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di Gianni Valente
Puerto Maldonado (Agenzia Fides) - Gesù che si commuove, mentre sente i racconti dei discepoli che lui stesso ha inviato “a due a due” a annunciare la sua salvezza. Le preoccupazioni per i giovani amazzonici minacciati da chi li sfrutta come sicari e carne da macello per le nuove “Corse all’oro”. L’avventura Dei Domenicani, che arrivarono in America condizionati dalla “ideologia dei Conquistadores”, e tornarono in Europa per riannunciare il Vangelo delle “piaghe di Cristo” che avevano incontrato tra i popoli nativi di quelle terre.
E un po’ di bonaria ironia per i missionari che arrivano da fuori e, magari con buone intenzioni, si infervorano per simboli e segni “più o meno esotici, ma che non hanno niente a che vedere con la vita reale dei nostri popoli”.
Sono pieni di passione apostolica i racconti e gli spunti che Il Vescovo David Martínez de Aguirre Guinea condivide con l’Agenzia Fides, dopo aver terminato la sua visita “Ad Limina Apostolorum” e aver incontrato con gli altri Vescovi peruviani anche il Successore di Pietro.
Spagnolo di origine basca, figlio dei Frati Predicatori, il Vicario apostolico di Puerto Maldonado documenta in ogni sua risposta come e perché l’avventura missionaria che si sta vivendo in Amazzonia è cruciale e decisiva per tutta la Chiesa universale, e per tutto il mondo.
Il Papa, ha esortato voi Vescovi peruviani a vivere "alla maniera degli Apostoli". Come riecheggia questo accenno agli Apostoli nella vita dei Vescovi in Amazzonia?
DAVID MARTINEZ DE AGUIRRE GUINEA: Il vincolo più fecondo ed evocativo tra l'esperienza dei primi Apostoli e la nostra esperienza come Vescovi dell'Amazzonia è che quegli uomini furono toccati dall'esperienza dell'incontro con Gesù che li conquistò, li sorprese e segnò tutta la loro vita. Gesù li aiutò ad avere uno sguardo nuovo sul mondo, sulle persone, sulla moltitudine di cui parlano i Vangeli, e a cercare di dare una risposta al dolore, al vuoto, e a riempire i cuori della gioia di Dio.
Ripenso spesso ai testi in cui gli Apostoli iniziano a condividere la missione di Gesù: lui li inviava e loro ritornavano da Lui entusiasti, pieni di gioia. E Gesù - così me lo immagino io - con gli occhi pieni di lacrime e emozione, elevava la voce al cielo rendendo grazie, "per questi Apostoli che mi hai donato". E' l'entusiasmo apostolico che viviamo noi missionari - non solo i Vescovi, ma anche le missionarie e i missionari - nella vita quotidiana, nella nostra selva, in mezzo alle difficoltà: nutrirci di questa meravigliosa esperienza di Cristo, nel condividere la vita dei nostri popoli, per condividere con loro la gioia del Vangelo, ad ascoltare la sofferenza, come facevano gli Apostoli con tanti malati, indemoniati, persone oppresse dal male, vedendo che in Cristo trovavano una speranza.
Questo è ciò che anche noi desideriamo: guardare le situazioni di dolore, di sofferenza e di male che esistono nella nostra Amazzonia e cercare di illuminarle e sanarle con la gioia e la pace di Gesù.
Ma bastano appelli alla missione per sprigionare l'entusiasmo missionario?
MARTINEZ DE AGUIRRE: Gli apostoli, in tutta quella gioia, dovettero mettere in gioco tutto. Avevano le loro idee di partenza, e anche noi siamo arrivati in Amazzonia da missionari con le nostre idee, i nostri pensieri, le nostre precomprensioni, che devono essere corrette da Gesù, come accadde già agli Apostoli Pietro, Giacomo o Giovanni. Attraversiamo anche noi un processo personale di conversione da vivere con Gesù, insieme ai popoli che serviamo. Alla fine è Gesù che ci conduce verso la testimonianza, e verso il martirio, che è dare testimonianza donando tutta la vita, tutto ciò che siamo.
Durante le visite ad Limina avete incontrato Leone XIV in più circostanze.
MARTINEZ DE AGUIRRE: Il Papa ha avuto l'incontro con tutti i Vescovi della Conferenza episcopale del Perù, e poi un altro specifico con i Vescovi dell'Amazzonia peruviana. Poi abbiamo avuto anche il privilegio di essere presenti con lui alla collocazione nei Giardini Vaticani di un mosaico dell'Annuncio alla Vergine Maria e di una statua marmorea di Santa Rosa Lima. In quei giorni, il Papa è stato per noi davvero il Vicario di Cristo, colui che ci ha uniti, e resi più fratelli. Lui chi ha detto che dobbiamo vivere nello stile degli apostoli, guardando a san Toribio de Mogrovejo, Patrono dell'episcopato peruviano. La prima cosa che ci viene chiesta è l'unità e la comunione tra di noi. Durante l'anno noi vescovi ci vediamo poco e solo di sfuggita, senza avere il tempo per sapere come sta l'altro. Grazie al Papa sono nate situazioni molto belle di fraternità. Lui ci ha ripetuto che dobbiamo annunciare fedelmente il Vangelo, non annunciamo noi stessi, ma Cristo vivo e risorto. Ci ha spinto a essere coraggiosi e ad avere persino una coscienza martiriale: E ci ha chiesto di essere vicini alla gente, ai nostri sacerdoti, ai religiosi e alle religiose, vicini a tutti.
E nell'incontro coi Vescovi amazzonici?
MARTINEZ DE AGUIRRE: Nel dialogo avuto col Papa gli abbiamo raccontato le nostre difficoltà, e come dobbiamo continuare a migliorare. Lui ci ha ascoltati con attenzione, ci ha incoraggiati a continuare a rendere concreto l'annuncio del Vangelo tra i nostri popoli, e a trovare strade per promuovere i ministeri ecclesiali, per rispondere alla necessità di pastori e operatori pastorali che l'Amazzonia ha davanti, anche con l'aiuto delle Chiese sorelle.
Papa Francesco visitò Puerto Maldonado. Si è conservata la memoria di quella visita?
MARTINEZ de AGUIRRE: L'impatto di quella visita è stato grandioso, è nel cuore di tutti noi che l'abbiamo vissuta. Vescovi di altre regioni amazzoniche dicevano: "Puerto Maldonado è il balcone della profezia di Papa Francesco". Lui ha posto l'Amazzonia nel cuore della Chiesa e ha fatto arrivare un messaggio chiaro ai popoli originari: il messaggio che la Chiesa è sempre stata con loro, continua a esserlo, e loro sono nel cuore del Papa e nel cuore di tutti gli Apostoli e i Discepoli di Cristo.
Dopo quel momento così intenso sono maturati frutti concreti?
MARTINEZ DE AGUIRRE: Sì, e sono frutti meravigliosi.Quella visita del Papa ha reso visibile il lavoro di tanti missionari e missionarie che si donano ogni giorno in tanti angoli dell'Amazzonia, una dedizione che non era riconosciuta e di cui talvolta si voleva dare un'immagine diversa.
Questo è un tempo in cui le congregazioni religiose soffrono per la mancanza di vocazioni, così tendono ad abbandonare i luoghi di periferia per sostenere le proprie opere e istituzioni. Papa Francesco ha rivolto lo sguardo sul'Amazzonia e ha fatto sì che adesso molte congregazioni ci pensano due volte, prima di por fine alla loro presenza in Amazzonia, mentre altre congregazioni esprimono il desiderio di aprire una casa e una presenza tra i popoli amazzonici.
Ma per voi, sul campo, cosa è cambiato?
MARTINEZ de AGUIRRE: Si è innescato un dinamismo sinodale tra tutte le Chiese amazzoniche. In Perù tale dinamismo si era manifestato già dagli anni ’70: missionari, missionarie e operatori pastorali dell'Amazzonia si riunivano una volta all'anno a Lima. Ma poi tutto questo si era un po’ affievolito. Con la visita di Papa Francesco a Puerto Maldonado e con il Sinodo sull'Amazzonia tutto si è rivitalizzato e oggi tutto continua con il lavoro della Conferenza Ecclesiale dell'Amazzonia, che si esprime anche in Perù negli incontri tra i Vicariati convocati ogni anno nel mese di gennaio a Lima.
Adesso avete invitato anche Leone XIV?
MARTINEZ DE AGUIRRE: Certo che abbiamo invitato Papa Leone. Alla luce del suo desiderio di venire in Perù, speriamo che un giorno si possa annunciarci che viene davvero. Noi lo abbiamo invitato a tenere presente l'Amazzonia peruviana come luogo per lanciare un messaggio forte, un luogo dove i popoli desiderano accoglierlo e abbracciarlo nel suo ministero petrino.
Il lavoro intorno al “Rito amazzonico” sta continuando?
MARTINEZ DE AGUIRRE: Il Rito amazzonico è una risposta al Sinodo sull'Amazzonia. Nasce dall'ascolto della Chiesa amazzonica da parte della Chiesa universale, dentro il processo che ha unito la fase pre-sinodale, il Sinodo e poi la Esortazione apostolica Querida Amazonia. Da quel lavoro può fiorire una risposta sistematizzata, che si possa sperimentare sia riguardo alla liturgia che nella nelle norme che ordinano la vita ecclesiale: un Rito amazzonico che dovrà essere valutato e accolto da un organismo ecclesiale che è la Conferenza ecclesiale dell’Amazzonia.
Si tratta di materie riservate a liturgisti e studiosi?
MARTINEZ de AGUIRRE: Il cammino per arrivare a un Rito amazzonico non si riferisce solo a un ritualismo, o alla scelta di certi segni e simboli da utilizzare nella azione liturgica. La Chiesa è viva, continua a cercare maniere di esprimere la fede in Gesù, e in questa ricerca gli impulsi possono venire dalle comunità più piccole, e dai missionari. Siamo in un processo di auto-scoperta, di incontro con il modo di sentire profondo dei nostri popoli. Mentre a volte si perseguono costruzioni che possono apparire magari di grande effetto, ma risultano essere forzate. Così, magari per il desiderio che i popoli amazzonici possano trovare un loro modo di esprimere la fede, al missionario venuto da fuori può capitare di introdurre elementi che possono risultare più o meno esotici, ma che non hanno niente a che vedere con la vita reale dei nostri popoli.
Qualche esempio?
MARTINEZ DE AGUIRRE: È accaduto così durante il Sinodo sull’Amazzonia, con la nota immagine si diceva essere della “Pachamama”. Noi Noi fummo molto sorpresi dalla lettura che si diede di quella circostanza, e che diede luogo a tante interpretazioni erronee. Tutto era nato da un signore che aveva visto una immagine di legno a Manaus, che gli sembrava ottima per simboleggiare la fertilità della terra e della vita dei nostri popoli amazzonici. Pensò che fosse una specie di totem di qualche popolo amazzonico. E non era neanche quello. Perchétra l’altro la Pachamama non è dei popoli amazzonici, ma dei popoli andini. E poi la Pachamama non ha nessun tipo di rappresentazione iconografica. Quindi bisogna stare attenti. Perché a volte da fuori si costruiscono rappresentazioni lontane dalla vita dei popoli, della vita liturgica e anche della loro cosmovisione.
E quali saranno i prossimi passi per arrivare al Rito amazzonico?
MARTINEZ DE AGUIRRE: Ora andiamo analizzando il modo di celebrare che seguono i nostri popoli, come vivono le malattie e e la purificazione, come vivono la relazione con la trascendenza e tra di loro. Poi, col tempo, si troveranno le forme e i simboli per esprimere quello che si condivide con tutta la Chiesa universale. In comunione con tutta la Chiesa.
Tutti condividiamo la stessa cosa e ci adattiamo a esprimere con i segni e forme propri quello che ci comunica la liturgia della Chiesa, che è il mistero di Cristo vivente, di Cristo resuscitato.
A gennaio, all’Assemblea della Chiesa amazzonica peruviana è emersa anche la proposta di dar vita a una "scuola di missiologia". A cosa può servire una "scuola" di questo tipo in Amazzonia?
MARTINEZ DE AGUIRRE: La Chiesa amazzonica è eminentemente missionaria: non si preoccupa solo di sostenere la fede di chi già ce l'ha, ma cerca sempre di annunciare la Buona Notizia, che è Cristo speranza per tutti i popoli, e di fare una proposta - umile e semplice, come ha fatto Cristo, ma anche decisa e convinta - a partire dalla propria testimonianza di vita.
In questo senso, è importante che i missionari e gli operatori pastorali giunti in Amazzonia abbiano gli elementi necessari per comprendere e usare quei codici minimi che sono indispensabili per esprimere il messaggio di Cristo nel modo più chiaro possibile, comprensibile anche per chi riceve il loro annuncio. Questo è un primo passo di quella che viene definita inculturazione. Poi l'inculturazione vera la realizza il popolo amazzonico stesso: sono loro i responsabili e i protagonisti di questo processo.
Tuttavia è vero che il missionario, quando arriva, deve conoscere almeno alcuni codici di base, per non commettere errori: un segno o un'espressione che in una cultura significa una cosa, in un'altra può avere un significato totalmente opposto. Poi bisogna lasciare che siano i popoli ad appropriarsene: saranno loro a esprimere il messaggio del Vangelo nei propri codici culturali, e a rileggere la propria cultura alla luce del Vangelo di Cristo.
Quindi non servono solo “Istruzioni per l’uso” riservate a chi viene da lontano…
MARTINEZ DE AGUIRRE: ciò che si cerca è una scuola di missiologia che offra a chi viene da fuori e anche alle comunità locali questi strumenti per scoprire come il battesimo e la sequela di Cristo ci spingano immediatamente alla condivisione e alla diffusione del Vangelo. Quando Cristo ci annuncia il Vangelo, non si tratta di un'esperienza intimistica per una persona singola. «che bello stare qui, facciamo tre tende», dice Pietro a Gesù, quando si trovano sul monte, dopo la Trasfigurazione. Ma subito Gesù ci riporta alla pianura, in questo caso alla pianura amazzonica, ad annunciare la Buona Notizia: Cristo per tutti i popoli.
Alla Assemblea ecclesiale della Amazzonia peruviana avete anche manifestato particolare sollecitudine per la condizione dei vosti giovani. Quali sono le loro fragilità, e i pericoli che li minacciano?
MARTINEZ DE AGUIRRE: Sì, i giovani in Amazzonia sono minacciati. I bambini, gli adolescenti e i giovani soffrono su tutti i fronti, perché lungo la storia l'Amazzonia - come ha detto Papa Francesco - probabilmente non ha mai visto tutti i suoi popoli così minacciati come lo sono ora.
L'Amazzonia, come territorio di estrazioni minerarie, attira molte persone con la sete dell'oro, sete di ricchezza rapida. Una ricchezza che mette il denaro al centro come un dio. E allora tutto il resto cade: cade la famiglia, cade Gesù Cristo, cade la comunità, cade la nazione, cade il senso comunitario. Tutto crolla e si entra in una sorta di "si salvi chi può", quella che viene chiamata la legge della giungla – e non la legge amazzonica vera -, dove non si guarda all'altro e lo si calpesta, pur di raggiungere il proprio obiettivo. Questo modo di vivere ci conduce all'autodistruzione.E chi soffre di più questo individualismo feroce e questa ricerca di denaro rapido, che non guarda in faccia a nessuno, sono i bambini, gli adolescenti e i giovani. Loro subiscono tutte le violenze, anche quella dell'abbandono. Le famiglie spesso si disgregano e molti giovani e bambini restano soli, si sentono abbandonati. E sanno di essere destinati a un futuro segnato da illegalità e abusi.
A cosa si riferisce?
MARTINEZ DE AGUIRRE - Quando parliamo di tratta di persone pensiamo spesso solo allo sfruttamento sessuale - che è reale e terribile - ma non è l'unica forma: c'è anche la tratta che recluta giovani e adolescenti per l'estorsione o per attività illecite. Estrazione mineraria illegale, coltivazioni o trasporto di sostanze proibite. Sono quasi sempre giovani quelli che vengono reclutati come sicari, sfruttando la loro vulnerabilità. Sono le prime vittime di un sistema. Per questo siamo preoccupati e vogliamo lavorare con uno sguardo rivolto soprattutto a bambini, adolescenti e giovani, per colmare la mancanza di affetto e sostegno familiare, e aiutarli a trovare relazioni umane tra di loro e anche con Gesù Cristo. Che sia Lui ha restituire loro la dignità che possiedono, e dia la forza per diventare ciò a cui sono chiamati: quella bella vocazione di essere pienamente umani, come Dio ha sognato ciascuno di noi.
Lei appartiene all'Ordine dei Padri Domenicani. Cosa significa oggi essere figli di quella grande storia che ha accompagnato fin dall’inizio la missione della Chiesa in America Latina?
MARTINEZ DE AGUIRRE: In effetti anche io, come domenicano, sono arrivato in Perù molto toccato dallla tradizione di quei domenicani che, pur con una teologia propria, partivano dall'Europa e sicuramente condividevano in qualche modo il pensiero dei Conquistatori. Appartenevano a quel contesto, arrivarono in America con quel pensiero e quella dottrina, e poi entrarono in contatto con dei popoli che li trasformarono. Quei primi frati domenicani entrarono in un processo personale di conversione e, guardando la realtà con Cristo come facevano gli apostoli, impararono a percepire il gemito e il dolore di quei popoli che erano profondamente oppressi proprio dall'ideologia dei Conquistatori, dalla quale quegli stessi missionari provenivano.
Questi primi missionari domenicani, come Pedro de Córdoba e Antón de Montesinos, furono il frutto di questo processo, e da loro nacque il più conosciuto Bartolomé de las Casas. Da tutta questa riflessione domenicana, quei frati, riconoscendo quel dolore, tornarono in Europa.
Quanti viaggi fece Frate Pedro de Córdoba, dopo il sermone di Antón de Montesinos in cui disse: "Non sono forse uomini questi popoli? Li avete ridotti in questa condizione? Non pensate forse che siano altrettanto lontani dalla fede quanto quelli che allora consideravate infedeli in Europa? " Quelle parole forti Pedro de Córdoba le portò in Europa, e riuscirono a cambiare la teologia e l'ideologia, e furono introdotte le nuove leggi delle Indie, e cominciarono a realizzarsi dei cambiamenti.
Erano andati a evangelizzare, ma si sentirono loro stessi ri-evangelizzati, e da lì chiamati a evangelizzare l'Europa.
Qual è la l'accento più vivo che connota oggi la missione della comunità domenicana in Perù?
MARTINEZ DE AGUIRRE: Io penso che oggi l'Ordine qui, in Amazzonia e in Perù, sia chiamato ad ascoltare la realtà, il dolore dei nostri popoli e, annunciando la buona notizia di Cristo, guardare anche il suo volto, il volto di Cristo sofferente che i nostri popoli ci mostrano. E da quell'ascolto, così come i nostri popoli, anche noi ascoltiamo come quella parola di Dio ci viene restituita, per predicarla al mondo intero, scoprendo una sempre la predicazione della grazia, di Dio che salva, di Dio che ci chiama a vivere nella dignità di figlie e figli suoi.
Mi sembra che questa debba essere la caratteristica della missione domenicana qui in Perù: una predicazione che ascolta il grido di dolore dei popoli, una predicazione che si lascia toccare da ciò che Cristo suscita nel cuore di quei popoli a cui predichiamo, e che diventa predicazione per tutta l'umanità, per provocare una conversione al Vangelo e alla vita, che è Cristo. (Agenzia Fides 5/2/2026)