ASIA/BANGLADESH - Il Vescovo Gomes: "La crisi dei Rohingya è sempre più grave, mentre diminuiscono gli aiuti internazionali"

mercoledì, 1 luglio 2026

Caritas Internationalis

Dacca (Agenzia Fides) – "La situazione dei Rohingya è molto difficile. I finanziamenti internazionali diminuiscono di giorno in giorno e alcune Organizzazioni non governative hanno dovuto interrompere le loro attività nei campi profughi. La Caritas continua a essere molto attiva nell'assistenza ai Rohingya. Il tasso di natalità è molto elevato, ma ai Rohingya non è consentito lavorare liberamente. Le persone che vivono nei campi profughi sono scontente e il prezzo dei beni di prima necessità continua ad aumentare". È quanto afferma all'Agenzia Fides Subroto Boniface Gomes, Vescovo ausiliare dell’Arcidiocesi di Dacca, illustrando la complessa situazione che riguarda la popolazione di etnia Rohingya, e di religione musulmana, stanziata in Bangladesh, una popolazione giunta dal confinante Myanmar e priva di riconoscimento giuridico.
I Rohingya sono considerati "apolidi" perché il Myanmar, con la Legge sulla cittadinanza del 1982, li ha esclusi dall'elenco delle etnie nazionali, privandoli di fatto della cittadinanza. Per il diritto internazionale sono una delle più grandi popolazioni apolidi al mondo. Il Bangladesh li ospita per ragioni umanitarie, ma li definisce generalmente "Forcibly displaced Myanmar nationals", ossia "cittadini del Myanmar sfollati con la forza", e non concede loro un percorso di integrazione o naturalizzazione. Nella condizione attuale, i Rohingya non possono ottenere la cittadinanza bangladese, non possono circolare liberamente al di fuori dei campi senza autorizzazione, non hanno un diritto al lavoro.
"La questione dei Rohingya – prosegue il Vescovo Subroto Gomes – rappresenta un problema enorme per il Bangladesh. Il governo del Myanmar si è detto disponibile a rimpatriare una parte dei rifugiati, molti dei quali desiderano tornare nella loro terra. Tuttavia, le condizioni di grave instabilità nel Myanmar occidentale non lo consentono. Per questo motivo ci troviamo di fronte a una crisi per la quale, al momento, non si riesce a individuare una soluzione".
Il Vescovo richiama anche le crescenti difficoltà nei rapporti con la popolazione locale della zona di Cox's Bazar, che ospita i campi profughi: "Le comunità locali vivono già in condizioni di povertà, lavorano duramente per il proprio sostentamento e vedono aumentare la pressione sulle limitate risorse disponibili. Per il Bangladesh la gestione della presenza dei Rohingya sta diventando una sfida sempre più ardua".
"La crisi - ricorda il Vescovo Gomes - è giunta ormai al suo nono anno dall'esodo di massa del 2017, quando centinaia di migliaia di Rohingya fuggirono dal Myanmar al Bangladesh. Si tratta di una delle crisi di rifugiati più lunghe e complesse al mondo".
Nonostante la politica ufficiale di "frontiere chiuse" adottata dal Bangladesh, negli ultimi mesi oltre 150.000 nuovi profughi sono fuggiti dallo Stato di Rakhine, in Myanmar, verso i campi di Cox's Bazar. La popolazione complessiva dei rifugiati Rohingya presenti in Bangladesh supera 1,2 milioni di persone e la situazione umanitaria continua a deteriorarsi.
L'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), insieme con i partner del Piano di risposta congiunto (Joint Response Plan, JRP), ha lanciato un appello per raccogliere 710,5 milioni di dollari destinati agli interventi umanitari previsti nel 2026. Tuttavia, il grave deficit di finanziamenti ha già costretto gli organismi umanitari a ridurre le razioni alimentari fino a circa 7 dollari al mese per persona, con conseguente aumento della malnutrizione infantile. I drastici tagli ai fondi mettono inoltre a rischio servizi essenziali come alimentazione, alloggi, assistenza sanitaria, istruzione e protezione. L'UNHCR avverte che, senza un sostegno immediato della comunità internazionale, la situazione potrebbe peggiorare sensibilmente. Oltre 235.000 bambini Rohingya che vivono nei campi profighi restano privi di un'istruzione formale, mentre le strutture sanitarie gestite dalle organizzazioni umanitarie operano in condizioni di estrema pressione.
Spinti dalla disperazione, centinaia di Rohingya continuano a tentare la fuga via mare su imbarcazioni di fortuna dirette soprattutto verso la Malaysia e l'Indonesia. Nell'aprile 2026 il naufragio di un'imbarcazione nel Mare delle Andamane ha provocato circa 250 dispersi, mentre nel corso del 2025 quasi 900 Rohingya hanno perso la vita in diversi naufragi durante le traversate.
Nel frattempo Bangladesh e Malaysia hanno avviato consultazioni bilaterali per esercitare una maggiore pressione diplomatica sulle autorità del Myanmar, anche attraverso i canali dell'ASEAN, nella ricerca di una soluzione duratura alla crisi.
Il governo di Dacca continua a ribadire che l'unica soluzione sostenibile resta un rimpatrio sicuro, volontario e dignitoso dei Rohingya nel Myanmar, ricordando che la crisi ha avuto origine in quel Paese e lì dovrà trovare una soluzione definitiva. Tuttavia, nello Stato birmano di Rakhine, da cui proviene la maggior parte della popolazione Rohingya, proseguono gli scontri tra l'esercito regolare del Myanmar e il gruppo armato Arakan Army. I Rohingya rimasti nell'area sono intrappolati nel fuoco incrociato e continuano a subire violenze da entrambe le parti, tra reclutamenti forzati, estorsioni e gravi limitazioni della libertà di movimento, vivendo di fatto in aree segregate. Nel quadro della crescente crisi alimentare che, secondo il Programma Alimentare Mondiale (WFP), colpisce oltre 12 milioni di persone in tutto il Myanmar, i Rohingya restano tra le minoranze più vulnerabili, prive di cittadinanza riconosciuta e di adeguata tutela giuridica.
A raccontare nel dettaglio e a gettare luce sulla tragica situazione di quelli che - mutuando un’espressione di Papa Leone XIV - possono definirsi “i crocifissi di oggi”, contribuisce il saggio-reportage titolato "Sui due lati del confine. Rohingya, cronache di un popolo perseguitato", scritto da due giornalisti e analisti italiani, Giuliano Battiston ed Emanuele Giordana, pubblicato in Italia per Add editore. I due hanno speso tempo ed energie per vedere, approfondire, narrare - dalla prospettiva birmana e da quella bangladese - la vicenda di una popolazione tra le più derelitte del pianeta, un popolo senza terra e senza diritti.
(PA) (Agenzia Fides 1/7/2026)


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