Diocese ok Loikaw
di Paolo Affatato
Loikaw (Agenzia Fides) – «È una grande gioia che l'esercito ci abbia restituito la cattedrale di Cristo Re e il centro pastorale della diocesi di Loikaw», afferma all'Agenzia Fides mons. Celso Ba Shwe, Vescovo di Likaw, capitale dello Stato Kayah (o Karenni), una delle aree del Myanmar maggiormente colpite dal conflitto scoppiato dopo il colpo di Stato militare del febbraio 2021. I combattimenti tra l'esercito governativo e le forze di resistenza locali hanno provocato negli ultimi anni una grave crisi umanitaria, costringendo centinaia di migliaia di persone ad abbandonare le proprie case. Villaggi, scuole, luoghi di culto e infrastrutture civili sono stati danneggiati o distrutti, mentre vaste porzioni del territorio restano segnate dall'instabilità e dagli scontri armati. In questo contesto, la Chiesa cattolica ha continuato a garantire assistenza spirituale e umanitaria alla popolazione, accompagnando in particolare gli sfollati interni disseminati nei campi di accoglienza e nelle aree più remote della regione. La restituzione della cattedrale di Cristo Re – occupata a novembre del 2023 dall’esercito, che ne aveva fatto un campo base militare - rappresenta un segnale di speranza per la comunità cattolica locale, pur in una situazione che rimane estremamente fragile e precaria.
Il Vescovo dice a Fides: «Per il momento, tuttavia, io non sono ancora tornato a vivere lì. Due sacerdoti si occupano della parrocchia della cattedrale. L'edificio aveva subito danni al tetto e abbiamo effettuato una ristrutturazione parziale per consentire la ripresa delle celebrazioni e delle attività pastorali». Celso Ba Shwe spiega che il complesso annesso alla cattedrale necessita ancora di importanti interventi di recupero: «Il centro pastorale ha bisogno di molti lavori di ristrutturazione e restauro. Non abbiamo ancora elettricità né acqua e, quindi, non è pienamente agibile. Stiamo lavorando per renderlo nuovamente utilizzabile. Procediamo a piccoli passi». Un segnale incoraggiante è il ritorno di alcuni fedeli: «Alcuni parrocchiani cattolici stanno tornando alla parrocchia della cattedrale. Per questo stiamo riorganizzando la nostra presenza pastorale e l'assistenza alla comunità», nota.
Il Vescovo tuttavia continua a vivere nelle aree dove si concentra la maggior parte della popolazione sfollata: «La maggioranza dei fedeli della diocesi - riferisce - vive ancora dispersa nelle zone remote, nei campi per sfollati o nelle foreste. Molte parrocchie sono vuote e chiuse. Come Pastore, sento il dovere di restare vicino al mio popolo e risiedo in una zona dove vivono migliaia di sfollati interni». Attualmente mons. Ba Shwe vive nel villaggio di Shansu, presso la chiesa della Madre di Dio, e nota: «Da lì posso visitare le parrocchie e i diversi campi profughi. Abbiamo centinaia di campi per sfollati interni in tutta la diocesi. Il numero degli sfollati supera ampiamente le 300mila persone. In alcune aree i combattimenti continuano, in altre la situazione è relativamente più tranquilla».
La presenza della Chiesa accanto agli sfollati rappresenta oggi una forma nuova di missione. «Vado regolarmente nei campi profughi e tutti i sacerdoti della diocesi fanno lo stesso. La maggior parte di loro vive stabilmente in quei campi accanto agli sfollati. È una missione diversa, un modo diverso di essere sacerdoti. Anche il ministero pastorale cambia: non si esercita più soltanto in una chiesa o in un determinato territorio, ma all'interno della comunità, tra le persone, ovunque esse si trovino».
In questo contesto segnato dall'incertezza, la fede continua a sostenere la popolazione: «Non sappiamo quando Dio ci permetterà di tornare nelle nostre case e nelle nostre chiese. Ma - afferma - ovunque siamo e ovunque si trovi il nostro popolo, manteniamo una profonda fede in Dio. Conserviamo la speranza di poter tornare un giorno. Diciamo sempre che la pace è possibile, anche se richiederà tempo».
La vita quotidiana nei campi è segnata dalla precarietà ma anche dalla solidarietà: «Viviamo insieme le difficoltà dei campi profughi, aiutandoci reciprocamente. Andiamo avanti grazie al sostegno dei donatori, che per noi rappresentano la Provvidenza. Questo spirito di condivisione è un segno della presenza di Dio. Qui possiamo mettere in pratica l'invito di Gesù: "Amatevi gli uni gli altri". È proprio lì che vediamo e sperimentiamo la presenza di Dio», rimarca.
Il Vescovo sottolinea, inoltre, il forte bisogno spirituale della popolazione: «La gente ha bisogno del Vescovo, dei sacerdoti e delle persone consacrate. Vuole incontrarli, vederli, accompagnare i propri figli ai sacramenti. Nei campi profughi continuiamo ad amministrare il Battesimo, la Prima Comunione e la Cresima. È una grande benedizione per persone che lottano ogni giorno per la sopravvivenza e che, attraverso la fede, alimentano la speranza».
Riferendosi alla situazione generale del Myanmar, mons. Ba Shwe ribadisce l'urgenza della riconciliazione nazionale: «Noi desideriamo la pace e la riconciliazione. Vogliamo che le persone si riavvicinino e si uniscano. Senza riconciliazione non ci sarà pace. Per questo proponiamo e accompagniamo con la preghiera un percorso di riconciliazione nazionale che coinvolga i responsabili politici, i gruppi armati e le autorità del Paese. Dipende da loro, ma oggi è necessario pensare innanzitutto alle persone, alla nazione e soprattutto ai più poveri».
Particolare preoccupazione suscita la condizione delle nuove generazioni. «Siamo molto preoccupati per i giovani. Hanno bisogno di una buona istruzione e noi cerchiamo di fare tutto il possibile. Spesso, grazie all'impegno delle suore, organizziamo scuole informali e attività educative per i bambini e i ragazzi, utilizzando i pochi mezzi e materiali didattici disponibili».
«Non possiamo fare molto - conclude il Vescovo - ma la nostra presenza, il nostro incoraggiamento, la nostra vicinanza e il nostro interesse sono molto importanti. Nonostante questa situazione difficile, le persone conservano la fede. La nostra speranza è solo in Dio. Dobbiamo ricordare continuamente che tutto viene da Lui, che ci ama e non abbandona il suo popolo».
(Agenzia Fides 15/6/2026)