di Marie-Lucile Kubacki
Darjeeling (Agenzia Fides) – Quando il 29 novembre 2025 Papa Leone XIV ha nominato il sacerdote Edward Baretto vescovo coadiutore di Darjeeling, quella nomina ha connotato col suo tratto unico un percorso lungo quattro decenni che ha attraversato tutto il subcontinente indiano: da una famiglia cattolica di modeste condizioni nella diocesi di Mangalore, nel Karnataka, alle colline ricoperte di piantagioni di tè dove l’India confina con il Bhutan e il Sikkim.
Ordinato vescovo il 21 gennaio 2026 a Kalimpong alla presenza del Nunzio Apostolico in India e Nepal, Leopoldo Girelli, ora opera al fianco del vescovo Stephen Lepcha al servizio di una diocesi in cui ha già ricoperto molti ruoli, fin da quando era adolescente.
«Eravamo otto fratelli in famiglia ed eravamo molto poveri», racconta a Fides, ricordando la sua infanzia ad Alampuri, vicino a Mangalore, «Ciononostante, sono riuscito a completare gli studi, anche se con grande difficoltà». Suo padre si ammalò di cancro mentre Edward frequentava ancora la scuola elementare, costringendolo ad aiutare in casa mentre sua madre usciva per andare a lavorare. «Anche se non avessi perso quel tempo, la mia famiglia non avrebbe potuto permettersi di mandarmi a scuola», aggiunge, riflettendo su un percorso forgiato dalla grazia e dalla dedizione, in cui nulla era dato per scontato né dovuto a privilegi.
Quella vocazione lo portò lontano da casa. Nel 1982, a diciassette anni, entrò nel Seminario Minore Giovanni XXIII a Darjeeling, a quasi 2.500 chilometri dal suo sud natale. In seguito ha studiato al Seminario regionale Morning Star di Calcutta, ha conseguito un master in filosofia a Pune e una licenza in diritto canonico a Bangalore, dopo la sua ordinazione sacerdotale a Darjeeling nel 1993.
Il trasferimento dal sud tropicale al nord himalayano non è stato facile. «Una volta imparata la lingua, quella è la chiave per entrare in una comunità», dice dei suoi primi anni sulle colline. «Da quel momento in poi, le cose sono diventate molto più facili per me». Si è rivolto ai villaggi per il ministero natalizio e alla musica come ponte verso la vita locale: «Anche questo è stato apprezzato, ed è così che mi sono ambientato rapidamente». Questo modello di integrazione si è ripetuto nel corso del suo ministero: vicedirettore del seminario minore, docente al Morning Star, parroco a Kalimpong, vicario giudiziario e, più recentemente, direttore del Centro Pastorale Divya Vani.
Oggi quella diocesi conta circa 35.000 cattolici, «tutto qui», osserva senza enfasi, sparsi su un territorio di oltre 9.500 chilometri quadrati che comprende le colline di Darjeeling, il Sikkim e il Regno del Bhutan. Un piccolo gregge, che tuttavia, secondo il suo racconto, ha costruito una convivenza insolitamente serena con i propri vicini. «Per quanto riguarda l’armonia religiosa non abbiamo grossi problemi, a differenza di altre parti dell’India, dove avrete sicuramente sentito parlare di conflitti», afferma. «Viviamo in armonia e, tra i cristiani, l’armonia è finora eccellente. Partecipiamo alle reciproche iniziative e, quando ci incontriamo, va tutto molto bene». Cita iniziative concrete: «Ho organizzato un dialogo interreligioso e invitato molte persone. È andato molto bene, sono venuti tutti, abbiamo organizzato una cena per loro e c’è stato uno scambio di opinioni", a riprova del fatto che il dialogo, per lui, è una realtà concreta fatta di incontri e di tempo trascorso insieme.
Gran parte della sua vita pastorale si è svolta tra le comunità delle piantagioni di tè della regione, la cui presenza cattolica risale alla migrazione di manodopera del XIX secolo proveniente dal Chotanagpur.
«Qui la gente lavora per lo più nelle piantagioni di tè», osserva. «I lavoratori delle piantagioni di tè non possiedono terreni, sono semplicemente assunti dalle piantagioni. Trovare un alloggio è molto difficile per le famiglie che vivono nelle piantagioni di tè».
Quando gli viene chiesto di raccontare un episodio che ha plasmato il suo approccio alla missione, ricorda di aver celebrato un matrimonio interreligioso tra un uomo cattolico e una donna indù. Percependo che la sposa e la sua famiglia erano a disagio, spiegò che non era lì per costringere nessuno e che rispettava profondamente la loro tradizione. Sollevata, la sposa iniziò a frequentare regolarmente la chiesa prima di chiedere, alla fine, di essere battezzata. «Mi ha ringraziato per aver lasciato lui libero e per non averle fatto pressioni», dice il vescovo. «È questo che le ha davvero permesso di trovare la propria strada».
Riguardo ai matrimoni misti, comuni in una regione in cui i cattolici sono pochi, anche tra i cristiani, egli predilige un approccio delicato e rispettoso. Battezzare qualcuno senza un consenso autentico, osserva, «sarebbe contrario alla costituzione civile e anche all’insegnamento della Chiesa stessa, perché significherebbe imporre la nostra religione a qualcuno. Non si tratta di rifiutarli: se vogliono avvicinarsi, sono liberi di farlo».
Data la posizione geografica della sua diocesi, il vescovo Baretto ha anche la responsabilità della piccola comunità cattolica del Bhutan, che conta un solo sacerdote locale: una storia singolare che affonda le sue radici nella stessa famiglia reale di questo regno ufficialmente buddista. «C’erano missionari gesuiti in Bhutan, invitati dal re», racconta, «molti membri della famiglia reale hanno studiato a Darjeeling, per lo più sotto la guida dei gesuiti». La storia è interessante. A metà del XX secolo, la St. Joseph’s School di Darjeeling, meglio conosciuta come North Point, si affermò come centro educativo di prim’ordine per le élite himalayane sotto la guida dei gesuiti. Diverse generazioni della dinastia reale bhutanese dei Wangchuck e di membri dell’aristocrazia bhutanese vi hanno ricevuto la loro istruzione, a partire dal terzo monarca del Paese, Jigme Dorji Wangchuck, egli stesso ex allievo della scuola, che a partire dal 1961 avviò un processo di modernizzazione del sistema educativo del proprio Paese. Fu in questo contesto che, nel 1963, il primo ministro del Bhutan Jigme Palden Dorji, cognato del re, invitò i missionari gesuiti di Darjeeling a sviluppare l’istruzione in Bhutan.
«Da allora fino alla partenza dei gesuiti dal Bhutan nel 1989, molti gesuiti di Darjeeling hanno operato in tre località per sviluppare l’istruzione nel Bhutan, in particolare padre William Mackey, che vi ha vissuto fino alla sua morte nell’ottobre 1995, padre Gerard Leclaire, che ha fondato il primo college del Paese, e padre John Coffey, pioniere a Punakha, la capitale estiva del Bhutan», riporta il sito web ufficiale «Darjeeling Jesuits of North Bengal». «Dopo la morte di padre Mackey, il ministero pastorale nel regno ha sofferto per la mancanza di un missionario cattolico sul territorio», si legge. Tuttavia, poiché il Bhutan è sotto la cura della diocesi di Darjeeling, qualcuno da lì è venuto periodicamente a celebrare la messa per questa comunità cattolica – considerata un antico gruppo di credenti cristiani nel regno, molti dei quali avevano abbracciato la fede cattolica quando loro o i loro genitori si trovavano a Darjeeling (India). «Padre Kinley Tshering, il primo e unico sacerdote cattolico originario del Bhutan, di origini buddiste, incarna questa storia e costituisce un ponte in carne e ossa. Mandato da bambino alla St. Joseph’s School di Darjeeling e successivamente incoraggiato a seguire la sua vocazione da Madre Teresa durante un volo in cui gli capitò di sedersi proprio accanto a lei, entrò nella Compagnia di Gesù e fu ordinato nel 1995. «Ora svolge un bellissimo ministero di presenza», spiega il vescovo Edward Baretto.
Riflettendo sui propri ripetuti sradicamenti, da sud a nord, dalla parrocchia al tribunale al seminario, il vescovo Baretto sintetizza una convinzione che sembra aver guidato il suo ministero: «Non si può forzare nulla, sapete, bisogna abbracciare la vocazione. Non dovremmo costringere nessuno in materia di fede. Siamo chiamati a viverla e a pregare». È la stessa logica tranquilla e paziente che ha portato un ragazzo da un villaggio del Karnataka alla guida di una Chiesa himalayana incastonata tra India, Sikkim e Bhutan. (Agenzia Fides 7/10/2026)