Yaoundé (Agenzia Fides) – Sparizioni forzate, detenzioni arbitrarie e condizioni carcerarie disumane. Sono questi alcuni dei mali denunciati dall'Arcivescovo di Douala, Mons. Samuel Kleda, nella Lettera pastorale sulle condizioni carcerarie, pubblicata alla fine di giugno.
Richiamando l'insegnamento di Gesù – “Ero carcerato e siete venuti a trovarmi” (Mt 25,36) – Mons. Kleda precisa: “Questa lettera vuole essere un atto di verità e di carità pastorale, nato non da uno spirito polemico, ma da un senso del dovere e da un'urgente compassione. Il suo scopo è denunciare l'ingiustizia sistemica che circonda l'arresto, la detenzione e l'incarcerazione di numerosi cittadini camerunesi”.
“Si tratta di denunciare l'intollerabile pratica dei rapimenti e della detenzione in isolamento, le condizioni degradanti e abusive nelle stazioni di polizia e nelle brigate di gendarmeria, l'inferno del sistema carcerario, la corruzione che affligge l'intero sistema giudiziario e le procedure penali spesso violate”, afferma l'Arcivescovo camerunese. Si tratta – sottolinea Mons. Kleda – di “un quadro grave che richiede un cambiamento di prospettiva e di mentalità da parte di tutti noi e una trasformazione delle nostre strutture”.
Ancora prima di affrontare le condizioni dei detenuti nelle carceri, l'Arcivescovo di Douala richiama l'attenzione sul dramma delle persone scomparse. “Persone arrestate e rapite, spesso senza mandato, da agenti in uniforme o in borghese, scompaiono nel nulla per poi essere detenute in luoghi segreti. I loro telefoni vengono disattivati, la loro posizione cancellata. Le loro famiglie, terrorizzate, corrono da una stazione di polizia all'altra, dal tribunale alla caserma, incontrando il più delle volte un muro di diniego, indifferenza o minacce”. “Questa pratica di detenzione segreta in luoghi sconosciuti, a volte non ufficiali, costituisce una palese violazione della legge”, rimarca Mons. Kleda.
Le condizioni dei detenuti nelle prigioni "ufficiali" sono altrettanto drammatiche, a cominciare dalla situazione igienico-sanitaria. “L'accesso all'assistenza sanitaria è un miraggio”, afferma l'Arcivescovo. “Le infermerie sono mal equipaggiate e il personale è sovraccarico di lavoro. Malattie contagiose come la tubercolosi, la scabbia e il tifo si diffondono senza controllo. I detenuti affetti da HIV o diabete vedono le proprie condizioni di salute deteriorarsi rapidamente a causa della mancanza di cure. Il cibo, povero di vitamine e calorie, è insufficiente a sostenere le forze già debilitate dei detenuti malati. La loro sopravvivenza dipende dal sostegno delle famiglie o dal mercato nero carcerario”.
Particolarmente drammatica è la condizione delle donne e dei minori. “Questa realtà è ancora più crudele per le persone vulnerabili. Le donne detenute non hanno accesso ai prodotti essenziali per l'igiene femminile. Alcune, incarcerate con i loro neonati, vedono i propri figli crescere dietro le sbarre, con il loro futuro compromesso dalla mancanza di condizioni favorevoli al loro normale sviluppo. I minori, che dovrebbero essere separati dagli adulti e beneficiare di un adeguato percorso educativo, sono spesso abbandonati a se stessi, soggetti alla legge del più forte e a diverse forme di abuso e sfruttamento”, riferisce Mons. Kleda.
Tutto questo è reso possibile, denuncia l'Arcivescovo, “dalla corruzione e dalla perversione della giustizia”. In particolare, “la detenzione preventiva, concepita come eccezione, diventa la regola e si protrae per anni, trasformando persone presunte innocenti in condannati di fatto. Questa negazione della giustizia equivale a una doppia punizione: la privazione della libertà e la negazione del diritto a un giusto processo entro un termine ragionevole”.
Dopo aver ricordato che la pena dovrebbe servire a “proteggere la società e offrire al condannato un ambiente in cui, nel rispetto della sua dignità, possa riflettere, pentirsi e acquisire le competenze necessarie per un efficace reinserimento sociale una volta rilasciato dal carcere”, la Lettera si conclude con un richiamo alla responsabilità di tutti: “Il modo in cui trattiamo i prigionieri è un indicatore del nostro rapporto con Dio. Ignorare la loro sofferenza significa ignorare Cristo. Impegnarsi per alleviare le loro sofferenze e ristabilire la giustizia significa servire Cristo”. (L.M.) (Agenzia Fides 3/7/2026)