ASIA/PAKISTAN - Linciaggio dei coniugi cristiani: "Un caso emblematico delle difficoltà nel perseguire la violenza delle folle", dice l’avvocato Anthony

mercoledì, 29 luglio 2026

The Voice

L'avvocato Anthony (al centro) con il team legale di The Voice i figli dei coniugi uccisi

Lahore (Agenzia Fides) – Il caso del linciaggio dei coniugi cristiani Shama e Shahzad Masih, vicenda legata alla violenza seguita ad accuse di blasfemia, conclusasi nei giorni scorsi con l'assoluzione degli ultimi tre imputati, “rappresenta un capitolo significativo della storia giudiziaria del Pakistan, evidenziando le difficoltà nel perseguire la violenza delle folle”: lo dice all’Agenzia Fides l'avvocato pakistano Aneeqa Maria Anthony, direttrice della Ong pakistana “The Voice”, che per oltre un decennio ha seguito il caso al fianco della famiglia delle vittime.
Il 9 luglio scorso la Corte Suprema del Pakistan ha annullato le condanne a morte inflitte ai tre ultimi imputati (vedi Fides 17/7/2026), rilevando gravi contraddizioni nelle testimonianze, discrepanze tra le deposizioni dei testimoni e il rapporto della polizia, insufficienza degli elementi probatori. I giudici hanno ribadito, che anche nei casi più gravi, il principio del “giusto processo” impone che una condanna sia fondata su prove certe, affidabili e coerenti.

Il caso risale al 4 novembre 2014, quando Shama e Shahzad Masih, giovani coniugi cristiani impiegati in una fornace di mattoni a Kot Radha Kishan, nel distretto di Kasur (Punjab), furono accusati, senza alcuna prova, di aver profanato pagine del Corano. Una folla inferocita li aggredì, li picchiò e li gettò vivi nella fornace. Shama era incinta di cinque mesi. Il duplice omicidio suscitò indignazione nel Paese e nella comunità internazionale, diventando uno dei simboli della vulnerabilità delle minoranze religiose pakistane di fronte alle accuse di blasfemia e alla violenza di massa.
La Ong “The Voice” ha affiancato Mukhtar Masih, padre di Shama, nel lungo iter giudiziario contro gli autori del linciaggio: "Abbiamo rappresentato la famiglia durante tutto il procedimento, tutelando gli interessi dei bambini e sostenendo l'azione penale", spiega Aneeqa Maria Anthony.
Nel novembre 2016 il Tribunale antiterrorismo ha emesso una sentenza considerata storica, condannando cinque imputati alla pena di morte e altri otto al carcere, mentre oltre 90 persone vennero assolte per insufficienza di prove. Negli anni successivi, però, il quadro accusatorio si è progressivamente indebolito: "Non avevamo alcun controllo sui testimoni dell'accusa", ricorda l'avvocato. "Molti dei principali testimoni erano parenti delle vittime e, durante il processo, hanno modificato le loro deposizioni, compromettendo l'impianto probatorio".

Per Aneeqa Maria Anthony, l'esito del procedimento non cancella il valore della lunga battaglia giudiziaria: "Il caso continua a rappresentare un capitolo significativo della storia giudiziaria del Pakistan, mettendo in luce le enormi difficoltà nel perseguire penalmente la violenza delle folle", afferma. "Nel contempo – prosegue – esso riafferma alcuni principi fondamentali dello Stato di diritto: il giusto processo, la presunzione d'innocenza e la necessità che ogni condanna sia sostenuta da prove credibili e affidabili".
La vicenda di Shama e Shahzad Masih continua a essere richiamata dalle Chiese cristiane e dalle organizzazioni per i diritti umani come “uno dei casi emblematici degli abusi legati alle accuse di blasfemia”. In Pakistan, osservano da anni i leader cristiani, anche accuse infondate possono trasformarsi rapidamente in episodi di violenza collettiva, alimentati dal clima di impunità e dall'estremismo religioso. Per questo, al di là dell'esito processuale, conclude l’avvocato Anthony, “il caso di Kot Radha Kishan rimane una ferita aperta nella coscienza del Paese e un banco di prova per la tutela della libertà religiosa, della giustizia e dei diritti delle minoranze”.
(PA) (Agenzia Fides 29/7/2026)


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