta indipendente nel dicembre 1991, 35 anni fa, dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica. Per comprendere il volto attuale della comunità cattolica occorre tornare, dunque, a quel passaggio storico: alla fine di un sistema politico che aveva limitato la libertà religiosa, alla riapertura degli spazi pubblici per la fede, ma anche alle grandi migrazioni che hanno modificato la composizione della popolazione e delle comunità ecclesiali.

Una Chiesa che viveva nelle case

Quando Tomash Peta arrivò in Kazakhstan, nel 1990, il Paese era ancora una repubblica sovietica. La perestrojka aveva già avviato trasformazioni che lasciavano intravedere un cambiamento, ma nessuno poteva sapere con certezza che l’epoca sovietica sarebbe finita di lì a poco. La presenza cattolica era ridotta e la vita ecclesiale doveva fare i conti con forti restrizioni: pochi sacerdoti, pochissime chiese accessibili, difficoltà persino nel portare oltre confine croci e immagini sacre.
«Quando arrivai, forse c’erano soltanto una decina di sacerdoti», ricorda l’arcivescovo. Eppure, dietro quella fragilità visibile, esisteva una comunità capace di custodire la fede e di trasmetterla alle nuove generazioni. Non sempre era possibile partecipare alla lessa o ricevere i sacramenti da un sacerdote, dunque «la preghiera familiare e la trasmissione domestica della fede assumevano così un ruolo decisivo. I genitori battezzavano i figli, quando era possibile, e le famiglie continuavano a pregare», spesso lontano dagli occhi delle autorità.

«Fra le pratiche che maggiormente contribuirono a mantenere viva questa appartenenza vi era il Rosario», riferisce. La preghiera mariana non era soltanto una forma di devozione individuale: permetteva alle persone di incontrarsi, di sostenersi reciprocamente e di riconoscersi come parte della Chiesa, anche quando non potevano disporre di un edificio sacro o della presenza stabile di un sacerdote.
«Dovevamo incontrarci, perché siamo una comunità, siamo Chiesa», afferma Peta. I fedeli si riunivano nelle case private, in una stanza o attorno a un tavolo, per recitare insieme le preghiere. La comunità, spiega, «si costruiva attraverso questi incontri semplici, affidati alla perseveranza di persone che, nonostante le difficoltà, non volevano rinunciare alla fede».

L’Arcivescovo richiama anche la memoria delle persecuzioni. Negli archivi sovietici, racconta, sono stati individuati documenti relativi a persone uccise per essersi riunite a pregare in gruppi del Rosario: «Alcuni storici e ricercatori hanno potuto consultare quei materiali e ricostruire nomi e vicende». È una memoria che impedisce di leggere la rinascita della Chiesa dopo il 1991 come una storia cominciata da zero: le strutture ecclesiali erano fragili, ma «la fede era stata custodita per decenni da uomini e donne che avevano continuato a pregare anche senza poter contare su una presenza pubblica della Chiesa».
«Quando i sacerdoti poterono arrivare e costruire chiese, fu possibile farlo perché esisteva già una comunità di fedeli», sottolinea Peta. La libertà religiosa rese nuovamente visibile una realtà che, in molti luoghi, aveva continuato a vivere in silenzio.

L’indipendenza e la rinascita della vita ecclesiale

Il 16 dicembre 1991 il Kazakhstan proclamò la propria indipendenza, avviando la costruzione delle istituzioni di uno Stato sovrano. Per il Paese cominciò una stagione di profonde trasformazioni politiche, economiche e sociali. Situato nel cuore dell’Eurasia, fra tradizioni culturali asiatiche ed europee, il Kazakhstan si è progressivamente affermato sulla scena internazionale, sviluppando relazioni diplomatiche e promuovendo iniziative di dialogo. Astana, la capitale, è diventata non soltanto il centro amministrativo del Paese, ma anche un luogo di incontri internazionali, compresi quelli dedicati alle religioni e alla pace.
Per la Chiesa cattolica, l’indipendenza ha significato la possibilità di ricostruire la propria presenza pubblica. Le comunità hanno potuto aprire e costruire luoghi di culto, i sacerdoti e le religiose hanno avuto maggiori possibilità di raggiungere i fedeli, la celebrazione dei sacramenti e la catechesi hanno ripreso spazio nella vita quotidiana. Le relazioni diplomatiche fra la Santa Sede e la Repubblica del Kazakhstan, stabilite il 17 ottobre 1992, hanno accompagnato il consolidamento del nuovo Stato e della presenza ecclesiale. Nel 1998 un accordo bilaterale ha definito il quadro giuridico delle attività della Chiesa cattolica nel Paese; un accordo supplementare, firmato nel 2022 ed entrato in vigore nel 2023, ha agevolato le procedure per i visti e i permessi di soggiorno del personale ecclesiastico straniero.
Ma la libertà ritrovata ha avuto anche conseguenze demografiche importanti. «Con l’apertura delle frontiere – rimarca l’arcivescovo - milioni di persone hanno lasciato il Kazakhstan per trasferirsi nei Paesi d’origine delle proprie famiglie. Fra loro vi erano centinaia di migliaia di cattolici, molti dei quali appartenenti a comunità di origine europea». Peta ricorda, per esempio, l’emigrazione verso la Germania di un numero molto consistente di persone di origine tedesca, molti dei quali cattolici.

La Chiesa si è così trovata davanti a un paradosso: mentre la libertà permetteva di costruire chiese e organizzare la vita pastorale, la comunità dei fedeli diminuiva. Una parte di coloro che avevano custodito la fede durante gli anni sovietici ripartiva per raggiungere i Paesi d’origine; le parrocchie dovevano adattarsi a una popolazione più ridotta e a una realtà sociale in rapido cambiamento.
«Trentacinque anni fa c’erano molti più cattolici in Kazakhstan», osserva mons. Peta. L’emigrazione continua ancora oggi e coinvolge anche famiglie polacche e altri gruppi legati alle proprie origini nazionali. Eppure, nota, «il bilancio non può essere letto soltanto attraverso il numero dei fedeli. La Chiesa è diventata visibile, sono arrivate nuove congregazioni religiose e sono nate vocazioni locali. La comunità, pur più piccola, è stata chiamata a radicarsi maggiormente nella società in cui vive».

Dal patrimonio delle comunità storiche al volto kazako della Chiesa

Una delle trasformazioni che più interessano il tessuto ecclesiale è l’avvicinamento al cattolicesimo di persone appartenenti alla popolazione kazaka: «La Chiesa oggi – dice – non è più identificata soltanto con le comunità di origine europea che hanno mantenuto la fede durante il periodo sovietico: anche alcuni kazaki scelgono di diventare cattolici, intraprendendo un cammino che comporta una nuova appartenenza religiosa e una maturazione personale».

L’Arcivescovo Peta racconta la vicenda di una donna che, dopo aver abbracciato la fede cattolica, ha sperimentato un cambiamento nel proprio modo di guardare agli altri: «Quando sono diventata cattolica, tutto è cambiato per me, perché avevo capito che si può amare chiunque quando si conosce Gesù», è il senso della sua testimonianza. La fede, in questa prospettiva, non si esaurisce nell’adesione a una comunità o nella partecipazione ai riti, ma «diventa un modo diverso di vivere le relazioni, di accogliere le persone e di riconoscerne la dignità, è una visione del mondo», nota.

Questa trasformazione pone anche una questione culturale e linguistica. Il russo continua a essere la lingua più diffusa nella vita liturgica cattolica, perché è conosciuto da molti fedeli appartenenti a gruppi etnici diversi. Ma cresce l’esigenza di utilizzare anche il kazako, soprattutto per raggiungere le nuove generazioni e accompagnare le persone che si avvicinano alla Chiesa.
«Passo dopo passo, dobbiamo parlare anche in lingua kazaka», spiega l’Arcivescovo, riconoscendo che si tratta di un processo graduale. Non è soltanto una questione di traduzioni, perché «occorre elaborare un linguaggio capace di esprimere la fede cristiana dentro la cultura locale, affinché anche le parole della preghiera, della catechesi e della vita sacramentale diventino familiari a chi cresce parlando kazako».
La sfida è significativa in un Paese che riunisce numerosi gruppi etnici e tradizioni religiose. Secondo il censimento del 2021, in Kazakhstan vivono rappresentanti di 124 gruppi etnici. La convivenza fra culture e religioni diverse è una componente importante dell’identità nazionale e costituisce anche il contesto nel quale la piccola comunità cattolica è chiamata a testimoniare il Vangelo.
Ad Astana, questo incontro assume una dimensione particolare. Dal 2003 la città ospita il Congresso dei Leader delle Religioni Mondiali e Tradizionali, un’iniziativa internazionale che riunisce esponenti di diverse fedi per riflettere sulla pace e sulla responsabilità condivisa nei confronti dell’umanità. Il dialogo interreligioso è inoltre entrato in una nuova fase con le visite dei Pontefici: Giovanni Paolo II nel 2001 e Papa Francesco nel 2022.

La visita di Giovanni Paolo II fu, per la Chiesa locale, un momento di grande incoraggiamento. Peta ricorda con commozione «la celebrazione eucaristica nella quale si radunarono fedeli cattolici e persone appartenenti ad altre tradizioni. La presenza del Papa rese visibile una comunità che per lungo tempo aveva vissuto ai margini della vita pubblica». Nel 2022, la visita di Papa Francesco e la sua partecipazione al Congresso dei Leader delle Religioni Mondiali e Tradizionali «hanno nuovamente posto il Kazakhstan al centro dell’attenzione ecclesiale internazionale, mettendo in risalto il ruolo del dialogo e della convivenza pacifica».
In questo contesto, la Chiesa cattolica «è chiamata a contribuire alla società attraverso la propria identità e la propria testimonianza»: «Non siamo migliori degli altri, ma siamo la Chiesa di Gesù Cristo, che è Via, Verità e Vita», dice. Il rapporto con le altre religioni, aggiunge, è generalmente positivo: «Le comunità si incontrano, condividono occasioni di dialogo e, in alcuni casi, collaborano su iniziative concrete a favore delle persone più vulnerabili».

La Madre della Grande Steppa e il futuro della comunità

Fra i segni che raccontano il legame fra la Chiesa cattolica e la cultura del Kazakhstan vi è l’icona della «Madre della Grande Steppa», venerata dalla comunità come immagine della protezione di Maria. L’opera fu realizzata dall’artista kazako Doszbol Kasimov, uomo di fede musulmana, che accettò di dipingere la Vergine e Gesù con tratti e riferimenti culturali locali. Per Peta «anche questa vicenda è un dono», dato che un artista appartenente a un’altra tradizione religiosa ha contribuito a creare un’immagine che è diventata cara ai cattolici del Paese e che esprime, attraverso l’arte, la possibilità di un incontro.

L’icona è legata anche alla memoria della visita di Papa Francesco, che nel 2022 ne benedisse una raffigurazione. Per la comunità cattolica, la «Madre della Grande Steppa è un segno di appartenenza alla terra in cui vive e, allo stesso tempo, di fiducia nel futuro», in quanto la Chiesa «esprime la fede attraverso forme capaci di parlare alle persone di oggi».
Questa attenzione all’inculturazione si accompagna alla consapevolezza delle sfide contemporanee. La secolarizzazione, la trasformazione delle relazioni sociali e il peso crescente delle tecnologie interrogano anche la vita cristiana. Peta ritiene tuttavia che «la fede continuerà a trovare spazio in una società in cui molte persone conservano una sensibilità spirituale e la ricerca di Dio. La testimonianza cristiana, in questo scenario, passa dalla qualità della vita dei fedeli e dalla loro capacità di essere presenti, accoglienti e disponibili».
«Puoi fare piani e programmi, ma ogni giorno arrivano persone con i loro problemi e le loro necessità», osserva l’Arcivescovo. E così il punto decisivo, per una comunità cristiana, è «essere pronta ad accogliere chi si presenta, ad ascoltare le sue difficoltà e a offrire una testimonianza concreta dell’amore di Dio». La missione evangelizzatrice «non si esaurisce nei grandi appuntamenti ecclesiali o nelle relazioni con le istituzioni: si realizza negli incontri quotidiani, nella vicinanza alle persone, nella disponibilità a condividere la vita di chi cerca un senso, una risposta o un sostegno».

È in questa prospettiva che l’Adorazione eucaristica permanente assume il suo significato più profondo: «La preghiera ininterrotta costituisce il cuore spirituale della comunità in Kazakhstan», ripete. Dalle case in cui i cattolici recitavano il Rosario durante il periodo sovietico alle chiese costruite dopo l’indipendenza, fino all’Adorazione che da quasi un quarto di secolo scandisce giorno e notte la vita della comunità di Astana, emerge una continuità: «La Chiesa vive perché resta legata a Cristo e perché da questa relazione trae la forza di incontrare gli altri».
«Tutto è un dono di Dio, tutto è grazia», afferma mons. Peta in conclusione, ricordando i suoi 37 anni di missione nel paese dell’Asia centrale e richiamando le parole di Gesù: «Senza di me non potete far nulla».
Con questa consapevolezza l’Arcivescovo guarda al futuro della comunità affidata alla sua cura pastorale: dopo trentacinque di indipendenza del Kazakhstan, la storia della Chiesa cattolica continua a intrecciarsi con quella nazionale. E’ una storia segnata dalla memoria della fede custodita nel silenzio, dalla libertà ritrovata, dalle migrazioni e dalla ricerca di un volto sempre più locale. Una Chiesa numericamente, ma chiamata a essere presenza viva in una terra d’incontro, sostenuta dalla preghiera e desiderosa di camminare verso il futuro sotto il manto della Madre di Dio.

(Agenzia Fides 27/10/2026)

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La Cattedrale di Astana

L'Arcivescovo Peta e l'icona di Maria Madre delle Steppe

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L'Adorazione comunitaria nella cattedrale di Astana

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