ASIA/MALAYSIA - La questione dei migranti ha un forte impatto sulla libertà di stampa e di espressione

martedì, 14 luglio 2020 libertà   libertà di coscienza   diritti umani   mass-media   libertà di stampa   migranti  

Kuala Lumpur (Agenzia Fides) - La gestione del rapporto con i migranti in Malaysia, caratterizzata nei mesi scorsi da deportazioni e arresti, ha suscitato preoccupazione delle organizzazioni di difesa dei diritti umani e della libertà di espressione, anche date le intimidazioni giunte ai giornalisti che si sono occupati del caso. Un video girato in rete nei giorni scorsi – opera dell’emittente del Qatar "Al Jazeera" - documenta l'arresto di migranti privi di documenti durante la pandemia di Covid-19. Il documentario “Locked Up in Malesia Lockdown” è stato criticato dalle autorità come “inaccurato, fuorviante e ingiusto”, e il ministero della Difesa ha invitato i mass media a scusarsi, sostenendo che le accuse di razzismo e discriminazione contro i migranti privi di documenti erano false. La polizia ha annunciato un'indagine sul personale dell’emittente araba per reati come potenziale sedizione, diffamazione e violazione del Communications and Multimedia Act. La tv del Qatar ha respinto le accuse, ma l’intera vicenda è segno della conflittualità apertasi tra governo e giornalisti. Eppure Reporter Sans Frontieres (RSF), la maggiore organizzazione di difesa della libertà di stampa, aveva scritto di recente che “dopo la sconfitta a sorpresa del partito dell'ex premier Najib Razak nel maggio 2018, una ventata d'aria fresca ha iniziato a soffiare sulla libertà di stampa; i giornalisti e i mass-media inseriti in una lista nera sono stati in grado di riprendere l’attività e l'ambiente generale in cui operano i giornalisti si è notevolmente alleggerito; l'autocensura si è ridotta enormemente e le pubblicazioni del Paese presentano ora opinioni molto più equilibrate tra l'opposizione e la maggioranza”.
La luna di miele si è interrotta con la pandemia di Covid-19. Le prima avvisaglie si sono avute dopo un’inchiesta del quotidiano "South China Morning Post" sulla condizione dei lavoratori migranti (oltre 5 milioni in Malaysia) e in particolare dopo un articolo che documentava l’arresto violento di centinaia di migranti all’interno di tre dormitori in una “zona rossa” nella capitale Kuala Lumpur, il 1° maggio scorso.
In Malaysia, riferisce RSF, “l’esecutivo ha ancora un arsenale legislativo assolutamente draconiano per reprimere la libertà di stampa: il Sedition Act del 1948, il Official Secrets Act del 1972, il Press and Publications Act del 1984 e la legge sulle comunicazioni e il multimediale del 1998, che pesano come una spada di Damocle sui giornalisti”.
La Malaysia non è l’unico Paese dell’Asia ad aver stretto le maglie della libertà di espressione, come dimostra il caso della giornalista filippina Maria Ressa: nella società civile si sono moltiplicati gli appelli a suo favore. In Myanmar, diversi giornalisti sono stati incriminati per aver intervistato gruppi guerriglieri definiti "terroristi".
(MG-PA) (Agenzia Fides 14/7/2020)


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