ASIAINDIA - Due Salesiani rapiti e rilasciati in Manipur: nell'instabilità generale coinvolti i Naga e gli insorti del Myanmar

venerdì, 15 maggio 2026

Don Bosco India

A sinistra: I due Salesiani rapiti e rilasciati con p. Suresh

Imphal (Agenzia Fides) - Due giovani salesiani sono stati rapiti e poi rilasciati dopo 24 ore di sequestro in  Manipur, stato dell'Indie Nordorientale dove si registra una forte instabilità dato il conflitto etnico in corso dal 2023. i due giovani sono sani e salvi, comunica all'Agenzia Fides  padre Suresh SDB,  dalla  provincia Salesiana di Dimapur,  esprimendo "grande sollievo".
I due religiosi salesiani Albert  Panmei Aching e Peter  Poji Küvisie (due fratelli non sacerdoti) sono stati rapiti intorno alle 21:00 del 13 maggio mentre si recavano dal complesso  Don Bosco a Imphal, capital del Manipur, al centro salesiano di Maram, a circa 20 chilometri di distanza. Dopo una notte e una giornata di tensione e di paura, i due giovani religiosi sono stati rilasciati la sera del 14 maggio.
Il Provinciale dei Salesiani di Dimapur, padre Joseph Pampackal SDB, esprimendo gratitudine verso quanti si sono adoperati per  la liberazione dei confratelli, ha elogiato "gli sforzi coordinati delle organizzazioni della società civile, dei leader religiosi, degli anziani della comunità, delle forze dell'ordine: il loro intervento ha contribuito a una conclusione pacifica  di questa vicenda", ha scritto in un nota.
Padre Pampackal ha ringraziato i membri della comunità Kuki che hanno garantito la sicurezza dei due salesiani durante la loro prigionia, parlando di "testimonianza di riconciliazione e rispetto reciproco anche in circostanze difficili". E ha ribadito "l'impegno dei Salesiani per la costruzione della pace, il dialogo e il servizio nella regione", riaffermando "la missione dei Salesiani di servire il popolo con fede, coraggio e compassione anche in circostanze difficili."
L'episodio si è verificato poco dopo il grave massacro di tre Pastori Battisti uccisi in un agguato la mattina del 13 maggio, insieme all'autista del loro convoglio , e al momento di altri tre Pastori che sono in ospedale (vedi Fides 13/5/2025).
Sull'episodio la Conferenza episcopale dell'India (CBCI) ha espresso " profondo dolore e cordoglio per il tragico agguato" e ha condannato "un atto efferato commesso contro leader religiosi che sono rimasti una fonte vitale di speranza e forza in questi tempi difficili di disordini sociali. La violenza non fa che acuire le ferite, prolungare la sofferenza e indebolire i legami che uniscono le nostre comunità".
Facendo eco alle parole espressi da mons. Linus Neli, Arcivescovo di Imphal, i Vescovi hanno rivolto un appello "a tutti gli interessati affinché si astengano da ogni forma di violenza e rappresaglia". "Guidati dal vero spirito cristiano, imploriamo tutte le comunità di abbracciare invece il dialogo, il perdono, la riconciliazione, la moderazione e la coesistenza pacifica", hanno scritto, esortando  le autorità "ad agire con saggezza, equità e sensibilità affinché prevalga la pace e la giustizia e venga ristabilita la fiducia tra le comunità".
Rileva in un nota inviata a Fides la "All India Catholic Uniuon" (AICU), organizzazione  rapresentataiva del laicato cattolico indiano: "Questo omicidio non può essere considerato un crimine isolato, poiché si inserisce nel contesto del continuo deterioramento della pace e della governance costituzionale nel Manipur. A partire dal  maggio 2023, più di 250 vite sono andate perdute. Oltre 60.000 persone sono state sfollate. Centinaia di chiese e villaggi sono stati distrutti. Migliaia di persone continuano a vivere in campi profughi".
L'AICU ricorda che "un gran numero di armi saccheggiate dagli arsenali della polizia e delle forze di sicurezza rimangono in mani illegali e gruppi armati e milizie private continuano a operare impunemente. Questa situazione è inaccettabile in una democrazia costituzionale. Il  Governo centrale e al Governo del Manipur hanno il  dovere costituzionale di ripristinare lo stato di diritto nello stato".
"La pace - osserva l'organizzazione - non può essere ristabilita finché gruppi armati controllano strade, villaggi e confini comunitari. Il recupero delle armi saccheggiate deve essere considerato una priorità di sicurezza nazionale. Tre anni sono un periodo lunghissimo per gli sfollati interni che vivono in campi profughi gestiti dal governo e dalla Chiesa nello stato".
Inoltre, rileva l'AICU, è urgente deve avviare un dialogo politico che coinvolga i leader rappresentativi delle tre comunità coinvolte, Meitei, Kuki-Zo e Naga: " Il Manipur non può essere governato solo dal dispiegamento delle forze di sicurezza. L'attuale divisione dello stato in zone separate non è pace. Nessuna comunità può essere abbandonata e a nessuna comunità può essere permesso di dominarne un'altra attraverso la violenza, la paura o il silenzio dello Stato". L'AICU chiede che si garantita protezione per  leader religiosi, agli operatori della società civile, ai volontari umanitari e ai mediatori di pace che si spostano oltre i confini delle comunità per la riconciliazione e gli aiuti, poiché "quanti rischiano la vita per la pace e l'armonia non possono essere lasciati indifesi". "Facciamo appello a tutte le persone di fede e di buona volontà affinché respingano la vendetta, resistano all'odio e difendano la dignità di ogni essere umano", conclude la nota.
Lo scenario del conflitto in Manipur si è complicato ulteriormente in quanto le tensioni etniche, iniziate tre anni fa tra i Meitei e i Kuki-Zo, si sono ormai trasformate in un'ostilità radicata e diffusa e si sono estese ai gruppi Naga, il terzo gruppo etnico residente nello stato.
"Il governo statale - rileva a Fides Johna Dayal, portavoce dell' AICU -  non è riuscito a interrompere il ciclo degli scontri né a mettere in atto meccanismi di riconciliazione efficaci. Ora, con la riapertura del conflitto  Naga-Kuki  e l'aumento delle tensioni, esiste il rischio che i disordini degenerano in un conflitto prolungato simile a quello degli anni '90", quando lo stato di Manipur fu travolto da un grave  conflitto inter etnico, che vide i Kuki contro i Naga e che, tra il 1993 e il 1998, causò  oltre mille morti, la distruzione di centinaia di villaggi e lo sfollamento di migliaia di persone. Un altro elemento, poi, preoccupa gli elevatori: oltre alle dinamiche interne, il turbolento Manipur  vede l'ingresso di un nuovo attore nel conflitto etnico. Si tratta degli insorti del Myanmar, nello stato birmano Chin, confinante con il Manipur. La maggioranza della popolazione dello stato, infatti,  è composta dal medesimo gruppo etnico Kuki che in Myanmar è chiamato Chin.
(PA) (Agenzia Fides 15/5/2026)


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