L’Uganda al voto tra promesse di sviluppo economico e accuse di repressione

martedì, 13 gennaio 2026

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Kampala (Agenzia Fides) - L’Uganda si sta preparando a tenere il 15 gennaio le elezioni presidenziali. Come in altri paesi del continente, anche la tornata elettorale ugandese è caratterizzata dal confronto tra un presidente alla guida del paese da decenni - Yoweri Museveni, al potere dal 1986 - e un oppositore politico, Robert Kyagulanyi, ex rapper conosciuto anche come Bobi Wine, alla sua seconda candidatura dopo quella del 2021, che da tempo lancia accuse contro la stretta autoritaria del governo.
I temi al centro del dibattito politico sono molti: il presidente Museveni ha posto al centro della sua azione politica lo sviluppo economico, la cui forma più recente è l’inizio dello sfruttamento delle riserve petrolifere grazie all’azienda francese TotalEnergies e alla cinese CNOOC, mentre la popolazione è preoccupata soprattutto della disoccupazione giovanile, in un paese in cui la maggior parte degli abitanti – trentatré milioni sui quarantasei totali – ha meno di trent’anni.
La retorica dello sviluppo economico, e la volontà di trarne vantaggio, è il principale argomento per cui il presidente in carica punta a rimanere al potere. In un’intervista al centro studi Chatham House, già nel 2014, Museveni dichiarò che l’Uganda “stava decollando” economicamente e l’anno seguente giustificò la sua volontà di rimanere al potere paragonando il paese ad una piantagione di che dopo la raccolta stava iniziando a dare i primi frutti.
Al centro dello sfruttamento del petrolio, che al momento sembra essere il principale strumento sul quale il governo vuole fare leva, c’è la costruzione di una raffineria e la fine della costruzione della East African Crude Oil Pipeline (Eacop). L’oleodotto unisce l’Uganda alla Tanzania e secondo i due paesi dovrebbe entrare in funzione entro la fine del 2026. In questo contesto però non va dimenticato che lo sviluppo del paese è stato favorito in questi anni anche dal sostegno di partner e istituzioni internazionali, come Cina, Emirati Arabi, Qatar, Stati Uniti e la Banca Mondiale, che nel 2025 ha concesso un prestito da due miliardi di dollari dopo averlo tenuto congelato per due anni. La relazione con gli USA merita di essere approfondita: il governo di Museveni ha acconsentito a accogliere i richiedenti asilo degli Stati Uniti provenienti da paesi terzi, in cambio il governo americano ha stanziato un miliardo e settecento milioni di dollari in aiuti sanitari.
Davanti alla retorica dello sviluppo da parte del presidente, l’opposizione resta scettica riguardo i reali vantaggi per il paese. Kyagulanyi nelle ultime settimane ha dichiarato che se eletto rivedrà i punti dell’accordo sullo sfruttamento delle riserve del paese per controllare che sia davvero a favore dell’Uganda.
La questione chiave rimane quella della sua reale possibilità di essere eletto, alla luce delle misure prese dal governo contro gli esponenti dell’opposizione. Già nel 2021 ci furono tremila arresti tra i sostenitori di Kyagulanyi e le proteste causarono cinquantaquattro morti. Nelle scorse settimane il partito del rapper, il National Unity Platform (Nup), ha reso noto che quattrocento suoi sostenitori sono stati arrestati. La situazione di repressione dell’opposizione è stata denunciata anche dalle Nazioni Unite.
Oltre alla repressione durante le manifestazioni elettorali si sono registrati anche arresti contro esponenti dell’opposizione, come l’avvocata e attivista Sarah Bareete, prelevata dalla sua casa lo scorso 30 dicembre con l’accusa di aver rivelato dati elettorali. Inoltre, il timore da parte delle forze di opposizione è che, come nel 2021, il governo decida di restringere l’accesso a internet durante le elezioni, per prevenire la diffusione di immagini che possano testimoniare irregolarità o semplicemente a sostegno del candidato di opposizione. (CG) (Agenzia Fides 13/1/2026)


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