ASIA/MYANMAR - L'Arcivescovo di Mandalay: “La speranza resiste tra guerra, calamità e solidarietà interreligiosa”

venerdì, 3 luglio 2026

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di Paolo Affatato

Mandalay (Agenzia Fides) – “La parola ‘speranza’ appartiene sempre ai cristiani. Non riponiamo la nostra speranza in questo mondo, né in nessuna persona sulla terra. La nostra speranza viene da Dio”. Con queste parole l'Arcivescovo di Mandalay, mons. Marco Tin Win, descrive all’Agenzia Fides lo spirito con cui la comunità cattolica locale affronta una delle stagioni più difficili della sua storia, segnata dal conflitto civile, dal devastante terremoto del marzo 2025 e dalle alluvioni che hanno colpito il Myanmar centrale per due anni consecutivi. "La drammatica esperienza della pandemia, della guerra, delle alluvioni e del terremoto non ha allontanato le persone dalla fede e dalla Chiesa", racconta il Presule. "Al contrario, i fedeli hanno trovato maggiore conforto e consolazione in Dio. Pregano, celebrano l'Eucaristia, partecipano ai ritiri spirituali e alla vita pastorale. Anch'io pratico e propongo la meditazione cristiana ai fedeli, che si avvicinano e partecipano gli incontri con perseveranza. Nel nostro cuore alberga una certezza: la speranza viene da Dio", dice.

L'arcidiocesi di Mandalay è una delle più importanti circoscrizioni ecclesiastiche della Chiesa cattolica in Myanmar e si estende in un territorio in cui, su circa 10 milioni di abitanti, i cattolici sono circa 21mila, lo 0,2% del totale della popolazione a larghissima maggioranza buddista. L'arcidiocesi copre un'area vastissima che comprende le regioni di Mandalay, Sagaing e Magwe, oggi tra le più colpite dalla crisi sociale e umanitaria causata dal conflitto civile birmano. Dopo il colpo di Stato del 2021, proprio questa parte del Paese è stata uno dei principali centri della disobbedienza civile e successivamente della resistenza armata, dunque una zona di intensi scontri, con pesanti conseguenze per la popolazione civile. A questa situazione già critica, si sono aggiunte le calamità naturali, come il violento terremoto del 2025 e le alluvioni, che hanno aggravato le sofferenze della gente.
"Nell'arcidiocesi, diciassette chiese sono state gravemente danneggiate dal sisma, compresa la cattedrale e il centro pastorale", spiega l'Arcivescovo. “Stiamo ancora lavorando ai restauri, soprattutto del campanile della cattedrale”, dice. Tra gli edifici maggiormente colpiti vi è anche la storica chiesa di San Michele, nota anche come “Chiesa di Lafon”, dal nome del missionario padre Jean Lafon MEP che visse ed evangelizzò quella zona. “Molte abitazioni sono andate distrutte e numerose famiglie vivono ancora in sistemazioni di fortuna, lottando per il sostentamento quotidiano”, nota.

Il conflitto e il terremoto hanno provocato un esodo di sfollati. La Chiesa locale ha adibito molte delle proprie strutture a luoghi di accoglienza: “Oltre 700 profughi trovano oggi rifugio nel complesso del Santuario mariano di Santa Maria di Lourdes a Chanthagon, nella zona di Mandalay, mentre parrocchie, monasteri e scuole cattoliche rimasti agibili fungono tuttora da centri di accoglienza temporanei”, riferisce. “Sacerdoti, religiose e volontari di Karuna (la Caritas locale ndr) assicurano ospitalità, protezione e sostegno umano e psicologico a famiglie, anziani, bambini e persone più vulnerabili”, racconta l’Arcivescovo.
Mons. Tin Win esprime particolare riconoscenza verso il clero e i religiosi, punti di riferimento in una situazione segnata da difficoltà e tribolazioni: “Sono davvero orgoglioso dei miei sacerdoti. Quando i villaggi vengono incendiati o abbandonati a causa del conflitto, i preti e i religiosi rimangono accanto alla gente. Continuano a infondere coraggio e speranza. La loro presenza è davvero preziosa”.

L'Arcivescovo sottolinea come, nella tragedia, emerga una significativa solidarietà tra comunità di diversa appartenenza religiosa: “Quando i villaggi cattolici vengono distrutti, gli abitanti trovano rifugio nei villaggi buddisti. E, viceversa, quando sono i villaggi buddisti a essere incendiati, i loro abitanti vengono accolti nei nostri villaggi cattolici. La solidarietà interreligiosa si rafforza nella sofferenza condivisa”.
Mandalay è una terra ricca di pagode, stupa e templi buddisti. Immersa nel cuore di questa cultura, la Chiesa locale ha maturato negli anni una particolare vocazione al dialogo e alla cooperazione interreligiosa. “Mandalay è il centro della cultura birmana e della cultura buddista”, ricorda l'Arcivescovo. “Per questo la nostra presenza qui ha un significato particolare, che porta un messaggio di convivenza e armonia”. Pur rappresentando una minoranza numerica, la comunità cattolica è riconosciuta per il suo contributo nel campo dell'educazione, della promozione umana e dell'assistenza umanitaria. Oggi, data la crisi sociale che perdura da ormai cinque anni, “le parrocchie gestiscono scuole informali, orfanotrofi e laboratori professionali, offrendo opportunità di formazione a bambini e giovani, in un contesto segnato da povertà, carenza di istruzione, instabilità”, riferisce mons. Tin Win.

La città, ricorda il Pastore, occupa un posto centrale anche nella storia dell'evangelizzazione del Myanmar: "Le radici della Chiesa birmana – spiega – sono qui. I primi missionari cattolici arrivarono a Mandalay e da qui partì la missione verso il resto del Paese”.
Mons. Tin Win ricorda con particolare gratitudine l'opera dei Barnabiti, primi missionari giunti in Myanmar nel 1722, che studiarono profondamente la lingua birmana, tradussero i testi della fede cattolica, composero i primi dizionari e contribuirono alla nascita della letteratura cristiana in lingua locale. Tra loro spicca la figura di mons. Gian Maria Percoto, studioso della storia e della cultura birmana. L'Arcivescovo richiama anche il sacrificio del primo Vicario Apostolico barnabita, mons. Giovanni Battista Galizia, ucciso nel XVIII secolo insieme ad altri confratelli, e ricorda poi il contributo dei missionari che giunsero successivamente, come Oblati di Maria Vergine, i sacerdoti delle Missioni Estere di Parigi e del Pontificio Istituto Missioni Estere (Pime), ed altri.
“Portiamo nel cuore il sacrificio dei missionari, il dono della loro vita e del loro sangue: grazie a loro abbiamo conosciuto Gesù Cristo e il Vangelo”, rileva mons. Tin Win. “Lo ripeto spesso ai fedeli: siamo chiamati a custodire e a continuare la loro eredità. Le nostre preghiere, i canti, gli inni della liturgia in lingua birmana sono il frutto del loro dedizione e della loro instancabile missione. Oggi questa eredità continua nella nostra testimonianza quotidiana di fede, speranza e servizio, anche in tempo di tribolazione. I missionari ci hanno insegnato a confidare sempre in Dio e a non perdere mai la speranza. Così potremo costruire una autentica pace”, conclude.
(Agenzia Fides 3/7/2026)

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L'Arcivescovo Marco Tin Win

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